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A Sana’a si piangono ancora i morti per gli attentati nelle moschee

 

A Sana’a si piangono ancora i morti per gli attentati nelle moschee, ma la guerra nello Yemen continua a mietere vite, speranze, esseri umani. Il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi è ancora in fuga, questa volta da Aden, dopo aver lasciato in modo precipitoso la capitale Sana’a un mese fa. Il ministro della Difesa Mahmoud al Subaihi, legato al presidente, è stato catturato dalle forze sciite Houthi ribelli a Lahi, a circa 40 chilometri a nord di Aden. E’ rincorsa di notizie in un Paese, sempre piu’ destabilizzato dallo scontro fra sunniti che governavano e sciiti che si ribellano e stanno conquistando il Paese.

La rabbia sunnita è esplosa il 20 marzo, con gli attentati suicidi – firmati ancora una volta dall’Isis –  nella capitale, durante la preghiera del venerdì.  Bilancio pazzesco: almeno150 morti e oltre 345 feriti nelle due moschee frequentate dai ribelli Houthi, il movimento sciita che da settembre ha occupato la città. L’attentato è stato appunto rivendicato, ma fonti di intelligence sono prudenti nell’attribuzione. Resta la rabbia, rimane la guerra.

I ribelli, queste le voci in questo ore, hanno messo una taglia di 100mila dollari sulla testa del presidente. Lo vogliono processare e condannare. Lui, in fuga, ha chiesto  l’intervento dell’Onu. I combattimenti non si fermano. Tre giorni fa almeno trenta persone sarebbero morte in una battaglia nella provincia meridionale di Bayda. Le tribù pro-Hadi hanno attaccato diverse basi e posti di blocco dei combattenti Houthi.  Quest’ultimi, la scorsa settimana avrebbero preso il controllo della città strategica di Ta’izz, tra la capitale Sana’a e Aden. Hanno occupato anche la base aerea di al Anad, la più importante nel Sud del Paese: era usata dalle forze Usa per condurre attacchi aerei contro al Qaeda nella Penisola arabica.

Attorno, nella regione, gli stati islamici a maggioranza sunnita non stanno fermi. Non vogliono uno Yemen sciita. Così,  l’Arabia Saudita ha fatto sapere di lavorare ad un piano per un intervento militare a favore del presidente Hadi.  Sarebbe una interferenza grave, denunciano i ribelli, ma sul piano internazionale sembrano essere isolati.

 

SCHEDA YEMEN (da Atlante delle Guerre e dei Coflitti del Mondo – Sesta Edizione)
La situazione attuale

E’ scontro feroce, ormai, tutti contro tutti, indipendentisti contro Governo centrale, sunniti contro sciiti. La guerra nello Yemen cresce, drammaticamente. Ennesimo atto proprio l’ultimo giorno del 2014, il 31 dicembre:  a Ibb un attentato suicida contro sostenitori della milizia sciita ha causato 49 morti e 70 feriti. Le vittime erano legate al gruppo sciita Ansaruallah. L’attentatore, vestito da donna, ha colpito nel pieno di una cerimonia religiosa. Non c’è stata rivendicazione, ma lo Yemen è il vero santuario di al-Qaeda, che qui ha le proprie basi principali. L’organizzazione si sta inserendo nello scontro storico fra maggioranza sunnita – il 60% della popolazione – e minoranza sciita.

Questa ultima minoranza sembra prendere il sopravvento, dal punto di vista militare. Il 21 settembre del 2014, i ribelli sciiti Houthi hanno di fatto preso il controllo della capitale, costringendo il Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi a cambiare primo Ministro. L’incarico è stato dato a Khaled Mahfouz Bahah. Inutile intanto la mediazione dell’inviato dell’Onu Jamal Benomar: l’accordo per il cessate il fuoco sottoscritto dalle parti il 19 settembre non ha avuto seguito, così come la proposta di costruire uno Stato federale.
Intanto, continuano a muoversi anche i secessionisti del Sud, sunniti, guidati dal movimento Herak e legati alle tradizioni tribali. A fine 2014, hanno chiesto al Governo di ritirare militari e impiegati statali dalle Regioni dello Yemen Meridionale e hanno ordinato a tutte le compagnie petrolifere straniere di fermare immediatamente le esportazioni di petrolio e gas. L’obiettivo pare essere il ritorno a due Stati diversi, esattamente come era prima  del  1990. Solo che la nascita sul mar Rosso di uno stato sciita, legato quindi all’Iran, spaventa i Paesi del Golfo, che cercano dal punto di vista diplomatico di far pressioni sugli Stati Uniti, per convincerli ad intervenire e tenere unito il Paese.

In questo gioco si inserisce, appunto, al-Qaeda, organizzazione sunnita. In aprile 2014 ha organizzato un grande raduno di militanti. Poi, ha iniziato una grande offensiva nel Sud Ovest del Paese, conquistando il controllo di alcuni territori. Il caos potrebbe avere ripercussioni anche sulla produzione del petrolio. Il Paese ha riserve stimate pari a circa tre miliardi di barili, che vengono estratti soprattutto nella zona Settentrionale di Marib-Jawf, mentre il resto proviene da Masila, nel Sud-Est.

Per cosa si combatte

Dal 2000 le ragioni della guerra nello Yemen sono sempre le stesse: la lotta al terrorismo. A questo si aggiungono le tensioni interne – riemerse con forza nel 2011 nel contesto delle proteste popolari in tutto il mondo islamico – fra Governo centrale e Clan, spesso legati alla tradizione e poco propensi ad accettare cambiamenti nel modo di vivere. Vi è poi il ruolo degli Stati Uniti, militarmente presenti – e non da tutti accettati – proprio per contrastare al-Qaeda. Sostanzialmente, quindi, si combatte per il controllo del governo centrale.

Il quadro generale.

Il nuovo Presidente, Abde Rabbo Mansur Hadi, non ha cambiato la realtà. Lo Yemen, nato nel 1990 dall’unione  fra Nord e il Sud, resta fragile. La riconciliazione nazionale, in effetti, è ancora lontana: Sanaa e Aden restano separate dai lutti e dagli strascichi della guerra civile, oltre che dalle discriminazioni economiche e sociali di cui il Sud tuttora soffre. Il risultato è che il vento della secessione continua a soffiare, contrastato da una feroce repressione del Governo centrale, che ovviamente finisce per esasperare la situazione.

In questo quadro già problematico si inserisce la presenza di al-Qaeda che appoggia le istanze secessioniste portate avanti dal Southern Mobilty Movement (Smm). Un secondo “fronte” è aperto nel Nord, al confine con l’Arabia Saudita, con la minoranza sciita che fa capo al clan degli Al Houti. Si tratta di sciiti della setta zaidita, che non riconoscono alcuna legittimità al Governo centrale. Il loro leader, il predicatore Hussein al Houti, è stato ucciso in un raid aereo del dicembre 2009.

Secondo l’Onu, il conflitto ha già fatto decine di migliaia di vittime e provocato un flusso di almeno 50mila rifugiati, costretti ad abbandonare le loro case. Le autorità di Sanaa accusano l’Iran di fomentare la rivolta, per spingere al potere la minoranza sciita, che in Yemen rappresenta il 40-45% della popolazione.  Certo è che le Province del Nord – in particolare quella di Saada – sono off limits per l’esercito di Sanaa e sono saldamente in mano ai ribelli: una secessione di fatto, che ha provocato nel dicembre 2009 l’intervento armato dell’Arabia Saudita, che lamenta l’insicurezza di questa frontiera, troppo permeabile dai miliziani di al-Qaeda.

A questo va sommato il quadro internazionale, con il ruolo degli Stati Uniti. Attaccati da al-Qaeda del 2000, con l’assalto alla portaerei Cole e la morte di 17 marines, gli Usa hanno raggiunto accordi con il Governo yemenita e ampliato la loro presenza militare, mettendo fine al rapporto ambiguo che l’ex Presidente Saleh ha mantenuto per anni con l’organizzazione. È, ad esempio, provato che le milizie di al-Qaeda sono state utilizzate senza tanti problemi dal Governo yemenita già nella seconda metà degli anni ’90, per contrastare la secessione nelle Province del Sud tentata dai ribelli del “Southern Mobility Movement”. Altrettanto disinvolto è stato però il voltafaccia dell’ex capo di Stato dopo l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2000, quando gli americani scoprirono la consistenza della rete terroristica di bin Laden in terra yemenita. A quel punto la caccia ai militanti di al-Qaeda diventò anche a Sanaa una priorità nazionale, resa ancora più pressante dal numero cospicuo di kamikaze yemeniti che si sono immolati in Iraq dopo il 2003, per combattere gli americani.

Il paradosso è che, con la stessa velocità con cui le carceri di Sanaa si sono riempite di militanti di al-Qaeda, altrettanto velocemente si sono svuotate. Una fuga di massa si verificò ad esempio nel febbraio 2006, quando 23 miliziani di al-Qaeda, tutti di primo piano, evasero. Ed è questo l’inizio di una nuova fase, che vide i jihadisti impiantarsi sempre più saldamente nelle Province del Sud, con rapporti di contiguità se non di alleanza tattica con la guerriglia separatista, che continua a battersi per l’indipendenza.

Allo stesso tempo, al-Qaeda nella penisola Arabica non smette di colpire, appena può, il nemico americano e i suoi più stretti alleati: nel 2008 vi furono due attacchi suicidi all’ambasciata Usa cui vanno aggiunti diversi attacchi contro obiettivi “occidentali”. Nell’autunno 2009, inoltre, l’Arabia Saudita ha denunciato l’infiltrazione di elementi legati ad al-Qaeda provenienti dal Nord dello Yemen, a conferma del fatto che la rete del terrore che faceva capo ad Osama bin Laden ha nello Yemen il suo principale caposaldo, con una capacità di azione ad ampio raggio ed una rete di protezioni tribali che sarà difficile smantellare, nonostante nel 2010 ci sia da registrare una grande battaglia fra l’esercito yemenita e i miliziani di al-Qaeda, nella città di Loder, nel Sud, con decine di morti da ambo le parti.

Tutto cambia nel 2011, con il crollo del Presidente Saleh. Lo scontro con gli oppositori era diventato incandescente. Il 3 giugno un bombardamento di artiglieria semi-distrusse il palazzo presidenziale. Saleh, ferito, riparò in Arabia Saudita, ma al rientro le proteste ricominciarono, portando il bilancio a 700 morti. In un discorso alla tv di stato, il 25 settembre, Saleh promise nuove elezioni a breve, per avviare un processo di transizione dei poteri. Ma la piazza reclamava, armi alla mano, le sue dimissioni immediate. Inoltre voleva processarlo per la repressione feroce e per tutti gli altri crimini commessi nei suoi 33 anni di potere più o meno assoluto. I battaglioni della Guardia Repubblicana, guidati da suo figlio Ahmed, non lo hanno salvato da una contestazione ormai estesa a tutte le tribù e a tutto o il Paese e che gli ha fatto perdere in sei mesi anche l’appoggio dei suoi storici protettori, la Monarchia saudita e il Governo degli Stati Uniti. Nel 2012 il cambio, con l’elezione di Hadi, fedelissimo di Saleh. Nulla è davvero cambiato e le tensioni nel Paese restano.

Box 1 – Raduno in tv per al-Qaeda

A mostrarlo al mondo è stato, nell’aprile del 2014, un video della Cnn: un raduno di jihadisti di al-Qaeda, in quello che la tv di Atlanta ha definito “il più vasto e apparentemente pericoloso assembramento di terroristi islamici degli ultimi anni”. Cia e Fbi hanno dichiarato di non saperne nulla. Il filmato – preso in carico dagli analisti dell’intelligence – mostra Nasir al-Wuhayshi che arringa i militanti, totalmente incuranti della possibilità di essere colpiti da un drone.  Al-Wuhayshi, numero due di al-Qaeda nel mondo e capo di al-Qaeda nella penisola arabica, ha detto in passato di voler attaccare di nuovo gli Stati Uniti.

Box 2 – La rotta dei migranti

Almeno 70 migranti – di origine etiope sarebbero morti, nell’autunno del 2014, nel naufragio di un barcone all’ingresso del Mar Rosso, al largo del porto di Al-Makha. E’ solo un episodio noto dei tanti che, si teme, segnano una delle rotte più battute da chi fugge dall’Africa verso l’Europa in cerca di una speranza. Le organizzazioni internazionali segnalano decine di migliaia di passaggi  di uomini, donne, anziani e bambini che viaggiano per tentare di raggiungere lo Yemen e da lì l’Arabia Saudita e del resto dei Paesi del Golfo. Almeno 500mila sarebbero riusciti a raggiungere la costa negli ultimi cinque anni.

Box 3 – Traffico di uomini, affari d’oro

Il business del traffico di uomini, in Yemen, vale  dai 200 ai 1000 dollari per migrante. Lo rendono moto le testimonianze raccolte dalle organizzazioni internazionali sul giro di soldi del trufficking e dello smuggling (traffico e tratta). Alcuni trafficanti hanno ammesso di essere arrivati a guadagnare 13mila dollari, alzando il prezzo stabilito una volta arrivati alle frontiere e sfruttando la complicità delle forze militari. Il guadagno viene dal trasporto, dallo scavalcamento dei checkpoint e anche dal cibo venduto a chi vuole fare il viaggio. Altra fonte di guadagno è rivendere i migranti fuggiti dai campi di detenzione a chi li detiene. Una testimone ha raccontato di un amico scappato da un campo e intercettato dai soldati vicino la città di Haradh. Mentre alcuni gli offrivano da mangiare e da bere, gli altri facevano delle chiamate: poco dopo è arrivata un’auto con due uomini, che hanno pagato i soldati e ricondotto l’uomo nel campo.

Il personaggio: Khaled Mahfouz Bahah (Yemen 1965)

49anni, ex ambasciatore dello Yemen all’Onu, ex ministro del Petrolio, Khaled Mahfouz Bahah è politico esperto. Nell’autunno del 2014 è stato chiamato a guidare un Governo di unità nazionale, nel tentativo di ricomporre una situazione disastrosa, nata da un lato per le questioni aperte con la minoranza sciita, dall’altro per le ambizioni scissioniste del Sud tribale. Nonostante le difficoltà, con la capitale praticamente in mano alle milizie sciite, il Governo di unità nazionale ha regolarmente giurato a novembre, nonostante le proteste dei ribelli sciiti del movimento Al-Houthi.

Il nuovo Governo è formato da 35 persone. Nonostante il loro disaccordo con la composizione del nuovo Governo, i ministri vicini al movimento Al-Houthi e il Congresso Generale del Popolo, guidati dall’ex Presidente Ali Abdullah Saleh, hanno partecipato alla cerimonia di inaugurazione. Un segnale incoraggiante per Bahah, che ha ripetuto di avere, come compito principale, quello di ristabilire ordine e sicurezza in un Paese ormai spaccato e preda delle vari

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