Quell’8 settembre 1943

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Ricordare a distanza di più di settant’anni l’anniversario dell’8 settembre 1943 suona come un ennesimo memento per le classi dirigenti e i governi che si sono succeduti nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale nel nostro beato Paese.  Se si comincia il racconto dei combattimenti da Oriente, piuttosto che da Occidente, si scopre la battaglia di Kiev (città che sarebbe ritornata di attualità di recente per la questione dell’Ucraina, e in seguito  l’occupazione da parte delle truppe naziste del bacino del Donetz  e della Crimea fino ad arrivare, il 16 ottobre 1942, alle  porte di Mosca, alle porte di Mosca.  

Ma, dopo lo stallo dovuto all’arrivo dell’inverno, il 6 dicembre 1941 ha inizio la controffensiva sovietica che porta al ripiega mento e poi alla ritirata di tutte le truppe naziste su tutto il fronte. A questo punto il dittatore nazista Adolf Hitler esonera il comandante supremo Walter Von Brautisch e assume personalmente il comando dell’esercito. Nell’estate 1942, un’offensiva tedesca fallisce i suoi obbiettivi di conquistare i campi petroliferi del Caucaso e di Stalingrado: le truppe corazzate  tedesche riescono a conquistarla nell’autunno del 1942 ma, proprio in ottobre, inizia una controffensiva  sovietica che accerchia l’esercito nazista e riprende il possesso della città.  Hitler rifiuta la richiesta delle truppe di arrendersi e i sovietici liquidano la resistenza tedesca facendo oltre novecentomila prigionieri.

Stalin, presidente del Consiglio dei commissari del popolo, proclama la grande  guerra patriottica e organizza la mobilitazione di tutte le forze e l’adozione di tutte le forze e l’adozione della tattica della guerra bruciata. Il conflitto volge ormai verso la sconfitta della Germania e dei suoi alleati (nell’Unione Sovietica il corpo di spedizione italiano effettua una ritirata disastrosa con la perdita di decine di migliaia di alpini nel freddo delle pianure russe) e la vittoria dell’Unione Sovietica che si allea con l’Inghilterra di Churchill e riconosce il governo polacco in esilio. L’autunno del 1942 aveva segnato in Africa l’inizio della controffensiva britannica di El Alamein e, nei mesi successivi, con lo sbarco  angloamericano, il passaggio delle truppe francesi del governo di Vichy agli alleati e l’occupazione tedesca di tutta la Francia, le forze dell’Asse vanno incontro alla sconfitta nello scontro con gli anglo-americani con tutto il Nord-Africa fino alla capitolazione del gruppo Armate di Africa, 250mila soldati italiani e tedeschi che si arrendono al nemico.

Il 10 luglio 1943 truppe anglo-americane sbarcano in Sicilia, successivamente altri sbarchi a Taranto e a Salerno il 9 settembre, costringono le truppe tedesche a ritirarsi sulla linea Gustav a nord di Napoli che il 27 settembre 1943 è insorta contro i nazisti. Ma la crisi della dittatura mussoliniana ha la prima svolta decisiva quando il Gran Consiglio del Fascismo registra il voto di sfiducia (diciannove contro cinque) della maggioranza dei gerarchi guidati da Grandi, Bottai e Ciano contro il duce che la mattina dopo presenta le dimissioni a re Vittorio Emanuele III. Questi le accetta e e fa arrestare Mussolini che viene portato prigioniero sul Gran Sasso e qui viene liberato da un commando delle SS guidato dal maggiore Skorzeny. Nel frattempo a Cassibile, l’Italia affidata al governo del maresciallo Badoglio, firma un armistizio con le potenze alleate reso noto l’8 settembre 1943. Ma il governo e il re non comunicano ordini alle truppe italiane sparse in tutti i teatri di guerra  che sono in gran parte disarmate o fatte prigioniere. E’ il frutto di un’uscita rapida e traumatica dalla guerra di una dittatura politica durata più di vent’anni e l’avvento temporaneo di una dittatura dinastica e militare che non ha ancora deciso che cosa fare e neppure contro chi combattere.  Dai vertici dello Stato italiano alla maggior parte dei soldati fu  di raggiungere un rifugio che fosse libero dalla guerra.

Ma non  si trattò né della morte della patria(di cui parlò in quegli anni  lo scrittore Satta e avrebbe riparlato, molti decenni dopo, Ernesto Galli della Loggia) ma semmai della fine ingloriosa di una dittatura che aveva costretto gli italiani a continui tentativi di conquiste militari e di guerre contro forze preponderanti (come avvenne di fatto nella seconda guerra mondiale) per affermare ancora una volta il primato politico e militare dell’Italia fascista. La guerra fu per l’Italia pesante e dura (oltre seicentomila morti) e da un punto militare tra il 1943 e il 1945 la tagliò in due. Ma la patria, a quanto possiamo giudicare noi dopo settant’anni, non morì affatto. Semmai ebbe fine la patria che Mussolini e il movimento fascista avevano pensato e incominciato con molti delitti, errori e difficoltà, a costruire dopo il 1922. Per fortuna decine di migliaia di giovani in tutto il Paese si unirono agli alleati angloamericani, che rappresentavano le democrazie allora  viventi e l’ Unione Sovietica di Stalin, e sconfissero in venti mesi  lo Stato-fantoccio di Salò, dipendente in tutto e per tutto  da Berlino fondando una democrazia parlamentare e, con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, anche repubblicana. Non fu, mi pare, né un piccolo né un cattivo risultato.


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