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Mai in ginocchio, sempre in piedi: l’importanza di ricordare Giancarlo Siani

 

”Puoi cadere migliaia di volte nella vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore e se possiedi l’animo del saggio potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma non lo farai mai in ginocchio, sempre in piedi”. E lui, Giancarlo Siani, autore di questa frase, il 23 settembre di 30 anni fa è morto proprio per questo, perché non si metteva in ginocchio.

L’importanza della memoria e non delle celebrazioni fini a se stesse è dimostrata dal tortuoso percorso investigativo e giudiziario seguito all’omicidio del giovanissimo precario, allora più sprezzantemente chiamato abusivo, da parte della camorra.

In questi 30 anni c’è stato un primo decennio che rappresenta una pagina vergognosa per le istituzioni e in gran parte anche per il giornalismo. Come ha ricordato più volte Roberto Saviano, per molto tempo nessuno indagò nella giusta direzione, cioè sulla camorra, nessuno scavò, nessuno andò in giro a fare domande come invece faceva Siani a Torre Annunziata, rompendo quel clima grigio, quel “blur” che avvolge troppo spesso anche oggi la connivenza fra la criminalità e il potere inteso in tutte le sue ramificazioni. Del resto, neppure i vari gradi di giudizio sull’omicidio sembrano aver chiarito tutto. Le conseguenze di anni di indifferenza e omissioni si sono fatte sentire inevitabilmente. Le collusioni e i depistaggi non sono mancati.

Fin dai primi giorni dopo il suo assassinio cominciarono a circolare dubbi, insinuazioni, voci che ipotizzavano un omicidio per vicende personali. In poco tempo le notizie sparirono dai giornali o furono confinate in poche colonne in cronaca. Non fu così, però, per la Rai. La redazione cronaca del TG1, guidata da Roberto Morrione, seguì a lungo la vicenda e anche il TG2 non si appiattì sulle posizioni ufficiali, utilizzando entrambi i tanti coraggiosi giornalisti della sede di Napoli, a partire da Sandro Ruotolo, non a caso oggetto più volte di intimidazioni e minacce da parte della camorra.

Era una Rai che raccontava la realtà e credeva nel giornalismo investigativo e di denuncia come missione di servizio, ben diversa da quella dei Casamonica sulle poltroncine bianche fra battute e ammiccamenti. Ed è proprio per questo che la memoria deve essere coltivata, non bisogna temere la ritualità, non bisogna stancarsi di spiegare ai giovani la storia del giornalismo libero e di chi ha pagato con la vita per non mettersi in ginocchio davanti al potere. Le iniziative di Articolo21, tutti gli eventi previsti a Napoli e in altre città, possono contribuire a non far vacillare il ricordo di un ragazzo di 26 anni, che non voleva diventare famoso, che non cercava lo scoop fine a se stesso o la facile popolarità, voleva soltanto diventare un giornalista-giornalista, sempre in piedi.

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