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Ecuador, l’insanabile conflitto tra Correa e la stampa di opposizione (2a parte)

 

da QUITO (ECUADOR) Quando Correa sale al potere nel 2007, dopo aver vinto regolari elezioni l’anno precedente, il Paese è allo stremo, legato economicamente mani e piedi al FMI e agli Stati Uniti, per via della dollarizzazione imposta dal governo di Jamil Mahuad alla fine del 1999, quando il dollaro rimpiazza El Sucre, la valuta nazionale. Le politiche neoliberiste, legate al programma imposto dal Fondo Monetario, (con Mahuad prima, e poi con il suo successore, Lucio Gutiérrez, il quale lo aveva già deposto con un colpo di Stato nel 2000, per poi subentrargli legalmente con il voto, nel 2003) hanno portato il debito pubblico alle stelle, causa la sovraesposizione de gli strumenti finanziari, cioè l’emissione continua di bonds governativi avallati da FMI.

Il neo Presidente, che si è fatto le ossa come Ministro delle Finanze durante il governo di transizione Alfredo Palacio, dal 2005 al 2007, esordisce con una mossa clamorosa, rifiutandosi di firmare il patto con FMI per il monitoraggio dell’economia ecuadoriana, e disconoscendo il debito pubblico acceso dai bonds, la cui responsabilità è scaricata in toto sui governi precedenti. Il capolavoro iniziale, consiste nel far cadere il prezzo dei suddetti bonds, paventando pubblicamente un possibile fallimento dello Stato, e adottando in seguito la tattica di “buyback” degli strumenti finanziari, che minacciano diventare carta straccia nelle mani delle banche internazionali. Operazione coronata da successo, quando nel 2009 l’Ecuador ricompra i bonds emessi sul mercato europeo, pagandoli solo il 35% del loro valore iniziale.

Il debito estero è dimezzato al 3%, dal precedente 6%, in rapporto al PIL. Sebbene le accuse di manipolazione del mercato operata dalle banche venezuelane, in accordo con il governo ecuadoriano, non siano infondate, è palese che la situazione d’emergenza giustifichi “de facto” Correa, a praticare questa politica machiavelliana.

Egli è pur sempre un economista, insignito di un Master in Science Economiche dall’Università dell’Illinois; la sua visione socialista di uno Stato centrale che sfrutti parte del PIB (Producto Interior Bruto, il nostro PIL) per programmi di bene pubblico, soprattutto mirati al sistema sanitario e educativo, si fonde pragmaticamente con il mantenimento di un’imprenditoria privata, che tuteli comunque l’aspetto familiare e cooperativo interno del Paese, controllando gli investimenti dall’estero e limitando l’accesso alle multinazionali. Che esistono in Ecuador, ma circoscritte ai centri commerciali, e a diffusione limitata. Cito come esempio il Quicentro, il mall più importante della capitale Quito, dove, una volta tanto, i soliti KCF o Burger King, sono presenti solo con due piccoli stand, e spartiscono i loro profitti con i fast food nazionali, sui quali emerge la catena El Espanol, estesa nelle città principali del Paese.

Pur ricorrendo alla retorica, Correa ha il merito di evitare mosse demagogiche, che avrebbero un effetto disastroso, come ad esempio il ritorno al Sucre, oggi obsoleto, all’interno di un economia inquadrata comunque nella valuta statunitense, ma che preserva un basso costo della vita, e servizi sociali di prim’ordine, mantenuti soprattutto dai profitti derivanti dall’industria estrattiva del petrolio in Ecuador, alla quale la sola Cina sta destinando circa 12 miliardi di dollari. Di questa montagna di soldi, il 60-70% è devoluto ai programmi sociali; oltre alla sanità e istruzione, già citati, si annovera un contributo mensile di 50 dollari ad anziani, donne single senza lavoro e portatori di handicap, a fronte di un salario minimo che oscilla intorno ai 350/400 Usd mensili.

Anche i senzatetto sono gratificati, soprattutto lungo la Sierra, dell’usufrutto gratuito di alloggi. Il budget destinato alle case è di 900 milioni, di cui 750 già spesi nel 2011. Il fondo per il micro credito delle piccole imprese, è stato portato a 300 milioni, tramite prestiti di 5.000 dollari individuali al 5% d’interesse; circa 60.000 ecuadoriani ne hanno usufruito finora.

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Riforma fiscale: nel novembre del 2012, l’Amministrazione Correa presenta un piano di riforma fiscale all’Assemblea Nazionale dell’Ecuador.
I punti principali della riforma sono così articolati:

– L’imposta aggiuntiva di 0,25%, sulle attività finanziarie dislocate all’estero, oltre l’IVA del 12%, (da annotare che l’acronimo corrisponde al nostro, in spagnolo si traduce con: Impuesto sobre el Valor Agregado)
– Limite massimo del 10%, riguardo depositi offshore delle banche, sul totale delle loro custodie.
– Restrizione sulle detrazioni fiscali superiori al 10%, solo a fronte d’investimenti nel settore produttivo, come mutui garantiti da cooperative autorizzate, o casse di risparmio.
– Contributi obbligatori da parte del settore finanziario al Bono de Desarrollo Humano, soprattutto a favore delle pensioni di cittadini a basso reddito, che oggi riguardano circa due milioni di ecuadoriani.
– Questi contributi vanno riscossi attraverso una tassazione sui servizi venduti alla clientela, come prestiti, mutui e acquisto di strumenti finanziari.

Il tutto corredato da una nuova legge che garantisca la trasparenza bancaria, la rintracciabilità di depositi sospetti, e il passaggio degli acconti d’imposta da 0.2% a 3%. La reazione di banche e istituti di credito non si fa attendere: dal settore finanziario si rivolgono appelli veementi a Correa, che è accusato di discriminazione rivolta a un settore specifico, quando ce ne sono ben altri, secondo le critiche, che potrebbero essere obbligati a contribuire a tale piano di sviluppo, ma sono esentati. La riforma tenta di porre uno stop a privilegi di cui las finanzas usufruisce da sempre, in Ecuador, come nel resto del continente Americano. Il testo è approvato solo l’anno successivo, con alcune modifiche, soprattutto nei paragrafi delle detrazioni, e sulle percentuali della tassazione finanziaria, ma se non altro è fatto salvo il principio basilare, quello della differenziazione delle aliquote; se una lavorante guadagna 378 dollari a mese, paga un’aliquota di 52 dollari, che corrisponde circa al 14%; il suo Dueno (titolare) deve versare il 25% sulle entrate; è la Tasa de Impuesto a la Renta Corporativa, cioè il tasso di imposta sul reddito delle società, oltre a una bolletta della luce, proporzionata ai consumi della sua attività, e una tassa di possesso sui veicoli a uso aziendale, che può oscillare da 30 a 50 dollari, secondo la cilindrata degli stessi. La bolletta elettrica di una famiglia media, intorno ai 15 dollari.

Questo a fronte del costo della benzina, che è basso; un dollaro al gallone.
Un gallone americano corrisponde a 3,80 litri. Ergo, 0.263 centesimi di dollaro.
0.184 di euro. I trasporti extraurbani hanno un costo di un dollaro per ogni ora di viaggio, in autobus o treno che sia, per un massimo di nove ore di tragitto.
Quisquiglie, come direbbe il buon Totò.

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Dulcis in fundo, El Turismo

Non credo di esagerare, scrivendo che il turismo si avvia a diventare la seconda entrata del PIB ecuadoriano, dopo il petrolio.
Grazie a una legislazione ambientale ferrea e una varietà climatica unica al mondo, in un Paese così piccolo, appena 14 milioni di abitanti, l’Ecuador offre una vasta gamma di proposte; dalle isole Galàpagos, uniche nella loro biodiversità animale, alle vette delle Ande, con vulcani come il Chimborazo, 6.250 metri, il più alto al mondo, ancora attivo.

Oltre a città gioiello, come la capitale Quito, e Cuenca, che conserva quasi intatto il proprio patrimonio storico e culturale andino.
Anche la giungla amazzonica di Napo e Cuyabeno, insieme alla città di Banos de Agua Santa, capitale degli sport estremi, sono tappe imperdibili.
Alcuni dati: nelle isole Galàpagos, transitano per soggiorno o per sole escursioni, circa 200.000 turisti l’anno, a fronte di una popolazione locale che non supera le 32.000 unità, concentrata soprattutto nell’isola di Santa Cruz.

La maggior parte acquista almeno due tour presso le isole limitrofe, le cui tariffe oscillano dai 70 ai 160 dollari cadauno; aggiungendo gli introiti alberghieri e di ristorazione, l’entità di questo giro d’affari nel 2013, è stato valutato intorno ai 720 milioni.

Clamorosa l’affluenza in una cittadina come Banos de Agua Santa, all’interno della Sierra, sulla quale sovrasta sempre minaccioso il vulcano Tungurahua, attivo anche nel febbraio passato. Rinomata per le sue terme e centri benessere, Banos è famosa, soprattutto per i suoi sport estremi, che attirano turisti, da Argentina e Cile, oltre agli Stati Uniti e Canada, e i soliti tedeschi. El Salto del Puente, conosciuto come “swinging” (una sorta di elastico che trattiene la schiena, sospesi nel vuoto) canyoning (scalata di un canyon), rafting sulle rapide, oltre a kayak e canopy, esiste un’ampia gamma di scelte per ammazzarsi con allegria, visto che l’euforia da altitudine fa perdere il senso del pericolo. Restiamo nel business: il tour più economico costa 30 dollari. In una giornata, nel primo turno, ho contato circa 150 persone, che fanno 4.500 dollari per una sola escursione giornaliera. Moltiplicate questa cifra almeno per due tornate quotidiane, e fatelo altrettanto per i giorni che compongono gli otto mesi di una stagione turistica media, lasciando pure quattro mesi di bassa stagione a parametro zero. Aggiungete però il fatturato di circa 100 tra alberghi e Hostal.  Cifre da capogiro, e parliamo solo di un paese di 18.000 abitanti.

Considerando il resto dell’Ecuador, sorpassiamo tranquillamente i due miliardi di dollari, una fetta imponente, nella torta del PIB nazionale.
L’aspetto più interessante, è come sono ripartiti questi incassi; due punti di riferimento immancabili, vivendo ai Caraibi, Cuba e Giamaica.

Nel primo caso, è stato soprattutto lo Stato a incamerare gli introiti, che per circa mezzo secolo sono rimasti sotto il controllo di un’avida burocrazia, composta di corporazioni in perenne rivalità. In Giamaica, sono i privati, sovente americani o spagnoli, con alcuni Mogol immarcescibili anglo/giamaicani, che ingoiano tutto con i loro familiari, spesso trasferendo i capitali in paradisi offshore ai quali l’isola non appartiene. In entrambi i casi, quelli che ci lavorano, che siano guide, camerieri, facchini, supervisori o altro, sono accomunati da salari miserrimi e condizioni lavorative poco dignitose. In Ecuador la musica cambia: il business è in mano a cooperative composte di famiglie che si dividono i compiti; nel caso di Banos, i 30 dollari menzionati, sono ripartiti tra i gestori dei ristoranti, i proprietari delle attrezzature, oltre alle guide indios e le agenzie. Tutti sono retribuiti in proporzione, non ho ascoltato lamentele clamorose. Lo Stato incassa solo i proventi fiscali, che comunque non sono magri, difatti molti operatori protestano, vivacemente a volte, ma i soldi ci sono, questo solo conta.

Lo stesso succede nelle Galàpagos, dove, anche se la parte del leone la fanno i capitani di lance e yacht (oltre ai grossi alberghi) se la passano bene anche gli ostelli più piccoli, e tutte le agenzie che incassano ghiotte percentuali dal giro delle escursioni.  Uno dei target 2014 del Ministero delle Finanze, è l’abbassamento dell’IVA dal 12% al 10%; un calmiere necessario, a fronte del malumore che serpeggia tra i contribuenti. E una boccata d’ossigeno per Correa.

(2-continua)

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