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L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare

 

A commentare alcune cose, vien voglia di scuotere il capo e sospirare, come avrebbe fatto Bartali. E forse, lo ammetto, è anche presunzione quella di chi, dal di fuori, giudica quello che avviene. Ma sinceramente, non riesco a capire verso dove stiamo andando, e come si sia potuti giungere fino a simili fondi di superficialità.

Le parole della candidata sconfitta nelle Regionali venete rilasciate all’edizione locale del Corriere davvero segnano un punto su cui mai avrei creduto di dover commentare la cronaca politica. “La mia campagna elettorale è stata completamente sbagliata, non mi hanno fatto andare in televisione dicendo che ero sovraesposta, proprio mentre Zaia era su ogni canale. Mi sono dovuta vestire con un look castigato, da ferrotranviere. In definitiva, hanno cercato di dare un’immagine di me che non era credibile, quella non ero io”. L’immagine? Immagino (e lo dico conscio del rischio di apparire spocchioso) che il problema sia invece di sostanza, di quella che c’è, ma anche, e soprattutto, di quella che manca.

Durante la trasmissione L’aria d’estate su La7, poi, tentando di spiegare quello che era il discorso più generale di quell’intervista (la colpa è sempre dei giornalisti, che fraintendono, semplificano, banalizzano, salvo poi cercarli per costruire immagini, carriere, fortune), ha confermato l’impressione di non aver capito il problema; come direbbero dalle sue parti, peso el tacon del buso. Ha detto infatti ad Andrea Pancani che le donne devono rimanere ­“sé stesse” e “fare due passi avanti”, parlando di “contenuti”, come, era il sottinteso, fa lei. Appunto.

Il fatto è che la maggiore esperta e teorica dello stile ladylike, d’origne bersaniana (non tutto nasce oggi) e ora campionessa delle nuove leve del renzianesimo trionfante, quelle (ma se ne può ovviamente fare anche una versione maschile, pure se lei non l’ha nemmeno adombrata, per dire di dove spesso s’annida la questione di genere) che non hanno “uno stile castigato” (ma poi, si possono evitare i rimandi alla seduzione e alla sensualità, anche sessualità, nel discorso politico? Si può parlarne prescindendo dalla versione da avanspettacolo, che dà importanza al colore degli abiti da cocktail o delle cravatte?), molti, come me, l’ascoltano da tempo e cercherebbero anche di valutarne l’eloquio dal lato dei “contenuti”. Ed è proprio questo il problema: non ne sentono affatto.

Da quando è iniziata questa stagione della vacuità tronfia della propria autorappresentazione, di concetti che non fossero lo sterile, stanco e noioso ripetere “vanno fatte le riforme che non si sono fatte da vent’anni” (stranamente, simili quasi in tutto a quelle di cui vent’anni fa già parlava quel qualcun altro), non abbiamo sentito una sola benedetta proposta, concreta e giudiziosa.

Ecco, il nodo, credo che sia tutto qui. Come tutto qui è pure il campo su cui agire il cambiamento, quello vero. Al di fuori di una retorica vana e comiziale e dentro un percorso dialogico, che possa confrontare le cose che vengono dette con la loro, non dico valenza, ma almeno coerenza logica e di senso.

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