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Xenofoba, antisemita e demagogica. Questa l’Unione europea dopo le elezioni

 

Un futuro plumbeo e inquietante avvolge i 500 milioni di abitanti dell’Unione Europea. Dopo i danni incalcolabili e devastanti, soprattutto per le nuove generazioni, dovuti alla crisi economica e finanziaria del 2008, ecco ora quelli introdotti dai risultati delle recenti elezioni: oltre il 20% dei 751 eletti al Parlamento di Bruxelles sono espressione di movimenti e partiti xenofobi, antisemiti e razzisti. Un risultato a tinte fosche solo in parte mitigato dalla forte astensione: su quasi 400 milioni di aventi diritto, hanno votato circa 170 milioni e le statistiche ufficiali non hanno conteggiato ancora milioni di schede bianche e nulle, che sempre più esprimono malessere e disincanto verso il sistema: in Italia sono state 1,5 milioni, un po’ meno della Lega Nord, che ha conquistato 5 seggi!

Alle prime elezioni del 1979 (Comunità Europea a 9 paesi), ci fu un’affluenza del 61,99%, oggi è scesa al 43,09%. Più ci si è allargati, più è diminuita la partecipazione elettorale.
Gli europei (intesi come lobby, rappresentanti locali, parlamentari nazionali e continentali, movimenti consumeristici e ONG) sono poco coesi ma molto utilitaristi: i primi a chiedere norme e finanziamenti su qualsiasi tema e per tutelare gli interessi anche delle più piccole regioni e tipologie di merci; gli ultimi come impegno a formare una comunità di intenti, culturale, sociale e sovranazionale o a difendere diritti universali.

Tra il 2004 e il 2013, l’Unione si è allargata a dismisura ad Est, inglobando i paesi che un tempo orbitavano nella sfera di influenza della ex-Unione Sovietica, fatta eccezione per le piccole isole di Cipro/Comunità greca, e Malta. Paesi con scarsa tradizione democratica e refrattari alle legislazioni liberali della “Vecchia Europa”; tant’è che vi predominano partiti ultraconservatori, guidati da oligarchi apertamente xenofobi (il caso del governo “illiberale” d’Ungheria, spesso censurato dall’Europarlamento).

I recenti attacchi con 4 morti al Museo ebraico di Bruxelles, e le aggressioni contro giovani ebrei nelle banlieu di Parigi, durante le elezioni, sono le ultime espressioni dell’antisemitismo crescente, così come le manifestazioni di aperta xenofobia contro i migranti, profughi dai i paesi mediorientali e nordafricani coinvolti in guerre civili.

In Francia, Danimarca, Olanda, Germania e Gran Bretagna, proprio nei quartieri a maggioranza islamica si sono avuti i maggiori consensi ai partiti xenofobi ed euroscettici: come il Front National di Marine Le Pen, la Lega Nord italiana, l’UKIP di Nigel Farage  in Gran Bretagna, gli svedesi di Sverigedemokraterna, i nazionalisti fiamminghi del Vlaams Belang o quelli olandesi del Partito della Libertà, gli ungheresi dello Jobbik.

Non è certo una “guerra di religione” né uno “scontro di civiltà”, ma piuttosto un’espressione atavica e irrazionale del conflitto di interessi interclassistici, trasversali, che cercano di trovare un nemico di facile identificazione demagogica, anziché affrontare con le armi della dialettica democratica e con il razionalismo politico lo stato di crisi economica, sociale e culturale che attraversa tutta l’Europa. Un’analisi di parte, seppure utile a comprendere questi epifenomeni, era stata elaborata in due saggi, ritenuti “scorretti politicamente”: ”Lo scontro delle civiltà” (2001, Garzanti) di Samuel Huntington e “Gli ultimi giorni dell’Europa” (2008, Marsilio) di Walter Laquer.

Secondo i più attenti analisti di flussi demografici e statistiche sulle comunità religiose, come l’autorevole e indipendente istituto Pew Research Center di Washington, si prevede che in Europa la popolazione musulmana aumenterà di un terzo entro il 2030, passando da 44,1 milioni di abitanti, il 6% degli abitanti, a 58,2 milioni, l’8%. Alcuni stati vedranno gli islamici raggiungere una percentuale a due cifre come il Belgio, la cui popolazione musulmana passerà dal 6% al 10,2%  e quella della Francia, che raggiungerà il 10,3%  contro il 7,5% di oggi. In Svezia i musulmani aumenteranno  a circa il 10% contro il 5% di oggi. In Gran Bretagna raggiungeranno l’8,2% della popolazione (il 4,6% oggi) e in Austria il 9,3% contro il 6%. Oggi, Il paese che ospita il maggior numero di musulmani è la Francia (circa 5 milioni, la metà dei quali con cittadinanza francese), seguita dalla Germania (circa 3,5 milioni, di cui 2 milioni turchi) e dall’Inghilterra (2 milioni, quasi tutti di nazionalità britannica, originari del Pakistan, dell’India e del Medio Oriente). In Belgio ce ne sono circa 350.000, un po’ di più in Olanda. In Italia sono circa 1.505.000 secondo le stime del Dossier Statistico 2011 Caritas/Migrantes. Nell’area balcanica – dove l’islam è una realtà radicata da più di 500 anni – nei paesi che hanno chiesto di entrare nell’UE, vivono circa 8 milioni di musulmani: in Bosnia e Albania costituiscono la maggioranza, mentre in Macedonia e Bulgaria convivono con gli  ortodossi. Solo la Turchia, che attende da un decennio almeno di essere ammessa all’Unione, ha una popolazione di 75,6 milioni di abitanti di fede islamica.

Nell’Unione Europea, insomma, vivono  17 milioni di islamici (secondo i dati del Central Institut Islam Archive), a fronte di 1 milione e 200 mila ebrei. Nonostante quanto si cerca di far credere attraverso la propaganda negazionista e neo-revisionista, la comunità ebraica non è più preponderante nel sistema economico-finanziario europeo. Gli investimenti nei titoli di stato, bond e obbligazioni pubbliche dei principali stati è per un terzo in mano ai Fondi sovrani arabi, un terzo a quelli cinesi e il resto alle banche europee, a quelle russe e dei paesi emergenti asiatici e sudamericani. La finanza araba è maggioritaria negli investimenti alla City di Londra, la principale Borsa affari del mondo in questo settore. Ma quello che più salta agli occhi nell’ampliamento della presenza islamica (soprattutto con capitali delle principali famiglie “reali” dell’Arabia Saudita, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti) è la diversificazione degli investimenti: nell’editoria classica e nella TV satellitare, nelle TLC e soprattutto la Telefonia mobile, nello sport di massa come il calcio e il ciclismo (tutti veicoli di grande “ritorno” nell’immaginario consumistico), nelle compagnie aeree e turistiche. E’ un’espansione che trova facile terreno, nessun ostacolo; anzi, sono proprio i governi più conservatori che vanno “in pellegrinaggio” nelle capitali arabe a sollecitare investimenti arabi nei rispettivi paesi europei.

In questo modo, inoltre, i cittadini islamici di ultima generazione si sentono sempre più “europei” e hanno perso quella aureola di “discriminati” che una volta li faceva sentire “cittadini di serie B”. Ma se da una parte acquistano piena cittadinanza europea (nei diritti politici e sociali, nell’uso strumentale del welfare-state), dall’altra per evidenziare la loro diversità dai “costumi decadenti” occidentali, accrescono il loro integralismo religioso, cedendo anche ad alcune convinzioni xenofobe. Sono gli islamici maghrebini che abitano nelle periferie, che usano gli stessi argomenti razzisti verso i nuovi migranti, sbarcati sulle spiagge del Mediterraneo, che se la prendono con i Rom, i neri cristiani e, come sempre, con le comunità ebraiche.

In Francia, la polveriera dell’antisemitismo e della xenofobia, vive la maggiore comunità ebraica europea (attorno ai 600 mila ebrei), e qui vi è presente anche la più grande comunità islamica dell’Unione; in Italia vivono 36 mila ebrei. In Belgio 30 mila, altri 30 mila in Olanda, in Ungheria 49 mila, in Gran Bretagna sono 300 mila, mentre in Germania ce ne sono 120 mila (dati elaborati  dal professor  Sergio Della Pergola dell’Università Ebraica di Gerusalemme).

In realtà, oggi l’antisemitismo ha due volti, uno di destra e uno di sinistra, che si sviluppano su più piani: da una parte attraverso campagne denigratorie e neorevisioniste, condite anche di satira irriverente, che fioriscono sul WEB o trovano spazio in rappresentazioni teatrali e musicali (da ultimo, il caso del comico di origini del Camerun, Dieudonné M’Bala M’Bala, che è stato censurato dalle autorità politiche e dalla magistratura francese per i suoi spettacoli ritenuti “offensivi nei confronti della religione ebraica, osceni e antisionisti”).Un altro esempio viene dalla leader del Front National, Marine Le Pen, che nel settembre del 2013 ha chiesto di proibire l’uso in pubblico della kippah ebraica, così come è stato proibito l’uso in pubblico del velo islamico femminile: “E’ chiaro che se è stato messo fuori legge il velo, bisogna proibire anche la kippah”, ha dichiarato. Ogni tanto il FN si “avvicina” all’ebraismo, e in particolare ad Israele, perché lo vede come un naturale alleato nella guerra contro l’Islam, e ciò spiega perché i dirigenti del FN continuano a pronunciarsi contro gli ebrei delle comunità francesi ma ad elogiare alcuni aspetti di Israele.
L’altro volto è quello violento: aggressioni e attacchi terroristici con tanto di morti (a Tolosa, nella Francia, meridionale, furono uccisi 3 bambini e il loro insegnante di una scuola ebraica, nel 2012), opera soprattutto di fondamentalisti islamici, ma anche di skinheads del cosiddetto “White Power”, una sorta di “internazionale anarco-neonazista”.

Quindi, c’è l’aspetto dai “guanti bianchi”, ovvero “non-violento” che accomuna tutti i movimenti di destra e di sinistra in una sorta di lotta attraverso i mezzi legali forniti dall’Unione Europea per contrastare la politica d’Israele, ritenuta apertamente di “apartheid” nei confronti dei palestinesi. Dal 2005 si è sviluppato, infatti, il movimento “BDS”, ovvero “Boicotta, Disinvesti, Sanziona”, che colpisce aziende israeliane che commercializzano generi alimentari come datteri, pompelmi e melograni, oppure banche, imprese di costruzioni e industrie dell’high tech per computer, tlc e articoli sanitari.
Con l’Europa primo partner commerciale d’Israele, il boicottaggio comincia a danneggiare anche le esportazioni. Nel 2013, gli agricoltori della Valle del Giordano hanno visto le vendite ridursi di 21 milioni di euro, circa il 14 percento, perché sempre meno negozi e supermercati europei vogliono sui propri banchi i loro prodotti ortofrutticoli.

Ma anche grandi istituti bancari, come la danese Danske Bank e la tedesca Deutsche Bank, hanno inserito nella lista delle imprese con le quali non bisogna investire l’israeliana Bank Hapoalim. In tutti questi casi i promotori delle campagne “BDS” respingono l’accusa di antisemitismo, ma si rifanno alle Dichiarazioni dei diritti universali dell’ONU e alle molte direttive inascoltate dai governi di Israele di ritirarsi dai territori occupati e di terminare le costruzioni abusive in Palestina.
A gennaio, il più grande fondo pensione olandese, PGGM, ha ritirato i propri investimenti da cinque banche israeliane, colpevoli di svolgere le proprie attività anche negli insediamenti in Cisgiordania. La stessa decisione è stata presa dalla svedese Nordea Bank. Sempre in Olanda, divenuta bastione del movimento per il boicottaggio, diverse aziende hanno tagliato i ponti con Israele sotto pressione del proprio governo, rinunciando a contratti e collaborazioni che avrebbero interessato anche Gerusalemme Est e la Cisgiordania. Il governo neo-conservatore di Oslo, guidato dalla premier Erna Solberg, ha deciso di escludere le aziende israeliane Danya Cebus e Africa-Israel Investiment dalla lista dei possibili beneficiari di investimenti da parte del ricco fondo pensionistico nazionale.

Recentemente, l’attrice americana Scarlett Johansson ha scelto di rinunciare all’incarico di ambasciatrice per Oxfam (confederazione mondiale di 17 ONG ,che si batte per lo sviluppo sostenibile contro povertà e ingiustizie), dopo che l’organizzazione umanitaria l’aveva duramente attaccata per aver scelto di diventare testimonial dei prodotti della “sionista” Sodastream, società con fabbrica nella West Bank.
Uno dei più attivi in queste “campagne di opinione” è l’ex leader dei Pink Floyd, Roger Waters che, in una recente intervista, ha sostenuto il “BDS” contro “il regime israeliano di apartheid razzista”.

In Spagna e in Gran Bretagna vi sono università e associazioni di professori che boicottano le relazioni accademiche con Israele. A Londra, nel 2009, un gruppo di militanti che partecipavano alla campagna di boicottaggio contro la catena internazionale di caffetterie Starbucks, ha assalito e distrutto un loro negozio definendo “Starbucks sionista che finanzia l’esercito israeliano”.

Di fatto, siamo ad una nuova versione di antisemitismo, che accomuna movimenti di destra e di sinistra nell’appoggiare la causa palestinese contro “l’espansionismo e il razzismo” dello stato d’Israele. E in questa “deriva demagogica e xenofoba” l’Unione Europea non sembra affatto capace di discernere il razzismo e l’antisemitismo dal sionismo e dall’integralismo religioso islamico. Cosicché si rischia, con il prolungarsi della crisi economica e sociale, l’acuirsi degli scontri di “civiltà” e l’escalation di violenze tra comunità che invece dovrebbero integrarsi. Ancor di più, oggi, che nell’Europarlamento siederanno un folto gruppo di rappresentanti euroscettici, di destra, apertamente xenofobi, antisemiti e capitanati da leader demagogici.

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