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DEF, il renzismo colpisce ancora

 

Sarebbe bello se la minoranza del PD, invece di lamentarsi sempre a cose fatte e scendere in piazza dopo aver votato i provvedimenti contro cui la manifestazione è convocata, ogni tanto riscoprisse il gusto della battaglia a viso aperto. Tanto per fare un esempio, sarebbe stato molto utile se, a suo tempo, essa avesse definito gli 80 euro per ciò che sono realmente: una mancia elettorale i cui effetti concreti sono stati pari a zero, per il semplice motivo che la fiducia dei cittadini non si ricostruisce a suon di bonus ma ricreando un clima di fiducia e speranza per il futuro che oggi manca totalmente.

Ora è la volta del cosiddetto “bonus DEF” da 1,6 miliardi, pari allo 0,1 per cento del PIL: una somma ottenuta grazie a una precisa scelta politica, ossia quella di programmare un rapporto deficit/PIL pari al 2,6 per cento anziché al 2,5 ricavabile senza quest’ennesima trovata del renzismo economico.

A voler essere ingenui, si potrebbe anche obiettare che la misura annunciata da Renzi va nella giusta direzione: da queste parti, infatti, non siamo mai stati sostenitori dell’austerity e, al contrario, abbiamo sempre asserito che l’unico modo per restituire un minimo di risorse ai cittadini fosse lo sforamento del tetto del 3 per cento, divenuto negli ultimi anni uno dei tanti dogmi con i quali l’Europa si sta condannando a morte. Figurarsi, dunque, se ci strappiamo i capelli per uno 0,1 per cento in più nel rapporto deficit/PIL, essendo oltretutto ben coscienti che l’Italia non rischia alcuna procedura d’infrazione, avendo ancora a disposizione un margine dello 0,4 per cento!

Il punto che ci preme sottolineare è che anche il DEF di quest’anno, e di conseguenza la Legge di Stabilità che verrà presentata in autunno, non mette minimamente in discussione i capisaldi del neo-liberismo imperante, anzi: i diritti non son più diritti ma gentili concessioni del governo, perseguendo questa visione verticistica da democrazia del capo per la quale bisogna ringraziare baciando i piedi quando ci viene concessa la possibilità non di vivere dignitosamente, non scherziamo, ma quanto meno di respirare.

Il punto è che il DEF renziano non ha messo in cantiere alcuna misura espansiva, visto e considerato che pure questo famoso bonus non si capisce bene quale categoria debba andare a beneficiare; il che è gravissimo perché, ovviamente, scatenerà nelle prossime settimane una guerra fra poveri che finirà col minare ulteriormente la coesione sociale di un Paese ormai allo stremo.

Il punto è che non c’è alcuna visione, alcuna idea, alcuna prospettiva ma una semplice conservazione del potere per il potere, in una concezione padronale e priva di alcun respiro ideale della cosa pubblica, come se il vero motto del renzismo fosse diventato: “Dopo di noi, il diluvio”. E così rischia di essere, dato che questa modalità di governo basata sul “divide et impera” e sull’accentramento dei poteri nelle mani del capo, non ottiene altro risultato che lo svilimento delle istituzioni, il degrado del confronto pubblico e la riduzione delle altre forze politiche a mere interpreti di una sterile protesta, priva di alcun orizzonte di governo.

Se la minoranza dem la smettesse di accettare pedissequamente tutto in nome di una “Ditta” che ormai lo stesso Bersani ha messo apertamente in discussione, troverebbe il coraggio di dire a Renzi che non sarà quest’ennesima mancia a rilanciare l’economia del Paese, anche perché quella cifra può andar bene per conquistare la Liguria e tentare di vincere in Campania ma il giorno dopo le Regionali finirebbe col mostrare la propria tragica debolezza. E noi, come del resto la minoranza dem, ci rifiutiamo categoricamente di credere che il Premier sia così cinico da anteporre l’eventuale vittoria di Lella Paita e Vincenzo De Luca agli interessi di milioni di cittadini: per quanto cultore della gestione del potere, avrà senz’altro un afflato patriottico in grado di indurlo a riflettere sulla validità delle sue scelte, dunque tanto vale dargli una mano!

Anche perché, altrimenti, si corre il rischio di attirarsi le feroci ironie apparse su “Il Sole 24 Ore” a firma del vicedirettore Fabrizio Forquet, il quale ha scritto: “C’è un livello di decenza sotto il quale non si dovrebbe mai scendere. Ma questa volta si è andati anche oltre. Prevedere un aumento dei contributi per tutte le imprese come clausola di salvaguardia dello sconto contributivo per le aziende che stabilizzano i precari supera ogni immaginazione. Sembra una boutade, uno sketch di Crozza. E invece qualcuno lo ha scritto davvero nel decreto legislativo sui contratti. Bisognerebbe pretendere il nome di cotanto genio. Di sicuro Renzi interverrà. O no?”.

Al tempo stesso, siamo sicuri che il Premier chiederà umilmente scusa, a nome suo e della mano ignota che aveva compiuto materialmente il gesto, per il pasticcio avvenuto alla vigilia di Natale a proposito dell’inserimento della norma del 3 per cento, senza soglia, per quanto riguarda l’evasione nel Decreto fiscale poi rinviato; senza dimenticare il prode Poletti, al quale senz’altro Renzi farà presente che anche all’ottimismo deve esserci un limite e che non è il caso di sbandierare ai quattro venti che il Jobs Act sta producendo assunzioni a raffica quando, in realtà, i nuovi assunti – stando a ciò che scrive “il Fatto Quotidiano” – sono, a malapena, tredici mentre per il resto si tratta di mere modifiche contrattuali per ottenere gli sgravi elargiti dal combinato disposto di riforma del lavoro e sconto IRAP contenuto nella Legge di Stabilità. E non abbiamo alcun dubbio che lo stesso avverrà a proposito di RAI, scuola, giustizia, ambiente e, ovviamente, sulle tanto agognate riforme istituzionali e costituzionali.

In caso contrario, dovremmo prendere atto che il nostro è sì un amante della storia politica americana ma non un buon conoscitore di Abraham Lincoln, il quale sosteneva che “si può ingannare un uomo per sempre e tutto il mondo una volta, ma non tutto il mondo per sempre”. E di gente che comincia a sentirsi ingannata da questo novello Principe che va ben al di là dell’acume di Machiavelli, ormai, ce n’è fin troppa.

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