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I soldi dell’8 per mille, Vescovo indagato

 

Quando i magistrati e gli investigatori hanno chiesto a don Sergio Librizzi, ex direttore della Caritas di Trapani, arrestato per concussione e reati di natura sessuale, a cosa corrispondevano alcune spese registrate nei rendiconti da lui gestiti delle opere di carità, il prete ha allargato le braccia. Se fosse stato un napoletano la risposta non poteva che essere questa: “io nun saccio niente”. Si perché in questo caso la pronuncia napoletana ci sta tutta in quanto rende di più e fa da contorno ad una indagine dai contenuti clamorosi, è più eloquente, rispetto alla corretta pronuncia in italiano o in dialetto siciliano. Non so nulla ha risposto don Librizzi che ha girato ad altro sacerdote la responsabilità di quei conti. Ha chiamato in causa il suo Vescovo, frattanto diventato ex Vescovo, della Diocesi di Trapani. Mons. Francesco Miccichè è finito così indagato per appropriazione indebita e malversazione di fondi pubblici, quelli dell’8 per mille. Il Vescovo che in un’altra indagine della Procura di Trapani continua a risultare parte lesa, inchiesta cresciuta attorno alla storia di altro denaro, di altri “piccioli” spariti nel nulla, 1 milione di euro che sarebbe svanito nel contesto della fusione di due fondazioni clericali, adesso è indagato. Agenti delle sezioni di pg della Finanza e della Forestale nelle scorse ore hanno eseguito una perquisizione nella sua villa di Monreale. Mons. Miccichè era assente, c’erano i suoli familiari, al rientro in Sicilia ha trovato la notifica dell’avviso di garanzia per le accuse secondo le quali il procuratore della Repubblica Marcello Viola lo ha iscritto nel registro degli indagati: appropriazione indebita e malversazione di fondi pubblici. Il Vescovo ha reagito dapprima con una serie di post scritti sulla sua pagina di Facebook, poi ad un giornalista di un quotidiano regionale ha ribadito di non aver preso nulla per se e che comunque solo alla Cei deve rispondere dell’utilizzo delle somme arrivate in Curia attraverso l’8 per mille. La Procura di Trapani da parte sua avrebbe già dato comunicazione alla Santa Sede dell’indagine. A condurre l’inchiesta sono i pm Paolo Di Sciuva, Sara Morri e Andrea Tarondo, lo stesso pool di magistrati che si sta occupando dello scandalo che ha travolto padre Librizzi, facendolo finire in cella a giugno scorso, il dibattimento col rito abbreviato comincerà il 9 marzo, intanto Librizzi si trova ai domiciliari. Dove sono finiti questi denari dell’8 per mille? E sopratutto a quanto ammonta la malversazione? Su questo l’indagine è ancora in corso, ma secondo indiscrezioni l’indagine riguarda circa gli ultimi 10 anni di guida della Diocesi di Trapani da parte di mons. Miccichè tra il 2000 e il 2012, anno in cui è avvenuta la rimozione per volere di papa Ratzinger nel pieno dello scandalo per l’ammanco da 1 milione di euro.

In quella indagine sotto accusa era finito l’ex direttore della Curia don Ninni Treppiedi, assieme ad altre persone. Gli sviluppi sono noti da tempo, manca solo l’atto che dichiara la chiusura delle indagini, dopo che i magistrati sono andati a cercare denari nascosti fin dentro lo Ior, la banca vaticana. In questa indagine l’indagato più importante, don Ninni Treppiedi ha deciso di rendere dichiarazioni. Don Treppiedi, che ha subito la sospensione dal Vaticano, ha anche acquisito la figura di teste nel processo per mafia contro il senatore D’Alì (prescritto e assolto in primo grado, processo di appello al via dal 18 marzo). Don Treppiedi da personaggio super accreditato, anche nei giorni delle indagini sull’ammanco all’interno delle fondazioni, di colpo, dopo che si è saputo della sua testimonianza all’interno del processo D’Alì, è finito sotto il torchio delle dicerie, improvvisamente sparito dalle cronache, quando forse avrebbe dovuto starci più di prima per il tenore delle dichiarazioni fatte ai magistrati che si occupavano del processo D’Alì e dell’indagine sulla Curia. Don Treppiedi di colpo è diventato inattendibile e inaffidabile anche da chi fino a pochi giorni prima della svolta processuale lo aveva tenuto in massima considerazione. Accusare un politico e sopratutto accusarlo di fatti che riguardano i rapporti con Cosa nostra ancora oggi, mentre tutti parlano di lotta alla mafia senza quartiere, produce isolamento. Un contesto che invece che indebolire le dichiarazioni di padre Treppiedi non ha fatto altro che rafforzare i fondamenti della sua testimonianza. L’isolamento è stato visto come una sorta di cartina di tornasole. Dall’indagine sulla Curia una discrasia è emersa: ciò che mons. Miccichè ha dichiarato essere irregolare ai magistrati, puntando il dito contro padre Treppiedi, accusato di avere falsificato la stessa firma del Vescovo su alcuni atti di compravendita di beni ecclesiali, è risultato invece essere perfettamente in regola negli atti che lo stesso Vescovo aveva consegnato per tempo al Vaticano. Una contraddizione “pesante”. Mons. Miccichè in procura avrebbe detto che era falso tutto quello che invece al vaticano aveva detto essere in regola. A quanto pare quel milione e passa di euro che secondo alcuni si doveva cercare tra gli atti delle fusioni tra la fondazione Auxilium e Campanile, si deve invece cercare tra le opere di carità gestite dalla Caritas. Si tratta di accreditamenti annuali nell’ordine dei 300 mila euro. Non è ancora quantificata la somma sfuggita alla carità, ma sarebbe ingente a sentire alcune indiscrezioni. Perquisizioni sono state condotte anche in Diocesi, ma c’è stata ampia collaborazione da parte del vescovo appena insediato, mons. Pietro Maria Fragnelli. Novità sono attese nelle prossime ore.

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