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“Ogni volta che sento una sirena, mi viene in mente il campo di concentramento”

 

Io, cattolico, che ha avuto nella mia famiglia parenti ebrei acquisiti, nel giorno della Shoah voglio dare testimonianza di un’ esperienza personale che supera il contingente o il particolare e che non fu soltanto una variazione, un’ eccezione,  nelle consuetudini familiari. Negli anni che succedettero la seconda guerra mondiale, le donne che lavoravano erano un fatto raro. Gli uomini al lavoro, le donne a casa (anche per questo dato storico chi parla contro la pensione di reversibilità, o la pensione calcolata sul contributivo, dovrebbe pensarci bene e informarsi sulla storia del paese).

La casa di mia madre, per gran parte della giornata (gli uomini lavoravano otto/dieci ore al giorno e poi giù a fare lavoretti per integrare magri stipendi) era una casa popolata da voci di donne. Cucivano, pulivano la casa, preparavano da mangiare,  parlavano tra loro con una vivacità squillante, animata, che usciva da stanza e entrava in un’ altra. Quando questo gran vociare che aveva una propria allegria, una sua vitalità anche nei litigi, a volte, all’ improvviso, si abbassava di tono, le parole diventavano sussurri misurati. Questo voleva dire che si parlava di segreti di famiglia, magari qualcosa di cui si sentiva di non avere il consenso, se non e peggio la censura delle famiglie del vicinato.

C’ è stato un momento, in particolare, in cui le voci della casa si abbassavano bruscamente, diventavano la comunicazioni di segreti delicati che si potevano dire e non dire: mia zia aveva cominciato a frequentare un ragazzo ebreo. La guerra era finita da più di qualche anno, ma le ferite inferte, i pregiudizi, le diffidenze, le barriere sociali purtroppo hanno una loro inerzia. Si sposarono, poi. E non fu facile. Oggi si rischia di non capire bene quali fossero i tempi. Mia zia, cattolica, dovette chiedere e poi ricevere una speciale dispensa da Pio XII. E non fu cosa di ventiquattrore.

Andò ad abitare in Ghetto, io conobbi lo zio ebreo, un uomo buono, generoso, tutt’ altro che ricco, intelligente e appassionato di elettronica. Quando i tedeschi vennero a prelevare la sua famiglia ebbe l’ intuizione e la forza di un giovane. Si arrampicò su per lo spazio interno che c’ era tra casa e casa, raggiunse il tetto e appena poté, scappò, si rifugiò tra i boschi, in Cadore. Lì rimase fin che la guerra non finì, i tedeschi se ne andarono lasciando alle spalle macerie di pietra e di carne, ferite che hanno segnato nel profondo le persone. Della famiglia di mio zio si salvarono solo una sorella e due cugine. D’ estate andavamo in spiaggia e io osservavo queste due cugine che avevano un numero indelebile scritto sul braccio e capivo che non potevo chiedere. Ci sono ferite così profonde, troppo dolorose perché  un adulto possa trovare il modo di parlarne a un bambino. Anche la possibilità di lasciare in eredità una condanna morale a lle nuove generazioni era stata distrutta.

Fu quello un periodo che colpì in modo massivo, intollerabilmente feroce, gli ebrei, ma non solo loro. Un giorno conobbi un grande giornalista: Ferdy Zidar. Corrispondente dell’ Unità da Praga fu arrestato perché dava aiuti economici ai dissidenti cecoslovacchi. Tornato in Italia fu mandato a fare il corrispondente dell’ Unità da Venezia. Mi raccontò che durante la resistenza, lui di Trieste, fu internato alla risiera di San Sabba e poi a Dachau dove fondò la cellula comunista del campo. Per fortuna fu internato (non riuscì mai a sapere chi fu il compagno di partito che lo denunciò) verso la fine della guerra e forse proprio a questo dovette la sua salvezza.

Una sera lo invitai a cena a casa mia. Sopra il tavolo c’ era una lampada. Mi chiese di spegnerla. Mi chiese di spegnere tutte le luci dirette. Gli ricordavano le luci che gli sbattevano contro durante gli interrogatori. Nonostante gli anni passati le luci dirette che colpivano i suoi occhi gli procuravano una sofferenza che non poteva sopportare. Cominciammo a cenare. Poco dopo suonò la sirena che annunciava l’ acqua alta.  Cambiò di umore, divenne nervoso, smise di mangiare. Irrequieto in modo anormale si alzò e se ne andò. Scusami, mi disse, ogni volta che sento una sirena, mi viene in mente il campo di concentramento.

Le devastazioni della dominazione tedesca e della collaborazione italiana furono tragiche, ma quel che è tragico è che il dolore e la sofferenza non finirono con la fine della guerra.

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