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Catalogna, e ora quali sono le prospettive possibili?

 

La vittoria del fronte indipendentista alle elezioni regionali catalane riaccende inevitabilmente il dibattito sulle spinte disgregatrici che agitano l’Europa. Successo notevole (il 48% dei voti), quello della colazione Junts pel sì guidata da Arturo Mas, valorizzato peraltro da un’affluenza alle urne decisamente alta, che di questi tempi appare un fatto raro.

Molti catalani, dunque, hanno risposto alla chiamata del leader indipendentista: la secessione da Madrid, inutile nasconderlo, è il punto nevralgico della proposta di Mas. Questione culturale, identitaria, certo. «Dopo tre secoli di occupazione, rivendichiamo la nostra libertà», gridano i più accaniti. Eppure, fino a qualche anno fa, la questione relativa alla secessione della Catalogna veniva considerata come qualcosa che apparteneva al folklore, più che alla politica. Cos’è successo, poi?

Il motivo del rapido inasprirsi dell’istanza secessionista, come quasi sempre accade in questi casi, è di natura principalmente economica. Non è un caso che proprio quando la crisi del 2008 ha portato la Spagna sull’orlo della bancarotta, Barcellona abbia protestato in modo feroce contro Madrid ladrona, che sottrae alle tasche dei catalani molto più di quanto non restituisca, e molto più di quanto esige dal resto degli Spagnoli. Cosa che non è, in effetti, del tutto falsa. Tuttavia, fino a dieci anni fa, il fatto che la regione più ricca contribuisse in maniera più sostanziosa alle finanze statali non veniva affatto ritenuto un furto insopportabile. La battaglia indipendentista, in realtà, era piuttosto minoritaria.

Poi, come detto, è arrivata la crisi. L’austerità, la disoccupazione record, le file alle mense sociali. Molto facile, in un contesto del genere, pensare che le soluzioni radicali siano le uniche auspicabili. Volete uscire dal pantano dello spread? Votate l’indipendenza. Ancor più facile, poi, se il governo locale, pur di restare a galla, decide di fomentare gli animi e cavalcare l’onda. Arturo Mas è stato abilissimo nel rilanciare il suo partito centrista, che rischiava di venire travolto da uno scandalo di corruzione. Sofferenza economica, dunque, e cinismo politico: è stato questo il combinato disposto che ha fatto lievitare il movimento indipendentista.

Ma ora, quali sono le prospettive possibili? L’ipotesi della rottura unilaterale non sembra affatto praticabile. Mas ci aveva già provato l’anno scorso con un referendum che era in realtà piuttosto discutibile: e che infatti è stato bocciato dai giudici di Madrid, interpellati dal premier Mariano Rajoy. In più, Bruxelles ha già fatto sapere ai Catalani che, anche qualora ottenessero la tanto sospirata indipendenza, l’ingresso all’interno dell’Unione Europea sarebbe tutt’altro che automatico. E d’altra parte, non si può neppure ignorare la volontà di una parte così consistenze della popolazione locale, che finora – va detto – ha sempre avanzato le proprie rivendicazioni in forme del tutto democratiche. Neppure l’ostinata sordità di Rajoy, insomma, sembra la mossa giusta. Alla fine, come è già successo in Gran Bretagna dopo il referendum scozzese, la strategia più utile a risolvere la questione catalana potrebbe essere quella di una maggiore autonomia, attraverso concessioni concordate tra Barcellona e Madrid.

Quanto all’Unione Europea, i leader del vecchio continente dovrebbero approfittare di queste occasioni per interrogarsi sulla sostenibilità di politiche che, oltre ad essere inefficaci sul piano economico, risultano dannose anche a livello politico. L’austerity impoverisce la maggioranza dei cittadini, ma indebolisce anche gli Stati.

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