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“Una grande manifestazione nazionale per tentare di fermare i nuovi bavagli”

 

Da una parte la libertà, anzi le libertà, dall’altra la sicurezza. Lo ha spiegato bene Beppe Giulietti, nell’incontro svoltosi a Venezia assieme al segretario Fnsi Raffaele Lorusso, nel quale è stata lanciata la campagna della Fnsi e di Articolo 21 contro la nuova legge bavaglio. Paradossalmente la strage di Parigi, gli altri attentati e la drammatica congiuntura internazionale hanno dato ulteriore fiato allo schieramento che in Italia vuole storicamente mettere la mordacchia alla libera informazione: scritta, parlata, sul web. Il ricatto è semplice, al limite della banalità: volete maggiore sicurezza? dovete rinunciare a pezzetti di libertà, comprese quelle che discendono dal diritto universale di manifestazione del proprio pensiero.

Non è mai stato e non è un problema di destra o di sinistra. Lo schieramento è trasversale e aveva già avuto modo di compattarsi prima dei drammatici fatti che hanno aperto il 2015. Fra l’altro quella che rischia di diventare una legge della repubblica italiana nasce da un intento apparentemente nobile e condivisibile: eliminare la previsione del carcere per i giornalisti in casi di diffamazione. Peccato che, come si dice nel Nordest, “xè pezo el tacòn del buso” (la toppa è peggio del buco…). Sì, perchè dietro l’abolizione della pena del carcere sono
state introdotte disposizioni liberticide in materia di multe e di modalità delle rettifiche, mentre nulla si dice delle cosiddette “querele temerarie”.
Gli esempi sono noti. Sanzioni pecuniarie fino a 50 mila euro: inefficaci per i grandi gruppi editoriali ma devastanti per l’informazione indipendente, per le piccole testate online. Responsabilità ampliata del direttore per omesso controllo, ormai quasi impossibile soprattutto nelle testate on line caratterizzate da un continuo aggiornamento. Diritto di rettifica immediata e integrale al testo ritenuto lesivo della dignità dall’interessato, senza possibilità di replica o commento né del giornalista né del direttore responsabile: invece di una “rettifica”, si configura come un diritto assoluto di replica, assistito da sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza (e che prescinde, nei presupposti della richiesta, dalla falsità della notizia o dal carattere diffamatorio dell’informazione). Introduzione di una sorta di generico diritto all’oblio che consentirebbe indiscriminate richieste di rimozione di informazioni e notizie dal web (anche da un semplice blog), se ritenute diffamatorie o se contenenti dati personali ipoteticamente trattati in violazione di disposizioni di legge.
Ultimo ma non ultimo, il tema delle querele temerarie. Nella legge non se ne parla, ma è chiaro che va sanzionato chi usa la querela a strumento intimidatorio, solo per mettere a tacere un giornalista che fa onestamente e correttamente il suo mestiere.
Potremmo continuare a lungo, ma i termini della questione sono ormai noti e sono stati ampiamente dibattuti. Si avverte, dietro l’alibi della cancellazione del carcere, un clima da resa dei conti fra legislatore (e dunque fra politica) e informazione libera e indipendente. Una sorta di “non disturbate i manovratori”, di “mettetevi in riga”. Sotto la minaccia di un fuoco di fila di sanzioni, rettifiche, rimozioni che avrebbero l’effetto di mettere il bavaglio ai (pochi?) giornalisti ancora con la schiena dritta.
A Venezia lo abbiamo detto: dobbiamo organizzare una grande manifestazione nazionale per tentare di fermare, fin che siamo in tempo, una legge che non è degna di un paese civile. E la cui eventuale approvazione non farebbe migliorare, per restare all’eufemismo, la pessima posizione dell’Italia nelle classifiche sulla libertà di informazione. Fnsi e Articolo 21 ci sono. E gli altri?

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