Donne a metà (Speciale 8 marzo)

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Donne di mafia, donne fedeli, donne omertose. Donne. Forse vittime o forse complici. Le loro anime sono inquiete e tormentate. Sono “donne a metà”.  Ombre femminili compongono il micro universo del crimine organizzato all’interno del quale la donna è indispensabile poiché fondamentale per procreare, insegnare ai figli il codice culturale mafioso, trasmettere i messaggi agli affiliati e fare da garante nella conservazione del potere malavitoso. Ma cosa accade quando proprio colei che avrebbe dovuto rispettare il ruolo imposto decide di ribellarsi, demolire il muro dell’omertà, disubbidire al codice d’onore mafioso, tradire la fedeltà che il clan aveva riposto in lei? Accade che il caos invade la società malavitosa, le pedine della scacchiera impazziscono, il sistema va in tilt.

“Donne di mafia, ribellatevi. Rompete le catene, tornate alla vita. Sangue chiama sangue, vendetta chiama vendetta. Lasciate che Palermo rifiorisca sotto una nuova luce, nel segno dell’amore di Dio. Lasciate che i vostri figli crescano secondo i principi sani, capaci di esaltare quanto di bello c’è nel mondo” è l’appello di Filippa Spatola (vedova del boss Totuccio Inzerillo, sorella dell’imprenditore trafficante Rosario Spatola, nipote del vecchio patriarca di Torretta, Sasà Di Maggio, cugina di primo grado di John Gambino) pubblicato nel 1996 sul Giornale di Sicilia, con il quale intendeva esortare chi come lei aveva subito in silenzio, le scelte maschiliste e patriarcali dettate dai loro uomini, mafiosi senza scrupoli che hanno plasmato le donne privandole della propria identità rendendole devote alla famiglia.

Il fenomeno di ribellione, che seppur lentamente ha consentito alla magistratura e alla società, di ottenere importanti traguardi, è osservato con molta attenzione da parte di studiosi che convergono sull’idea che l’unico vero motivo per cui le donne decidono di collaborare con la giustizia, sia la volontà di affermare un nuovo sè. Intraprendere questo tipo di percorso è senza dubbio molto difficile, tuttavia, la certezza di acquisire un status identitario differente da quello precedente permette di superare le possibili ritorsioni che potrebbero subire da parte dei loro nemici. Niente è più rivoluzionario del tentativo di libertà messo in atto da una donna che prova a svincolarsi dalla morsa dell’onorata società.

L’attivismo che ne emerge è un valido esempio di emancipazione femminile, un riscatto fatto di parole, perché la parola è l’unica vera arma possibile per scardinare una fortezza. Riuscire a combattere questo tipo di battaglia non è facile, è accaduto che alcune donne abbiano tentato di suicidarsi, in altri casi invece il periodo della carcerazione ha assunto una funzione salvifica. All’interno del penitenziario, infatti, le donne riescono a respirare un clima differente da quello che aleggia nelle famiglie di appartenenza e gradualmente provano a svincolarsi dal ricatto psicologico imposto dai parenti.

Con ammirevole impegno madri, mogli e figlie attuano un processo di rinascita, convinte che il sogno di essere diverse quindi migliori possa realmente concretizzarsi. La rottura con la vita precedente rappresenta un momento decisivo per la loro esistenza e pur provando non poca sofferenza, le artefici del cambiamento assumono la consapevolezza che stanno per compiere una scelta giusta non solo per se’ stesse, ma anche per i propri figli. Un altro aspetto estremamente importante è la forza dell’esempio che scaturisce da storie come quella di Giuseppina Pesce, figlia dello storico boss di Rosarno Salvatore, e Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, che nonostante la trucida morte della madre, continua a seguire le orme di una donna che come eredità le ha lasciato il coraggio di ribellarsi alle ingiustizie.

Il percorso di Denise come quello di Giuseppina sarà lungo e tortuoso, un tragitto che donerà loro quella pienezza tanto ambita, un’integrità d’animo che diversamente non avrebbero mai potuto percepire. Solo così non saranno più “donne a metà”.


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