Sei qui:  / Articoli / Informazione / Mastro Titta 6… la Principessa

Mastro Titta 6… la Principessa

 

Mentre in Europa Napoleone stabiliva un nuovo assetto politico tra gli Stati, a Roma la vita quotidiana aveva le sue difficoltà che davano molto lavoro a Mastro Titta.  L’anno 1801 è stato di duro lavoro per il carnefice del Papa. Complessivamente ha giustiziato14 persone.Tra le attività criminali che si svolgevano i pericoli maggiori venivano dalle strade che portavano a Roma poiché erano controllate da bande che attaccavano le carrozze e rubando e uccidendo i passeggeri.  Luigi Puerio, Ermenegildo Scani, Giorgio Lidieri e Leonardo Ferranti avevano  messo insieme una banda che agiva sulle strade intorno a Camerino. Attaccavano carrozze private, pubbliche, viandanti, e corrieri postali.

Nella notte della befana del 1801 avevano appena derubato alcuni carrettieri, delle vivande ad un mulattiere e si erano ritirati nella macchia per far perdere le loro tracce. Sapevano bene comunque che se  queste persone li denunciavano difficilmente sarebbero stati presi dall’autorità costituita. Stavano dividendo la loro refurtiva quando sentirono i campanelli di una carrozza, subito si posero sul ciglio della macchia per verificare chi stava transitando. Videro una elegante carrozza trinata da quattro cavalli con due postiglioni in uniforme di gala e dietro due domestici con una livrea gallonata. Si consultarono e decisero di attaccare, poiché valutarono che il bottino poteva essere molto importante. Si misero sulla strada e quando la carrozza giunse a tiro scaricarono le loro armi uccidendo due cavalli che stramazzarono sulla strada, facendo cadere il primo postiglione; l’altro con abile mossa balzò a terra e tentò di tagliare i finimenti dei cavalli caduti pensando in questo modo di proseguire la corsa con i due cavalli ancora in piedi. I banditi lo presero lo legarono e lo misero sul ciglio della strada, mentre i due domestici terrorizzati rimasero immobili.Dall’interno della carrozza giunsero delle grida di donna mentre i banditi proseguirono il loro lavoro di ladri e rendere inoffensivi i domestici.    Mastro Titta racconta:

– Fateli scendere e legateli – disse il capo, Luigi Puerio, a Leonardo Ferranti e Gaetano Lideri – e tu, Scani, assicurati dell’altro postiglione. Questi, per far presto, gli spaccò il cranio, con una pistola d’arcione, che portava alla cintola.
– Imbecille! – gli gridò il Puerio volgendosi alla detonazione, mentre s’avvicinava allo sportello.

Ermenegildo Scani alzò con noncuranza le spalle e si fece a frugare il postiglione morto, mentre Lideri e Ferranti facevano altrettanto con quello legato e coi due domestici che avevano addossati ad una grossa pianta e avvinti al tronco della medesima.

– Sciocchi! Non vi perdete in bazzecole – tonò di nuovo il capo banda. – Staccate le valigie dietro la carrozza e perquisitele.

Dal legno non s’udiva più nulla.
Puerio s’accostò allo sportello, l’aperse e vi scorse una bella ed elegante signora svenuta.

Questo gli permise di lavorare a suo bell’agio, togliendole gli orecchini di brillanti, e i ricchi monili che portava. Poi la levò di peso sulle proprie braccia e la portò sul limitare della macchia, adagiandola colla maggior delicatezza possibile sopra un morbido tappeto di vellutello, che pareva fatto apposta per attenuare l’asprezza del suolo.
La bella signora portava al collo una sottile catena d’oro di Venezia i cui capi andavano a celarsi nel busto, sorreggendo forse qualche medaglione.

Puerio, che era giovane e di civile condizione, volle mostrarsi garbato e piegato un ginocchio a terra si accinse a slacciarle la veste. Ma, man mano che l’operazione procedeva egli sentiva accendersi i sensi, e ben altre idee che quelle del furto gli frullavano per il capo. Gl’inebbrianti profumi che si sprigionavano dal busto della dama gli davano le vertigini, e quando il candido seno, sciolto da suoi involucri, proruppe torreggiante ed aulente, fra la spuma dei merletti che le adornavano la camicia, si chinò sopra di lei e vi depose un bacio, ebbro di passione e di desiderio. Al contatto di quelle labbra ardenti come braci, la signora rinvenne e guardandosi attorno, come si svegliasse da un sogno, s’accorse della terribile posizione in cui si trovava.

– Che volete da me? – chiese con marcato accento forestiero al brigante.
– Nulla – rispose a fior di labbro il Puerio, cogli occhi fiammeggianti.
– Mi avete dunque già preso tutto?

– Nulla – ripetè il brigante, con voce resa tremula dal delirio sensuale onde era in preda.
– Lasciatemi dunque! – ripigliò la signora, la quale avendo ricuperato il pieno esercizio delle sue facoltà, intravedeva le intenzioni del bandito.
– Nulla… fuorché amore! – le sibilò all’orecchio il Puerio, bruciandolo quasi coll’alito ardente.
– Amore! – esclamò la donna con sarcasmo così profondo che il masnadiero si sentì rimescolare il sangue -. Sanno dunque i pari vostri che sia?

Le ultime vestigia del carattere cavalleresco d’un tempo scomparvero a quel sinistro accento dal Puerio, e tornò ad un tempo brigante e belva, irritata da una irrefrenabile voglia di godimento.

– Se lo sappiamo vedrai – mormorò con voce rauca, cingendole la vita, rovesciandola sul muschio, dal quale s’era rialzata a mezza vita, cercando di insinuarle un ginocchio fra le gambe e di baciarla sulla bocca. A tale oltraggio brutale, la signora che aveva forse per un istante subito il fascino di quella passione frenetica, e l’influenza dell’ora, del luogo, della situazione, ricuperò di un tratto tutta la sua freddezza, la sua energia, la sua alterigia sdegnosa e mentre il masnadiero tentava di appoggiare le proprie labbra alle sue gli lanciò uno sputo, che colpì Luigi Puerio in pieno viso.

Il bandito si rizzò di scatto, brandì un pugnaletto che portava al fianco e lo immerse nella gola della disgraziata signora, la quale ricadde sul suolo immersa nel sangue che le sgorgava a fiotti dalla ferita. La lama dello stile le aveva reciso di netto la carotide.

Luigi Puerio, tirò un sospiro di soddisfazione dall’imo del petto. La sua vendetta dell’atroce offesa era stata così rapida, così fulminea, che ne provava una gioia ineffabile. Se avesse conseguito, ciò che pochi istanti prima anelava più d’ogni altra cosa al mondo, l’amplesso di quella donna, non avrebbe potuto essere più felice. Subitamente si immobilizzò e parve tendere l’orecchio ad un rumore lontano: non potendo spiegarselo si buttò a terra sulla strada e poggiò l’orecchio stesso al suolo e dopo pochi secondi si rialzò e chiamando i compagni, gridò loro:

  • Presto, presto! S’ode uno scalpitio di cavalli, cinque almeno: è una pattuglia che non tarderà dieci minuti ad esser qui.

I banditi raccolsero tutta la refurtiva, la misero nelle loro bisacce e si dileguarono nella selva di Camerino. La donna assassinata era una principessa Spagnola, moglie dell’addetto all’ambasciata di Sua Maestà presso la Santa Sede, l’omicidio  non poteva essere trattata come l’assalto a dei normali viandanti.  Il delitto era molto grave, si era colpito un potente. Il procuratore del Santo Padre mandò tutte le guardie e gli informatori a sua disposizione per scoprire gli autori del delitto e assicurarli alla giustizia. I banditi, continuavano ad agire negli stessi luoghi, e come accade in questi casi, le persone del luogo, che li conoscevano, incominciano a parlare, e progressivamente  gli “sbirri” li individuano e li catturarono.

A Camerino fu istruito il processo, furono chiamati a testimoniare i servitori sopravvissuti, che ricostruirono l’aggressione nei minimi particolari e i banditi alla fine confessarono il loro delitto. Solo il capo Luigi Puerio autore materiale dell’uccisione della principessa negava l’evidenza dei fatti raccontati dai testimoni e dai suoi complici. Alla fine anche lui confessò il delitto e tutti furono condannati all’impiccagione e allo squartamento. Questa pena aggiuntiva inflitta ai cadaveri degli impiccati serviva da deterrente, eseguita in pubblico, le membra erano lasciate alla visione dei passanti.

Mastro Titta, fu incaricato dell’esecuzione  il 27 gennaio del 1801.  Al nostro carnefice come gli capitava spesso in provincia, il materiale per costruire la forca  non riusciva a procurarselo se non con grande difficoltà, e solo con l’aiuto delle guardie riuscì a procurarsi il materiale occorrente.

Sappiamo quindi che all’albeggiare il “Boja de Roma” prelevò i condannati, li fece  salire sulla caretta, ammanettati e legati a due a due. Sappiamo che il capo Luigi Puerio rifiutò i conforti della religione offerti dalla confraternita, si avvicinò con baldanza alla forca e morì senza emettere un lamento. I suoi complici erano invece terrorizzati e disfatti nel vedere il patibolo. “Er boja de Roma” con la sua professionalità fece in modo che il popolo che assisteva alla esecuzione non si accorgesse di nulla. Vi era una consuetudine  di antichissima tradizione che i morti, i moribondi, gli infermi a qualsiasi titolo non potessero essere giustiziati:quindi giustizia fu fatta per Mastro Titta. L’esecuzione fu un avvenimento importante ed anche una delle più solenni; erano presenti oltre all’ambasciatore di Spagna, molti diplomatici accreditati allo Stato Vaticano, la principessa era molto nota, e le circostanze del suo assassinio avevano provocato commenti e discussioni. A Camerino erano giunti per l’occasione molti signori e principi romani fra cui sua Emminenza il Cardinale, segretario di Stato Monsignor Consalvi ( stese il Concordato con Napoleone):  una esecuzione importante.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE