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PRIMO MAGGIO: Il “Fondo dell’editoria” rischia di svanire, trascinando nel disastro 130 giornali e centinaia di lavoratori

 

Uno dei probabili effetti collaterali dell’Italicum è il rinvio al 12 maggio della riunione del ‘tavolo sull’editoria” presso il Sottosegretario con delega Lotti. Sono ormai diversi mesi che se ne parla, anche perché la “Galassia Gutenberg” volge al termine e –come la Cina- il nuovo Continente linguistico e semantico è vicino. Tutte le categorie interessate –dagli editori, ai sindacati, ai rappresentanti delle edicole, alle associazioni dei giornali cooperativi e non profit, off e on line- intendono capire se sia inesorabile una lenta agonia del settore o, piuttosto, una sua “mediamorfosi”, vale a dire una felice seconda vita in cui la rete diviene amica e non nemica del prodotto editoriale “finito”. Negli Stati Uniti, in Francia o in Germania –per rimanere in occidente, visto che in Cina o in Giappone la carta stampata regge, eccome- la discussione pubblica è molto significativa e non si capisce davvero perché la vicenda italiana si stia così amaramente spegnendo.

Nel disinteresse di troppi, come se ai gruppi dirigenti –nel loro complesso- non sembrasse essenziale valorizzare i giornali come luogo privilegiato dell’argomentazione e della tutela di uno dei lati profondi dei saperi. E non è vero che Internet, tablet e smartphone condannino in modo definitivo la carta stampata all’obsolescenza. Se mai, possono interagire contribuendo –se l’offerta giornalistica è di qualità- ad arricchire la dieta mediatica dell’era digitale. Uno studio pubblicato a marzo dal “Corriere.it” riferiva di un’intesa che il proprietario di “Facebook” Mark Zuckerberg starebbe stipulando con grandi testate come il “New York Times” per diffondere sul social una selezione delle notizie e degli articoli. Ecco. Qui potrebbe passare un frammento di un potenziale compromesso positivo tra old e new media, a condizione che siano garantiti neutralità e uguaglianza nell’accesso. Insomma, non aut aut, bensì et et. Per questo è urgente immaginare una “Conferenza nazionale” in cui mettere le fondamenta non di una “leggina”, bensì di una riforma di quadro del sistema: dalle agevolazioni al diritto d’autore, al “bonus” per i giovani e alle interessanti ipotesi delle organizzazioni delle edicole –vera trama sul territorio dell’universo post-analogico-.

Ecco, allora, che i rinvii sono un vero colpo al cuore. Perché non c’è tempo. I bilanci delle testate vanno chiusi entro il 30 aprile e nessuna garanzia è stata data dal Governo. Il “Fondo dell’editoria”, già ridotto al lumicino, rischia di svanire, trascinando nel disastro 130 giornali e centinaia di lavoratori. Senza urla –la voce ormai è rauca- va detto però con durezza che –con Seneca- “cotidie morimur”. Si dia qualche risposta. Altrimenti sarà ovvio fare due+due: Italicum e riforma del Senato restringono gli spazi democratici, la Rai è messa sotto l’egida dell’Esecutivo, molte testate potrebbero chiudere nelle prossime ore. Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione, Fnsi, File, Fisc, Mediacoop, Anso Articoilo21 e Uspi hanno posto seccamente il problema. E, in un recente convegno della “Filiera” (Aomga, Aie, Anes, Argi, Asig, Assocarta, Assografici, Fieg, si è ricordato che: nel 2014 oltre 800.000 persone sono uscite dal mercato della lettura dei libri; nel 2013 hanno smesso di leggere abitualmente un quotidiano 1,9 milioni di cittadini e un periodico 3,6 ml; oltre metà della popolazione legge meno di un libro all’anno. E la scuola? Aggiungeremmo –e non sembri un’aporia- che metà degli italiani non usa la rete. “Cultural e digital divide”. Da horror.

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