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Marino, la guerra e gli equilibri che mancano

 

Sinceramente, stupisce lo stupore. Sorprende che la collettività si interroghi sul fallimento di un uomo, Marino, che, al di là dei suoi limiti, dei suoi errori e della sua probabile inadeguatezza ad assumere un incarico tanto gravoso e delicato, è stato lasciato completamente solo dagli stessi che lo avrebbero dovuto difendere, proteggere, aiutare e supportare. Allo stesso modo, sorprende, e indigna, la cattiveria di quanti adesso tentano di scaricare su questo povero cristo tutte le colpe di un disastro etico, culturale e politico che si protrae ormai da almeno un decennio, coinvolgendo tanto la destra quanto la sinistra, come ben dimostrano gli esiti della giunta dell’ex missino Alemanno e del chirurgo “marziano” scelto da un PD allo sbando totale nel tentativo di arginare la marea stellina.

Perché la verità è che nessuno aveva pensato davvero a quest’onesto senatore, esperto di sanità e dotato, da laico, di una profonda apertura mentale nei confronti del mondo cattolico, per assumere la guida di una città che il brav’uomo non conosceva e dalla quale si era sempre tenuto piuttosto distante: Marino venne fuori nel caos di un partito reduce dalla “vittoria mutilata” del 25 febbraio 2013, quando si temeva che l’onda gialla del Movimento 5 Stelle potesse espugnare anche il Campidoglio e che per arginarla fosse necessario puntare sull’esponente più compatibile con quel mondo movimentista esasperato dai tentennamenti, dalle incertezze, dai dubbi e dalla mancanza di ascolto attuata per anni da un ceto politico alla frutta, costretto ad abbracciarsi nella barbarie delle larghe intese permanenti per non affondare sotto il peso di quattro lustri di pessima gestione della cosa pubblica.

E sì che non sono tutti uguali, che non possiamo gettare tutti nello stesso calderone, che Prodi non è certo paragonabile a Berlusconi, che Veltroni è stato un buon sindaco, che c’è stata la stagione degli amministratori arancioni (peraltro più subita che promossa dal PD) e che Bersani aveva capito per tempo ciò che stava accadendo, al punto di aprirsi concretamente in più occasioni al civismo e al mondo delle associazioni: tutto vero, tutto giusto, tutto da menzionare ma, evidentemente, non bastava. Non bastava più dirsi antiberlusconiani e scendere in piazza insieme al Popolo viola o ad Articolo 21 quando poi, in Parlamento, si sosteneva, insieme a Berlusconi, il pessimo governo Monti e tutte le sue devastanti riforme anti-sociali; non bastava opporsi se quest’opposizione era percepita come flebile e mai realmente convinta e sincera; non bastava dirsi di sinistra se tutti i valori storici della sinistra venivano sistematicamente accantonati perché sennò rischiava di venir meno l’appoggio dell’UDC che infatti, al momento opportuno, è venuto meno, per il semplice motivo che quel partito è sempre stato di centrodestra e non aveva alcuna intenzione di lasciarsi coinvolgere in una coalizione dal nome Italia Bene Comune. Non bastava e il 25 febbraio 2013 lo abbiamo capito a nostre spese, salvo poi proseguire come se nulla fosse lungo una strada disastrosa e non più sopportabile agli occhi dei cittadini, rifiutando, nei giorni dell’elezione del capo dello Stato, dapprima la splendida candidatura di Rodotà e poi quella di Prodi, pugnalato nel segreto dell’urna da tutti coloro che volevano togliere di mezzo Bersani per dar vita a una riedizione delle larghe intese, affidate dieci mesi dopo nelle mani di Renzi in quanto era ormai chiaro che Letta non fosse minimamente disposto a trasformare una drammatica esperienza di governo in un progetto di coalizione strutturale o, peggio ancora, nel Partito della Nazione con dentro tutto e il contrario di tutto.

Marino, pertanto, è stato chiamato in causa più per gettar fumo negli occhi degli elettori che per reale convinzione e in questi due anni e mezzo, con tutti contro, i fondi che non venivano sbloccati, le lobby scatenate e la mafia pronta a tutto pur di liberarsi di un personaggio così poco incline a compromessi e malversazioni varie, ha fatto quel che ha potuto: praticamente nulla, fino a subire un’umiliazione indegna, un linciaggio mediatico costante e la privazione di quel minimo di dignità personale che giustamente, in passato, abbiamo invocato anche per i peggiori farabutti di questa Terra. Uno scempio, una vergogna e la morte di ogni senso di comunità, di fratellanza, di condivisione, di rispetto reciproco e di quei valori basilari che vengono prima e vanno ben al di là del semplice confronto politico.

Ora a Roma l’unica speranza, con ogni evidenza, si chiama Movimento 5 Stelle ma anche loro devono stare ben attenti a un aspetto non secondario nell’amministrazione della capitale come di qualunque altra città: un uomo solo al comando non va da nessuna parte, neanche se si chiamasse Petroselli o Argan, così come non va da nessuna parte una compagine guidata dal primo Sparaquaglia scelto con quattro clic fra una serie di signori nessuno che, ovviamente, non possiedono né la forza né l’autorevolezza né la credibilità politica e personale per aggregare un numero sufficientemente ampio di cittadini intorno a un progetto di rinnovamento del quale la città ha bisogno come l’aria, col rischio di venire fagocitati a loro volta da un sistema di potere ingordo, vorace, spietato e ormai capillare, con i suoi dirigenti di riferimento, i suoi agganci più o meno limpidi, le sue vie più o meno traverse per ottenere favori, coltivare clientele, alimentare camarille ed esercitare un dominio che solo una rete civica larga, un’amministrazione irreprensibile e un consenso popolare enorme possono provare a contrastare, ben sapendo fin dall’inizio che non si tratta di una sfida come le altre ma di una vera e propria guerra senza esclusione di colpi.

Stupisce lo stupore, dicevamo all’inizio, e aggiungiamo che dietro questo falso stupore si cela il solito oceano di vera ipocrisia di quanti fingono di non sapere che non sono i palazzinari e i cosiddetti “poteri forti” ad essersi rafforzati, a Roma come nel resto d’Italia, ma la politica ad essere diventata una marmellata inconsistente, un insieme gelatinoso di figure e figurine buone per tutte le stagioni, le quali per sopravvivere chinano la testa di fronte a qualunque capo, finendo ovviamente col prendere ordini da un mondo degli affari del quale dovrebbero costituire gli interlocutori ma anche i contrappesi naturali, riuscendo a dire di sì quando c’è da dire di sì e di no quando c’è da dire di no, sfoderando un’autonomia di pensiero e di giudizio che solo la cultura, la preparazione e il rigore morale possono fornire. Purtroppo, con le debite eccezioni, rappresentate ad esempio dagli ottimi Pisapia e De Magistris, di personaggi così, in giro, ce n’è assai pochi e le conseguenze le vediamo ogni volta che un magistrato comincia a indagare sul serio, scoperchiando autentici verminai che finiscono quasi sempre col rivelare la fragilità, per non dire l’irrilevanza, di una politica ostaggio dei propri finanziatori e, in molti casi, dei propri effettivi padroni.

Tutto ciò vale in ambito nazionale ma non è affatto diverso a livello internazionale, dove la posizione dell’Italia e dell’Europa è del tutto incomprensibile, per non dire inesistente: sulla crisi ucraina, sul da farsi in Siria e in Iraq, sulla questione dei profughi in fuga da guerre, miserie e disperazioni di varia natura, su una Libia che rischia di diventare l’avamposto dell’ISIS sul Mediterraneo e su qualunque altra questione che vada al di là dei confini nazionali dei singoli stati, oggi resi pressoché insignificanti dalla sola esistenza di internet.

Bombarderemo, non bombarderemo, parteciperemo o meno ad un eventuale contingente anti-Daesh: non è questo il punto. Il punto è: lo capiamo sì o no che Assad sarà pure un macellaio ma è l’unico interlocutore col quale possiamo rapportarci in quella regione ridotta a una polveriera? Lo capiamo sì o no che Erdogan è un doppiogiochista che, fingendo di contrastare i seguaci del Califfo, ne approfitta per massacrare gli oppositori curdi che tanto lo disturbano a livello interno, al punto che qualcuno ipotizza che ci sia il suo zampino dietro la strage di sabato scorso ad Ankara costata la vita a quasi cento manifestanti pacifisti? Lo capiamo sì o no che questo non è più un pianeta bipolare e nemmeno un pianeta monopolare, come è stato per circa vent’anni dopo il crollo del Muro di Berlino, ma che, con l’ascesa dei BRICS, è ormai un mondo multipolare nel quale le decisioni di Mosca e di Pechino contano quanto, se non di più, di quelle di Washington e di Londra? Lo capiamo sì o no che questa lotta sotterranea contro Putin, che, al pari di Assad, non è certo un giglio di campo ma è comunque il solo in grado di mantenere un briciolo d’equilibrio e di garantire un barlume di unità d’intenti in un globo sempre più composto da monadi, questa sfida insulsa e dannosissima sotto tutti i punti di vista rischia di agevolare l’avanzata del Califfato islamico e di favorire il risveglio dei peggiori istinti criminali presenti ad ogni latitudine? E lo capiamo, infine, che non possiamo continuare a pensare di poter vincere contro interi popoli, schiacciandoli, calpestandone diritti, dignità, tradizioni, idee, visioni del mondo, senza attenderci poi una reazione furiosa e all’insegna della massima violenza, come ben dimostra la nascita e l’affermazione dello Stato Islamico e come conferma la mancata risoluzione di tutte le emergenze umanitarie per le quali la propaganda bushiana ci aveva detto di dover bombardare e invadere l’Afghanistan?

Siria, Iraq, Afghanistan, questione israelo-palestinese, Libia, Nigeria, dove imperano le belve di Boko Haram, la Libia del caotico dopo Gheddafi e l’Ucraina attraversata da una guerra civile strisciante: nazioni e contesti diversissimi accomunati dal fatto di trovarsi nelle condizioni in cui versano a causa dei macroscopici errori di valutazione geo-politica e strategica dell’Occidente.

Anche in questo caso, stupisce lo stupore e lascia senza parole l’ipocrisia, come se i conflitti selvaggi del “war president” non fossero i frutti avvelenati dello strapotere delle lobby del petrolio e delle armi di cui quell’amministrazione non era altro che una propaggine, come se quelle guerre fossero state davvero scatenate per “esportare la democrazia” e combattere gli artefici degli attentati dell’11 settembre, come se qualcuno si fosse mai accorto dell’avvento della democrazia in paesi che un tempo erano retti da biechi dittatori e oggi versano nella massima confusione o sono finiti sotto il tacco dei fedeli di al-Baghdadi.

Lo sanno tutti, a cominciare da coloro che lo negano con maggior vigore, da coloro che fanno i finti tonti, da coloro che ripetono mantra stucchevoli in tv, recitando copioni scritti coi piedi per negare l’evidenza, senza nemmeno rendersi conto, pover’uomini, di essere attori talmente pedestri da riuscire nell’impresa di confermarla anche agli occhi di chi sarebbe disposto a bersi le loro fesserie.

Siamo in un mondo fuori controllo, in un’“età del caos”, per dirla con Rampini, e, quel che è peggio, non abbiamo più, a nessun livello, una classe dirigente all’altezza della situazione.

“Grande è la confusione sotto il cielo” diceva Mao Tse-tung, ma di eccellente non è rimasto proprio nulla, in quanto gli statisti sono stati sostituiti, pressoché ovunque, da dei meri esecutori di volontà altrui, gli stati hanno perso la loro sovranità e il progetto degli Stati Uniti d’Europa è stato soffocato in culla onde evitare che dal crollo delle ideologie novecentesche potesse nascere un attore in grado di contrastare con il dovuto vigore il liberismo arrembante, la cui disumana insostenibilità è alla base di un fallimento politico, economico e sociale trentennale le cui conseguenze si riverberano ogni giorno in ogni aspetto delle nostre vite.

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