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Il dovere della cronaca. E della memoria. Le inchieste morali di Domenico Iannacone

 

Il primo comandamento delle inchieste morali di Domenico Iannacone e della sua squadra è non infierire, il secondo è il dovere della memoria, oltre che di cronaca. E poi niente telecamere nascoste per estorcere verità che un bravo giornalista alla fine può riuscire a svelare con costanza, determinazione e, perché no, poesia.
Quella stessa poesia che traspare  dai racconti e dai protagonisti delle due puntate dal titolo “Arrivederci Roma” e “Miracolo a Milano” andate in onda il 12 e il 19 settembre oltre a “Spaccanapoli” di un anno fa, caratterizzerà anche la nuova edizione de “I Dieci Comandamenti”, in seconda serata sempre su Rai Tre,  a partire  da venerdì 16 ottobre.
Oltre 60 ore di girato per realizzare le due trasmissioni di 115 minuti che nella notte della vittoria di Flavia Pennetta (e con due talent in palinsesto) sono state seguite da 655mila persone mentre il sabato successivo la seconda puntata ha raggiunto quota 755mila spettatori.
Ora la sfida imminente del 16 ottobre: 50 minuti per continuare a raccontare il “mondo minore” raramente al centro di obiettivi televisivi o pagine di giornali  ma che per la sua autenticità è  in grado di sfondare l’ormai distratta attenzione di lettori e spettatori afflitti dall’inconsistenza di tante, troppe notizie e ammorbanti tweet.
Nessuna presunzione di moralismo per Domenico Iannacone che fin dalla prima edizione del programma ha voluto semplicemente  declinare il contenuto delle Tavole in spaccati di realtà.
In questa stagione si è presentato a Milano per raccontare di Giorgio che, come accadeva ne “Il Postino” di Troisi, ascolta e registra tutti i suoni della città. E ancora, a pochi chilometri di distanza, nella stessa metropoli per conoscere Cristina, medico legale che cerca di dare un’identità ai corpi di alcuni migranti morti nei naufragi di Lampedusa. Ecco poi avanzare l’abbagliante frenesia della giovane ereditiera della dinastia di auto che gioca, maliziosamente, con la sua prorompente bellezza esibita alle sfilate milanesi. Il tempo di un sospiro e la scena è squarciata  dal  bucolico racconto di Paolo, 16 anni, che trova semplicemente bello trascorrere il suo tempo libero con quelli che per tutti sono solo “i pazzi” dell’ex ospedale psichiatrico del capoluogo lombardo.
Non è tutto latte e miele ne “I Dieci comandamenti” il cui vero lusso, secondo lo stesso Iannacone, è poter realizzare qualcosa televisivamente sganciato dal  tempo scandito  dall’agenda  politica e non appartenesse ad un tempo definito. Oltre al pregio di una produzione in cui poter riprendere i fili di tante narrazioni intraprese e sviluppate durante i suoi precedenti periodi di inchieste in trasmissioni come  “Ballarò” e “Presa diretta”.
“Avevo raccolto così tanto materiale che ho sempre avuto la percezione che sarei dovuto tornare a raccontare come erano finite o come stavano andando”. Come se il giornalismo, oltre al dovere di cronaca, dovesse anche rispettare il dovere di memoria.
Una narrazione televisiva scandita da lunghe pause e sospensioni della parola; quasi un controsenso. Ecco allora l’impresa compiuta a Roma, nel riuscire a raccontare Pasolini anche solo sfiorando i reperti dello scrittore come fossero reliquie laiche. “Poesia televisiva” si sbilancia Iannacone  in un moto di giustificato orgoglio – per l’impatto avuto sul pubblico ma anche su taluni colleghi giornalisti:” Mi hanno detto che ciò che è andato in onda è poetico”.
La poesia del conduttore e autore de “I Dieci Comandamenti” ebbe  inizio attingendo alla raffinata maestria di poeti come Amelia Rosselli, Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni. Quest’ultimo diceva: “La poesia arriva dove nessuna altra cosa puo’ arrivare”. Arrivare per il giornalismo che intende Iannacone significa  anche sapersi fermare. Non infierire, non azzannare alla gola e non compiacersi del poter essere in una situazione di forza. “Io lavoro per farmi dire di sì, non di no”.
Ricorda, come nella prima edizione riuscì a trascorrere tre intere giornate con la figlia di Totò Riina destinate alla puntata del comandamento “Onora  il padre e la madre”. Era un pezzo di 30 minuti per il quale alla fine non firmarono la liberatoria. “Le condizioni in cui era stato realizzato erano tali per cui se anche la Rai lo avesse mandato in onda non avrebbe rischiato nulla. Perché era evidente il tacito accordo con chi ci avevano accolto e accettato in casa. Ma ebbero dei ripensamenti e mi chiesero di non mandarlo in onda. Così avvenne. Lo sostituimmo con la storia di Edda madre di Giulio affetto da una grave disabilità. Una testimonianza  tra le più belle che abbiamo raccolto”.

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