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10 giugno 1981 – Il dramma di Alfredino Rampi e il ruolo distorto della televisione

 

Nani, contorsionisti, speleologi, minatori, geologi, trivellatori. E poi le telecamere, centinaia di giornalisti, i chioschi dei paninari e delle bibite; e la folla, tanta, fino a diecimila persone. Fra loro anche un anziano che si fa largo a fatica: è il Presidente della Repubblica, il vecchio partigiano Sandro Pertini, che aggiunge caos al caos pur con la nobile volontà di mostrare un’umana e istituzionale vicinanza. E’ un grande circo, anzi forse è il primo grande circo mediatico della televisione italiana, un punto di non ritorno che apre la strada alle trasmissioni del dolore spettacolarizzato, ai drammi da condividere in diretta, ai reality.

34 anni fa, il 10 di giugno del 1981 il piccolo Alfredo Rampi, per tutti Alfredino, 6 anni appena compiuti, sta tornando a casa da una passeggiata nei campi quando cade in un pozzo di 28 centimetri di diametro, adiacente al cantiere di una casa in costruzione a Vermicino, alle porte di Roma. Scattano i soccorsi, Alfredino viene individuato in poco tempo, ma è scivolato molto in profondità, incastrato secondo le prime stime a circa 40 metri nel sottosuolo.

Le misure estremamente ridotte del canale spengono in fretta l’ottimismo iniziale che faceva prefigurare una soluzione rapida al dramma. A questo punto arrivano le telecamere della Rai, e quindi inizia ad affluire la gente. I curiosi si assiepano ovunque, si affacciano al pozzo che non è delimitato da alcuna transenna. Le forze dell’ordine non sono presenti in un numero sufficiente per contenere questa marea umana richiamata da quella che si appresta a diventare la più lunga diretta televisiva italiana, 18 ore rimbalzando fra una rete e l’altra della televisione di Stato.

Tutto viene ripreso: il dolore della mamma, gli sguardi stravolti dallo sforzo e dalla disperazione di chi via via si cala nel cunicolo nel vano tentativo di agganciare il bambino con delle corde. Ma si sente soprattutto lui, Alfredino, e le sue urla strazianti, le richieste di aiuto, le parole via via più flebili che entrano nelle case di tutti gli italiani, con un’ incredibile audience di circa 21 milioni di telespettatori, più che per una finale della Coppa del Mondo di calcio. Un dramma. Una vergogna. La morbosa curiosità alimentata dai mezzi di informazione che non sanno più porre argini, o per lo meno filtri, ma inondano il pubblico con un infinito fiume di parole e immagini.

Si cerca di scavare un canale parallelo da cui poi puntare verso il pozzo. Ma dopo due giorni e mezzo dal cunicolo tutto diventa silenzio. E disperazione. Il corpo verrà recuperato solo un mese dopo, il 10 di luglio, segno delle difficoltà delle operazioni, dai minatori della Maremma. Le telecamere si spengono, la folla rincasa, i paninari cercano un altro motivo di business.

Da questa vicenda zeppa di implicazioni morali e sociali poco edificanti verrà l’impulso per la creazione in Italia della Protezione Civile, a lungo fiore all’occhiello del nostro Paese all’estero, prima di veder macchiata l’immagine dagli scandali legati alla gestione allegra di Guido Bertolaso.

Fonte: Riforma.it

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