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Siria: ora l’Italia chiede di andare oltre l’isis e Assad, ma serve un negoziato

 

La novità è che l’Italia negli ultimi giorni ha espresso una linea in politica estera, ancora fragile, appena abbozzata, eppure è qualcosa. E non si tratta del solito posizionamento gregario del nostro Paese a ricasco di alleati più forti o semplicemente funzionale a interessi di corto respiro. E’ stato il ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, infatti a spiegare che la crisi aperta dall’ondata di profughi in arrivo da Lampedusa ai Balcani, oltre a dover essere risolta in termini europei unitari, va affrontata alla radice, nelle sue cause, ovvero nei territori dove il problema ha origine. Dunque in primo luogo in Siria. Il Paese vive una condizione di dramma umanitario estremo, milioni di profughi si sono riversati negli Stati confinanti, la guerra interna fra il regime, l’Isis e altre componenti dell’opposizione siriana – estremiste o moderate che siano – infuria, milizie straniere di ogni provenienza attraversano un’area ormai ingovernabile. Le distruzioni delle città sono immense, non ci sono più medici, si contano decine di migliaia di feriti. Ma soprattutto, spiegano le organizzazioni impegnate nell’accoglienza dei profughi, il popolo siriano sempre più disperato e ormai ridotto in povertà, non vede la fine del conflitto, per questo la gente parte e cerca un futuro, una possibilità di vita in Europa.

E’ in questo contesto che Gentiloni ha spiegato come la vicenda, al di là degli interventi di contenimento rispetto alle forze fondamentaliste dell’Isis, potrà trovare una soluzione solo nell’ambito di un accordo internazionale; quest’ultimo deve prevedere il superamento della dittatura di Assad. D’altro canto, ha precisato il ministro, l’idea di rovesciare il regime con un’azione militare, anche solo limitata a una serie di raid aerei lasciando poi il vuoto politico, rischia di ripetere gli errori di un recente passato. Insomma se l’Isis va certo sconfitto per ciò che rappresenta e le violenze di cui si è macchiato, l’attuale regime non fa parte della soluzione, anzi si è macchiato di crimini orrendi.

D’altro canto il negoziato a questo punto diventa indispensabile se è vero – almeno in parte – che il Paese mediorientale è teatro di una guerra per procura fra Iran da una parte e Arabia Saudita dall’altra, fra sciiti e sunniti, le due grandi correnti dell’islam (in realtà fra due totalitarismi petroliferi e religiosi che aspirano al controllo delle regione). In questo quadro s’inseriscono poi alte varianti come l’Hezbollah libanese, sciita e filo-iraniano, che già partecipa attivamente al conflitto, o come la Turchia di un Erdogan ormai avvitato in casa propria in una deriva sanguinosa e autoritaria che più o meno sotterraneamente sostiene i gruppi fondamentalisti anti-Assad; c’è poi la presenza curda utilizzata dall’occidente per combattere – a sua volta per procura – al Baghadi e il suo fantomatico stato islamico. Da ultimo l’intervento russo a fianco dello storico alleato Assad, lo ha sottolineato anche Gentiloni, rischia di complicare ulteriormente il quadro. D’altro canto mentre il regime di Damasco è militarmente sempre più in crisi, Mosca vuole tutelare i propri interessi militari ed economici in ciò che resta della Siria; sul fronte opposto la Francia ha annunciato raid anti-Isis dei quali ancora non si ha notizia. La matassa ormai è fin troppo intricata, intanto gli Usa su posizioni anti-Assad e anti-Isis, militarmente sono poco impegnati, nonostante i raid condotti contro lo Stato islamico in questi mesi. Vengono però accusati di aver allevato anche frange fondamentaliste per combattere il regime in un gioco di accuse e smentite che non trova mai fine.

L’accordo sul nucleare fra Stati Uniti e Iran doveva essere, secondo vari osservatori, l’occasione per un nuovo big bang diplomatico internazionale che avrebbe portato benefici sui vari teatri di crisi a cominciare dalla Siria; un altro filone di pensiero ha sostenuto che sarebbe stato vero il contrario: ovvero la fine delle sanzioni internazionali scaturita dall’intesa sul nucleare avrebbe permesso all’Iran di partecipare con maggiore impegno alla guerra in corso. In ogni caso risulta sempre più evidente che solo un tavolo negoziale ampio potrà portare alla fine delle ostilità; forse il tutto potrà avvenire nell’ambito di una partizione del Paese in sfere d’influenza, una soluzione cioè che porterebbe allo smembramento dello Stato su base etnico-religiosa; si tratta di una prospettiva piuttosto limitata e di certo ingiusta, ma forse è la strada obbligata per porre fine alla strage.

L’altro punto sul quale l’Italia sta lavorando è quello relativo ai profughi che arrivano in Europa. La svolta imposta dalla Cancelliera – accortasi infine di quanto l’Unione fosse vicina ad implodere sotto la spinta nazionalista e xenfoba di un gruppo di Paesi orientali guidati dall’Ungheria – va incontro di fatto anche alle richieste del nostro governo il quale chiedeva un coinvolgimento di tutto il vecchio continente nella gestione di un problema che non poteva essere lasciato in carico a un Paese solo. L’Italia d’altro canto, sotto questo profilo, non aveva ceduto alle pressioni leghiste rifiutandosi di restare indifferente di fronte alla tragedia dei barconi e degli annegamenti in mare, anzi ha accresciuto progressivamente il suo impegno in questo senso, anche se in un primo momento il ridimensionamento di “Mare nostrum” era stato un brutto passo indietro.

Il ministro Gentiloni oltre a sostenere la linea della ripartizione delle quote di rifugiati fra i vari Paesi, chiede – e questa è una delle proposte più interessanti – una normativa il più possibile unificata sul diritto d’asilo in Europa, affinché in una gestione comune della crisi la varietà di legislazioni nazionali non diventi un altro ostacolo insormontabile. E’ presto per dire se da una crisi umanitaria possa nascere un primo abbozzo di Europa politica, di certo la spaccatura che si sta registrando in questi giorni fra ‘due’ europe non è solo un fatto negativo: è anche il sintomo che sta emergendo, con fin troppo ritardo, una posizione politica fondata sul rispetto dei diritti umani, la solidarietà, e una visione del prossimo futuro non costruita sulla paura. Ma è anche una posizione realista se si guarda al futuro demografico del continente nei prossimi decenni e quindi alla sua crescita economica.

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