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La trattativa costante oggi come 30 anni fa (l’intervista di Enzo Biagi a Giuseppe Fava)

 

Oggi ricorrono i trent’anni dall’omicidio di Giuseppe Fava, detto Pippo, ucciso la sera del 5 gennaio 1984 con cinque colpi di pistola (condannati all’ergastolo il mandante Nitto Santapaola e il suo braccio destro Aldo Ercolano, uno degli esecutori materiali). L’agguato avvenne di notte, il giornalista era da poco uscito dalla redazione de “I Siciliani”, mensile da lui fondato alla fine del 1982, insieme ad alcuni giovani giornalisti che decisero di seguirlo dopo la sua cacciata dalla direzione del “Giornale del Sud”, L’intervista di Enzo Biagi a Pippo Fava, che “il Fatto Quotidiano” ha pubblicato nei giorni scorsi, fu realizzata il 29 dicembre, una settimana prima del suo omicidio, per la tv Svizzera. La trasmissione, “Film-story, aveva come argomento la mafia e la camorra, in studio con il direttore de “I Siciliani” c’erano: Nando Dalla Chiesa e l’avvocato Giuseppe Mirabile, difensore dei fratelli Greco al processo per l’omicidio del giudice Chinnici. Biagi conobbe Fava grazie all’amico comune Nino Milazzo, giornalista del “Corriere della sera”. “A Tavola prima della trasmissione” scrisse Biagi ricordando l’incontro con il giornalista siciliano “abbiamo chiacchierato di nipoti: ‘Non voglio che si attacchino troppo, li tengo lontani, perché poi non soffrano” disse. Mi parlò di una bambina della sua figliola che aveva portato con sé a teatro: mi parve orgoglioso. Non l’ho conosciuto bene, ma mi è parso un personaggio carico di vitalità, innamorato del lavoro, capace di grandi intuizioni, e di impegni rischiosi: uno di quelli che, anche nel mio mestiere, sono sempre pronti a ricominciare, a rimettere tutto in discussione. Adesso mi chiedo: ‘Perché?’ Perché si uccide un giornalista con la tecnica di Fronte del porto, che cosa temevano, di che cosa lo volevano punire? Che cosa sapeva Giuseppe Fava, quali scoperte aveva fatto, con quella sua straordinaria capacità di analisi, di guardare oltre i fatti e le apparenze, per arrivare a scoprire le ragioni del male che ci affligge?”. Fava amava la sua terra, ed era orgoglioso della sua gente, ha pagato con la sua vita questo amore, e ha nobilitato, come Impastato, Rostagno, Casalegno, Tobagi, Cristina, Alfano, De Mauro, Siani, Spampinato, Francese, Baldoni, Lucchetta, Ciriello, Alpi, Cutuli, Russo, Puletti, Arrigoni e altri ancora, il mestiere del giornalista. Nell’intervista Fava ha la solita faccia tesa e serena di uomo del Sud (come nelle varie foto che in occasione del trentesimo corrono su Internet), con quel suo ragionare che non lascia scampo, che hanno i siciliani, che sembrano persino impietosi. Pirandello poteva nascere solo in Sicilia e anche Giuseppe Fava. Alle domande di Biagi sulle ragioni della sua condanna a morte, con il tempo e l’aiuto di qualche pentito, sono state date risposte. Un inchiesta del 1983 che Fava fece per “I Siciliani” sulle attività illecite de “i quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”: Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci e Mario Rendo, imprenditori catanesi che tenevano rapporti con Nitto Santapaola, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Come si evince dall’intervista di Biagi, Fava fu il primo a raccontare il “terzo livello del potere mafioso”: il potere politico, di conseguenza l’intreccio tra politica, mafia e Stato. Ci sono voluti trent’anni prima di vedere in un processo sulla stessa sbarra degli imputati boss della mafia e politici, ed è quello che sta accadendo ora al processo di Palermo sulla “Trattativa” tra Stato e mafia, in cui il pubblico ministero Nino Di Matteo, più volte minacciato di morte da Totò Riina, insieme ad alcuni colleghi, sta portando avanti nella più totale solitudine. I nomi di questi magistrati sono impronunciabili da parte delle istituzioni anche durante le poche volte che manifestano solidarietà nei loro confronti. Il dato in mano ai magistrati di Palermo, ricavato da inchieste e dibattimenti, è che dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, la mafia stava progettando l’eliminazione di altri politici che, come era già avvenuto per Salvo Lima, dovevano essere uccisi perché non avevano mantenuto i patti fatti con Cosa nostra: Calogero Mannino, Carlo Vizzini, Salvo Andò, allora ministri, e il fedelissimo di Lima, Sebastiano Purpura. Oggi come allora, i mafiosi hanno bisogno di luci spente, che tutti tacciano, perché il silenzio, l’omertà sono il pilastro della loro forza. Davanti al ricatto, alla minaccia, alla paura, Giuseppe (Pippo) Fava non si è mai piegato e ha sempre detto la sua verità, sui giornali e sul palcoscenico, davanti alle telecamere: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”.

L’intervista di Enzo Biagi a Giuseppe Fava in onda sulla tv Svizzera il 29 dicembre 1983 è stata l’ultima rilasciata dal giornalista siciliano prima di essere ucciso da Cosa nostra il 5 gennaio 1984, una settimana dopo

Fava nei tuoi racconti sulla mafia a che cosa ti sei ispirato?
Biagi mi ispiro alle mie esperienze giornalistiche. Si sta facendo un’enorme confusione sul problema della mafia. Ti faccio un esempio: i fratelli Greco, accusati dell’omicidio del giudice Chinnici sono dei scassapagghiari, delinquenti da tre soldi. I mafiosi veri stanno in ben altri luoghi, in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono banchieri, sono quelli ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo… Insomma, non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la piccola taglia sulla tua piccola attività; questa è roba da piccola criminalità che ormai abita in tutte le città italiane ed europee. Il problema della mafia è molto più tragico e importante, è un problema di vertice nella gestione della nazione che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale l’Italia.

E’ vero che la realtà spesso supera la fantasia?

Sì, anche perché nella mia esperienza personale mi sono trovato di fronte a fatti, a fenomeni e a personaggi della realtà che non avrei nemmeno saputo immaginare. Io se vuoi ti posso citare…
Io voglio.

Conosci la storia di Placido Rizzotto?
Sì. Placido Rizzotto era un sindacalista pazzo, non mi fraintendere, pazzo intenso nella maniera nobile del termine, che si illudeva negli anni Quaranta di redimere i poveri di Corleone, e come un pazzo andava ad espropriare le terre con delle bandiere tricolore, bandiere rosse, guidando folle di contadini affamati. Evidentemente era un uomo che dava molto fastidio al potere, alla proprietà, al padrone. Espropriava le terre, che poi era costretto ad abbandonare perché non c’era acqua, non avevano strumenti di lavoro, non c’erano case in cui abitare. Era un uomo che gettava il seme della rivolta in un territorio dell’isola che era sempre stato dominato dalla mafia. Accanto a lui, questa la cosa stupefacente, camminava, correva, perché i rivoluzionari corrono per tradizione dietro alle bandiere rosse e tricolori, una ragazza, che il mito descrive: scarmigliata, alta, bella, bruna, tipica siciliana, e come Anita seguiva Garibaldi. Era la sua fidanzata si chiamava Leoluchina Sorisi, lavorava con lui, si batteva con lui, occupava le terre insieme ai contadini, finché un giorno Placido Rizzotto scomparve. Lui è uno degli eroi dimenticati, vorrei fare una parentesi e per questo ti chiedo scusa, ma vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi, i siciliani lottano da trenta secoli contro la mafia, lottano alla loro maniera, naturalmente, lo dimostra il fatto che gli uomini che sono caduti negli ultimi anni sono tutti siciliani, gli eroi della lotta contro la mafia sono tutti siciliani, con l’esclusione del generale Dalla Chiesa, il quale tutto sommato era anche lui un siciliano perché ha comandato i carabinieri di Palermo per tanto tempo. Ecco Placido Rizzotto era uno di questi eroi siciliani che spesso vengono dimenticati dall’opinione pubblica. Placido Rizzotto scomparve e morì credo come nessuno sia morto, nel modo più orrendo possibile, venne fatto precipitare in fondo ad una spelonca, una voragine di centinaia di metri, vivo e incatenato, morì di fame e divorato dalle bestie della campagna, Quando i carabinieri con gli speleologi tirarono su i resti umani che vennero identificati grazie ad una catenina che aveva al collo, Leolucina Sorisi, fu lei che riconobbe il cadavere, lo riferiscono le cronache di allora, disse in siciliano una cosa molto bella, che io non condivido ma che amo politicamente: “Chi ti uccise io gli mangerò il cuore”. Passò del tempo sino quando si seppe che l’assassino o il mandante era Luciano Liggio, il Napoleone della mafia, il potente della mafia, l’inafferrabile primula rossa. Bene Liggio venne catturato in casa di Leoluchina Sorisi, nel suo letto, accudito e curato da questa donna. Io l’ho cercata a Corleone, dovunque, non l’ho mai trovata. Qui la realtà va oltre a qualsiasi immaginazione: una donna innamorato di un uomo, che assiste alla sua fine, può tenere, accudire, curare, nella propria casa l’uomo che si presume che l’abbia ucciso, allo scopo di distruggerlo con il suo arresto.

Tu hai fatto una conoscenza diretta del mondo della mafia come giornalista?

Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell’una e dell’altra parte, attraverso le cronache, le inchieste, le indagini che andavamo conducendo e che puntualmente abbiamo riferito sul nostro giornale

Chi ricordi di più di questi tipi. I vecchi mafiosi sono cambiati?

Sì, anche questa è una confusione che si fa tra la mafia di quindici o vent’anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa sua, mi si perdoni il termine, ho avuto l’onore, lo dico con molta ironia, di intervistarlo e di avere un memoriale da lui firmato che cominciava: “Io sono Genco Russo, il re della mafia”. Genco Russo era un uomo che governava il territorio di Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, dove da vent’anni non c’era, non dico un omicidio, ma uno schiaffo, un furto; dove tutto procedeva nell’ordine e nella legalità. Era la vecchia mafia agricola. Russo governava un territorio e aveva un potere che il mondo di allora non poteva ignorare. Governava quindi, venti, trenta, quarantamila voti di una parte della provincia. E nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinante perché bastava che Genco Russo spostasse, non verso un altro partito ma all’interno dello stesso partito, quella massa di voti per fare la fortuna o l’infelicità di un uomo politico. Ecco perché poteva andare alla Regione Sicilia e spalancare con un calcio la porta degli assessori: lui era il padrone. Solo che poi la società corse avanti, si modificò e i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo. Oggi i mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono esecutori. Anche al massimo livello. Non so, si fanno i nomi – io non li conosco – dei fratelli Greco. Si dice che siano i padroni della mafia, quelli delle cosche vincenti, i vicerè. Non è vero, loro sono degli esecutori, sono nell’organizzazione, stanno al posto loro e fanno quello che altri ordinano. Ci sono altri al loro fianco che contano infinitamente di più. I fratelli Greco, lasciando stare se siano grandi malviventi o grandi innocenti, questo lo stabilirà il magistrato, non potrebbero essere dei mafiosi se non ci fosse dietro qualcun altro che consentisse loro di esserlo.

L’America, i nostri compatrioti all’estero, che parte giocano in tutta la faccenda?

La loro parte è senza dubbio importante. Sono portatori di enormi masse di denaro, ma io credo che la loro parte consista in quella che è ormai la strategia della mafia, cioè il commercio della droga. Io ho fatto delle indagini piuttosto sommarie, che può fare chiunque, e mi sono reso conto di quella che è la struttura finanziaria della mafia. Questi sono degli studi che chiunque può leggere. Ci sono al mondo circa cento milioni di drogati; la cifra naturalmente è molto più alta ma ufficialmente è quella. Un milione muore ogni anno di overdose, dieci milioni restano definitivamente inabili a qualsiasi tipo di attività umana e gli altri novanta aumentano continuamente. Si presume che tutti spendano dalle quindici alle venti mila lire al giorno per consumo di droga. Secondo calcoli piuttosto banali, basterebbe una macchinetta, si tratta di qualcosa come centomila miliardi l’anno. Questo denaro viene manovrato quasi esclusivamente dalla mafia. Ora, io mi sono posto una domanda che credo tutti, per professione, per passione politica o per pura umanità, si pongono. Una organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l’anno, se non erro sono più del bilancio di un anno dello Stato italiano. Questi miliardi, che sono tutti manovrati dalla mafia, chi li possiede è in condizione di armare un esercito, di possedere delle flotte, di avere una propria aviazione. E in effetti è accaduto che la mafia si è impadronita, almeno in Medio Oriente, del commercio delle armi. Ecco, gli americani contano in questo. Però neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia come mafiosi se non ci fosse il potere politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che di questi centomila miliardi un terzo, un quinto resta in Italia, bisogna pure impiegarli, riciclarli, ripulirli, reinvestirli. E allora ecco le banche, le banche nuove, questo pullulare di banche nuove ovunque che servono per riciclare. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa lo aveva capito bene, ed è stata questa la sua grande intuizione che poi lo ha portato alla morte. Era dentro alle banche che bisognava frugare, e lì aveva indirizzato le sue indagini, aveva capito che lì c’erano decine di miliardi insanguinati che venivano immessi per poi fuoriuscire per andare nelle opere pubbliche. Credo che parecchie chiese siano state costruite con appalti che hanno utilizzato fondi riciclati dei mafiosi.

Il padrino è quello raccontato da Mario Puzo o è un altro tipo?

Sì, in parte penso di sì. E’ un uomo saggio e crudele. Ha saggezza per tutto ma anche una crudeltà senza limiti. E’ disposto ad ammazzare o a far ammazzare anche il figlio se ce ne fosse necessità. Per il mafioso la mafia è una causa, per il padrino Genco Russo la mafia era una causa. Nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze. Questo è un dato che spesso viene trascurato. L’uomo politico attraverso la mafia non cerca soltanto il potere, cerca anche la ricchezza perché è dalla ricchezza personale che deriva il potere e la possibilità di controllare quei centocinquantamila, duecentomila voti di preferenza. Perché purtroppo la struttura della nostra civiltà politica è questa: chi non ha soldi quei duecentomila voti non riuscirà ad averli mai.

Una volta si diceva che la forza dei mafiosi era la capacità di tacere, e adesso?

La mafia gode di una tale impunità da essere diventata persino tracotante. Le parentele si fanno ufficialmente. Non credo ci sia questa paura, questa necessità di far silenzio. Io ho visto molti funerali di Stato, dico una cosa della quale io solo sono convinto e quindi potrebbe non essere vera: molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.

Cosa vuol dire essere protetti, secondo il linguaggio dei mafiosi?

Essere protetti significa poter vivere dentro questa società. Ho letto, nei giorni scorsi, un’intervista esemplare, a quel signore che a Torino ha corrotto tutto l’ambiente politico torinese, diceva una cosa fondamentale, ed è una legge mafiosa esportata dalla Sicilia e fa parte ormai della cultura nazionale: “In Italia non si fa niente se non c’è l’assenso del politico e se il politico non è pagato”. Ecco noi viviamo in questo tipo di società la protezione è indispensabile se qualcuno non vuole condurre la vita da lupo solitario, che può essere anche affascinante non avere né aderenze né protezioni da alcuna parte, orgogliosamente soli fino all’ultimo, può essere una scelta ma sessanta milioni di italiani non hanno…

Non hanno questa vocazione alla solitudine.

No, non ce l’hanno.

Cosa bisognerebbe fare per eliminare questo fenomeno?

Tu fai una breve domanda, ma io per poter rispondere avrei bisogno di un’enciclopedia intera. Posso dirti soltanto che tutto parte dall’assenza dello Stato, dal fallimento della società politica italiana, è da lì che bisogna cominciare. E’ necessario creare in Italia una seconda Repubblica che abbia delle leggi e una struttura di democrazia che eliminano il pericolo che il politico possa diventare succube o di se stesso, della sua avidità, o della ferocia degli altri o della paura, che possa essere soltanto un professionista della politica. Ripeto tutto nasce dalla politica e dagli uomini politici, dal fallimento della struttura politica e forse della nostra democrazia così come noi, in buona fede, l’abbiamo appassionatamente costruita e che si sta sgretolando nelle nostre mani. Dovremmo ricominciare da lì.

* da “Il Fatto Quotidiano”

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