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La memoria è coscienza collettiva. L’importanza della legge che istituisce la giornata della memoria delle vittime delle migrazioni e dell’Accoglienza

 
Adal ha scritto il nome di suo fratello con una penna. Lo ha fatto con grande determinazione. Si è arrampicato su una scala fino al nono piano, ha spostato la vaschetta dei fiori vuota e ha scritto, anzi, ha inciso il nome del fratello sulla lastra di marmo. Nei cimiteri di Agrigento ce ne erano altre decine di lastre identiche con solo un numero sopra, da 1 a 367.
“Abraham è il suo nome. Ora so dov’è e questo mi aiuta a non dimenticare.” La calma commossa di Adal si mescolava al silenzio del cimitero rotto solo dai singhiozzi di sua madre. La parola memoria la pronunciava scandendo bene le sillabe.
Il ricordo, la tragedia, la strage. Quei morti di Lampedusa che si erano mostrati per la prima volta al mondo avevano rivelato l’orrore dei naufragi, la realtà che da terra non si riusciva a scorgere e si perdeva nella linea dell’orizzonte, anche se di morti nel Mediterraneo, ce ne erano stati già migliaia. Quel giorno, il 3 ottobre 2013 si erano lasciati guardare e quei corpi hanno costretto il mondo a vedere e a prendere coscienza della strage continua che si stava consumando.
Per gli Eritrei quel giorno è stato da subito “Remembrance day”, hanno iniziato a celebrarlo spontaneamente con piccole cerimonie nei paesi che li hanno accolti come rifugiati.
Per molti di noi ha avuto da subito lo stesso significato. L’impegno e la costanza del Comitato 3 ottobre in questa direzione, hanno portato prima al risultato di avviare le procedure per il riconoscimento dei corpi attraverso il  Dna e ora al primo passaggio parlamentare che approva l’istituzione della Giornata della Memoria e della Accoglienza.
Il dibattito alla Camera ha rivelato quanto sia complicato dare una forma condivisa alla memoria. È un argomento difficile l’immigrazione, soprattutto in giorni in cui ci scopriamo di nuovo in difficoltà nell’accoglienza e lasciamo scorrere in secondo piano notizie di altri naufragi tornati invisibili: 400 morti raccontati dalla voce dei superstiti.
Sono gli invisibili che non hanno voce, gli invisibili che hanno bisogno della memoria affinché abbiano voce e dignità. Il Comitato 3 ottobre nasce per questo e chiede il sostegno della rete di associazioni “Illuminiamo le periferie”, per seguire e supportare la legge fino all’approvazione definitiva al Senato.
La memoria serve a preservare il passato e, con esso, il futuro. La memoria è la sola cosa che aiuta la consapevolezza del “è già successo, non deve accadere di nuovo”. La memoria è coscienza collettiva che preserva dall’oblio del non c’ero, non ricordo, non so. Questi sono giorni duri anche sul piano del razzismo che ormai si mostra senza nessuna remora nel nostro paese, e ricordare rimane il solo antidoto efficace. C’è chi invita a rifiutare l’accoglienza nel nome di una non meglio definita “priorità italiana”, il “prima noi e poi loro”, anzi “prima noi e poi basta”, che va tanto di moda. Ma che voglia dire “prima noi”, sinceramente non si capisce. Dobbiamo respingere chi sceglie l’eventualità di morire in mare al posto della certezza di morire in patria? Dobbiamo sparargli a vista? Dobbiamo fare cosa?
Noi abbiamo scelto la memoria che è il primo passo per prendere coscienza e provare ad andare oltre istituendo corridoi umanitari e canali di accesso all’asilo per chi scappa da guerra, dittatura e persecuzione.
Sono passati 560 giorni dal 3 ottobre 2013 e di morti da allora se ne sono contati cinquemila. Cinquemila. 5000. CINQUEMILA morti, in un anno e mezzo. Cinquemila morti quasi sempre senza volto, senza un funerale dignitoso, senza un nome sulla lapide. Uno sterminio di fronte al quale non si può restare impassibili.
La legge che istituisce la Giornata della memoria e della accoglienza sancisce un principio fondamentale: non dobbiamo dimenticare, e soprattutto stabilisce che al giorno della commemorazione le scuole di ogni ordine e grado dovranno arrivarci dopo un percorso di studio che consenta di capire chi sono e perché scappano le persone che arrivano dal mare.
Ricordare serve a capire, a formare la coscienza collettiva che ci permette di uscire dal pantano dell’indifferenza e dell’egoismo.
È importante ricordare. Ci dice chi siamo e dove siamo. E ci permette di decidere dove vogliamo andare.

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