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Perché l’Europa non può permettersi il Grexit

 

Mancano, sinceramente, le parole per descrivere la gravità delle decisioni che sta assumendo l’Unione Europea nei confronti della Grecia. O meglio, mancano le parole per descrivere le omissioni dell’Europa nei confronti della Nazione culla della civiltà occidentale, là dove è nato il nostro pensiero, dove è fiorita la nostra arte, dove la nostra storia ha incontrato alcune delle vette più elevate sul piano della cultura e della politica. E davvero fatichiamo a capire come possa questo continente lacerato e immiserito, non solo sul piano economico ma, più che mai, dal punto di vista morale, non rendersi conto che un’eventuale uscita della Grecia dall’euro, il famigerato “Grexit”, metterebbe in discussione la tenuta stessa della moneta unica.

L’addio di Atene, infatti, non avrebbe ripercussioni gravissime solo per quanto riguarda la ripresa della speculazione sui mercati, con conseguenti crolli in borsa e l’aumento esponenziale dello spread, e non è nemmeno soltanto una questione di estensione del virus agli altri paesi deboli del tormentato Mediterraneo; il motivo per cui il Grexit sarebbe una tragedia è che, se dovesse verificarsi, verrebbe meno l’idea stessa di comunità europea, il concetto di solidarietà fra i popoli, la prospettiva di un’integrazione politica sostanziale e duratura: in poche parole, crollerebbe per sempre il sogno che fu di Altiero Spinelli e degli altri padri dell’Europa, abbandonando la collettività in un contesto di paura e d’incertezza che finirebbe col travolgere anche quei popoli che ancora, erroneamente, si considerano al sicuro.

Perché l’Europa, per quanto complessa, intricata, divisa, stratificata e forse eccessivamente ampliata nei confini geografici e politici, rimane comunque la nostra casa comune: un edificio che non può sopravvivere, prosperare e accogliere i disperati che fuggono dall’inferno del mondo se non ritrova la solidità dei propri principi e valori: uguaglianza, fratellanza, condivisione, rispetto dei diritti di tutti, stato sociale avanzato, mano tesa agli ultimi e a chi da solo proprio non ce la fa.
È questa l’Europa che vorremmo: quella del piano Beveridge e del “welfare state”, quell’universo di lingue, culture, tradizioni e percorsi che si incontrano e si fondono, senza smarrire ciascuno la propria unicità ma senza nemmeno abbandonarsi alla lotta darwiniana per la sopravvivenza o, peggio ancora, per la sopraffazione prepotente del prossimo. E quest’Europa si può tornare a immaginare e a costruire solo se le istituzioni che la compongono avranno il coraggio di accantonare ogni forma di egoismo, nazionalismo, stupida e inutile chiusura identitaria, con questo richiamo ottuso alle piccole patrie che, oltre ad essere fuori dalla realtà, ha anche storicamente dimostrato di essere il terreno di coltura ideale di tutti i regimi totalitari che hanno avvelenato il Novecento.
Oltretutto, di fronte all’incertezza emersa dalle elezioni turche, con l’avanzata dei curdi di Demirtas e la bocciatura del despota Erdogan, e al cospetto della mai davvero risolta questione balcanica, a un secolo dall’“inutile strage” che pose fine all’egemonia europea fino a relegare, negli ultimi anni, il Vecchio Continente in una posizione di netta sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e delle economie emergenti, in questo quadro socio-economico-politico, indebolire ulteriormente la Grecia potrebbe avere ripercussioni gravissime anche per quanto concerne la gestione del flusso dei migranti e la garanzia della nostra sicurezza, essendo quello ellenico l’ultimo bastione europeo prima della fiera delle ambiguità che caratterizza Ankara e dintorni.

Senza contare la centralità della piccola Grecia nei rapporti dell’Europa con due colossi come Russia e Cina, i quali sarebbero ben lieti di svolgere una funzione di supplenza per quanto riguarda gli aiuti economici, cogliendo al volo l’occasione delle privatizzazioni cui i tecno-burocrati di Bruxelles stanno costringendo il governo Tsipras per trasformare, di fatto, Atene in una loro colonia.

C’è poi la questione energetica, con l’afflusso del gas russo e le delicate forniture del medesimo alla periferia dell’impero, fra cui anche l’Italia; e c’è, infine, la spinosa questione delle sanzioni contro Putin, quanto mai sbagliate se si considera che non solo non hanno piegato più di tanto l’economia di quel Paese, mettendo invece in ginocchio la nostra, ma non hanno sortito gli effetti sperati nemmeno sul fronte di un conflitto, quello con l’Ucraina, che, al contrario, si è inasprito e militarizzato di giorno in giorno, fino a trasformarsi in una mattanza.

E la Grecia, ancora una volta, avendo la facoltà di porre il veto sulle sanzioni, potrebbe risultare decisiva nella bocciatura delle stesse: da qui le preoccupazioni di Obama e da qui anche le nostre, in quanto una divisione su un tema geo-politico e geo-strategico come quello in questione potrebbe accelerare il processo di disgregazione denunciato con preoccupazione da Prodi nel silenzio assordante dei nostri governanti. E non è che nel resto d’Europa si siano muniti di strumenti interpretativi assai più raffinati, mancando ormai ad ogni latitudine un’elaborazione culturale all’altezza e quella spinta ideologica tanto bistrattata quanto indispensabile se non si vuole appaltare definitivamente l’azione politica al dominio delle lobby e dei poteri forti, più o meno occulti.
La Grecia, in conclusione, è la dimostrazione plastica del disastro liberista: un’ideologia escludente e dai tratti totalitari, tendente all’assoggettamento dei popoli, al pensiero unico, all’abolizione, di fatto, di qualunque forma di opposizione in nome del “non ci sono alternative” e, quel che è peggio, all’inganno e alla mistificazione sistematica, grazie alla quale abbiamo salvato le banche a spese dei cittadini e sostenuto governi del tutto inadeguati a venire incontro alle esigenze e alle sofferenze di quelle periferie umane che, con tutta evidenza, ormai non reggono più.

Per questo, persino in alcuni consessi liberali, in una parte del pensiero conservatore e, grazie a Dio, ai vertici della BCE, sta cominciando ad affiorare l’idea che il Grexit sarebbe una catastrofe collettiva e che le politiche della Troika si siano rivelate un’ecatombe, non avendo sanato i bilanci e avendo, al contrario, aggravato la crisi fino a mettere a repentaglio il tessuto sociale e democratico di interi paesi. L’amara sensazione dei commentatori più maligni è che le frange estreme del pensiero dominante vogliano proprio questo: la riduzione alla fame del Mediterraneo in fiamme per poi trasformarlo in terra di conquista, approfittando dell’assenso forzato di governi deboli, inadeguati e compiacenti.

La nostra speranza è che personalità come Draghi, pur avendo una visione del mondo allineata al pensiero dominante e diametralmente opposta rispetto a quella di una sinistra matura, abbiano comunque a cuore i valori della democrazia: gli stessi che nel dopoguerra hanno consentito al nostro Paese essere fra i promotori di quel sogno chiamato Europa unita che oggi sta rischiando di naufragare.

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