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Né rassegnati né pessimisti: semplicemente dimenticati. Anche dal Jobs Act

 

Ma è proprio vero che i neolaureati italiani senza lavoro sono eccessivamente pessimisti rispetto al loro futuro? I dati di una esclusiva ricerca, presentata in anteprima domenica 31 nel contesto del Festival dell’Economia di Trento, sembrano smentire in modo definitivo questo luogo comune assai ricorrente nel dibattito politico degli ultimi anni. La ricerca l’ha condotta Chiara Binelli, Assistent Professor di Economia all’Università di Southampton, cercando di analizzare la situazione di quei giovani italiani, compresi tra i 25 e i 34 anni, che hanno conseguito una laurea, spesso anche un dottorato, e che però non trovano un impiego stabile. In Italia sono il 19% i disoccupati compresi in questa fascia d’età, a fronte di una media europea del 13%: si tratta di oltre un milione di persone, spesso altamente formate, a cui viene negata la possibilità di mettere a frutto i propri studi e le proprie competenze.

Chiara Binelli ha preso in esame un campione di 1328 laureati senza lavoro, equamente distribuiti tra le diverse aree geografiche del Paese. «Sono 1328 ragazze e ragazzi che hanno spesso rinunciato all’anonimato – spiega la ricercatrice – e mi hanno raccontato in modo esteso le loro vicende personali, esprimendo così il desiderio che alla loro frustrazione venisse data voce». Ebbene, quali risultati sono emersi? È vero, i giovani disoccupati sono molto pessimisti circa il loro futuro: solo il 20% pensa di poter guadagnare più dei loro genitori, mentre 8 intervistati su 10 ritengono improbabile trovare un lavoro che offra una tutela previdenziale e una copertura pensionistica adeguata. Tuttavia, la ricerca della Binelli dimostra che queste cupe aspettative non sono affatto distanti dalla realtà dei fatti. Se il guadagno medio mensile netto atteso ammonta a 1099 euro, quello effettivo è infatti di 1034; se la fiducia in un nuovo posto di lavoro nei prossimi 12 mesi è del 44%, la reale possibilità di trovarlo è del 50%; se solo il 17% degli intervistati confida in un’occupazione a tempo indeterminato, la quota di coloro che davvero riescono a ottenerla è appena quattro punti percentuali più alta.

C’è poi un altro stereotipo quanto mai diffuso: quello secondo cui i giovani neolaureati sarebbero troppo inclini alla rassegnazione quando si tratta di cercare un nuovo lavoro. Ebbene, la Binelli ha sottolineato come in realtà – è un dato che può sembrare banale, ma che spesso si trascura – la ricerca di nuove opportunità cresca, ragionevolmente, in maniera proporzionale con la speranza di trovare nuove offerte coerenti con il percorso di studi svolto. «E in questo senso – dichiara la Binelli – il Jobs Act dimostra una prima notevole debolezza: la sua incapacità di aumentare nei neolaureati le aspettative di una maggiore stabilità. Secondo i risultati di un’indagine di Demos & Pi dell’Aprile 2015, infatti, per il 49% dei giovani la nuova riforma del mercato del lavoro non produrrà alcun effetto, e per il 20% peggiorerà addirittura le cose. La vera necessità, oggi, è quella di creare opportunità lavorative che offrano sicurezza e tutele adeguate. Serve insomma non semplicemente un lavoro, ma un buon lavoro».

Triste nota a margine. Chiara Binelli è una studiosa brillante, ma che è stata costretta – e che si tratti di costrizione lo dimostra il modo in cui lei parla dell’Italia, della voglia di volerci tornare – a cercare all’estero un giusto riconoscimento del suo valore. E trova addirittura difficoltà, in Italia, a ottenere dei finanziamenti per portare avanti il suo progetto di ricerca. «Potrei cercarli all’estero – dice – ma credo che sia importante che questi fondi vengano da istituzioni del nostro Paese». Già, sarebbe importante.

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