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Giornalisti: si allunga l’elenco dei colleghi minacciati dalle organizzazioni criminali

 

La relazione finale della Commissione Antimafia, realizzata dal comitato presieduto da Claudio Fava e presentata in questi giorni, ci restituisce nella sua piena drammaticità il quadro degli intrecci tra la criminalità organizzata, i poteri politici ed economici che operano in Italia e il ruolo esercitato dal quarto potere nel nostro Paese.

È già stato detto e scritto molto in queste ore sull’accresciuto livello di minacce ai giornalisti da parte delle diverse organizzazioni criminali negli ultimi anni: non solo si è dovuto assistere a ripetuti episodi di violenza fisica e verbale, ma anche e soprattutto in maniera più massiccia al ricorso alle querele temerarie e alle pressioni sulle proprietà perché ammorbidiscano la linea editoriale e distolgano i propri cronisti da vicende potenzialmente scabrose e sconvenienti.

Pressioni alle quali i diversi editori impuri del panorama italiano sono oggi, in tempo di crisi, più che mai sensibili purtroppo. Non va, infatti, dimenticato che il vasto panorama dell’editoria italiana, soprattutto nelle diverse province, risente in maniera molto pesante dei tanti conflitti d’interesse che riguardano i proprietari di piccole e grandi testate. Conflitti d’interesse che, in alcuni casi, sono peccati veniali, ma in altri sono talmente conclamati ma mai abbastanza denunciati, che finiscono per incarnare profili di contiguità criminale e collusiva.

In uno scenario del genere, è assolutamente encomiabile il lavoro che ogni giorno free lance di ogni età e condizioni svolgono per illuminare le periferie del Paese e mettere in evidenza le tante relazioni pericolose tra mafie, poteri ed economia.

L’elenco dei colleghi minacciati si allunga e molti di questi sono ormai conosciuti anche dalla pubblica opinione. Per alcuni di loro la vita si dipana ormai secondo le traiettorie disegnate dai problemi di tutela e sicurezza. La maggior parte però vive la quotidiana angoscia di dover raccontare fatti in assoluta solitudine, senza alcuna scorta che non sia la propria coscienza.

Eroi minori? No, semplicemente giornalisti che si rifanno ad una profonda fede nel proprio lavoro, secondo quanto ha insegnato a tutti noi il compianto Pippo Fava: Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare. E le sofferenze e le sopraffazioni, la corruzione, la violenza che non è stato capace di combattere”.

Parole le sue da ricordare e che segnalano la felice coincidenza che a volere e realizzare questa relazione sia stato proprio il figlio di Fava, Claudio, che dai banchi parlamentari continua l’impegno professionale e civile del padre, ucciso dalla violenza mafiosa a Catania, dove proprio gli intrecci inconfessabili con l’imprenditoria e la politica avevano un loro profondo radicamento.

La miglior tutela che si possa offrire ad un impegno giornalistico di questa natura è la mobilitazione costante e collettiva degli organismi professionali, l’impegno di realtà come Ossigeno e Libera Informazione e il lavoro dello sportello antiquerele intitolato a Roberto Morrione, tra i primi con l’avvocato Oreste Flamminii Minuto a cogliere l’escalation del problema, e poi portato avanti fino ai suoi ultimi giorni con passione e impegno da Santo Della Volpe che ha collaborato con il comitato di Fava.

Da ultimo ci piace segnalare la contemporanea pubblicazione di questi dati sui giornalisti minacciati con la “chiusura” in rapida sequenza della pratica RAI da parte del governo Renzi e della maggioranza. Non che ci sia una relazione diretta tra le due questioni, ma colpisce come la pratica RAI possa essere liquidata con battute sulla professionalità dei prescelti e l’assenza nel nuovo Cda di esponenti dei “girotondi” (forse lo erano Benedetta Tobagi o Gherardo Colombo? Boh..), dimenticando del tutto il senso di un Servizio Pubblico capace di svolgere fino in fondo il suo ruolo.

Dei giornalisti minacciati dalle mafie i tg si ricordano solo perché viene presentata la relazione dell’Antimafia o perché uno di loro finisce sotto scorta. Non sarebbe meglio se potessero occuparsene per rilanciarne denunce e inchieste, prima che il problema diventi di ordine pubblico?

Non sarebbe meglio considerare le minacce ai giornalisti come a tanti strappi imposti al diritto dovere di informare il cittadino, come una lesione vera al dettato costituzionale in tema di informazione?

Abbiamo però l’impressione che si preferisca, anche in questo caso, fare dei giornalisti minacciati delle piccole icone dell’antimafia parolaia, lasciando sullo sfondo il cuore del loro lavoro, dimenticando la lezione di Fava, Morrione e Della Volpe.  Perché alla fine quello che piace è un informazione “embedded”, che stia sul pezzo, ma senza dare troppo fastidio..

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