Essere motore di cambiamento significa, tra le molte cose, andare oltre a ciò che risulta visibile ad occhio nudo.
Secondo la tradizione storiografica toscana, la mafia affonda le sue radici nei “Bravi” di manzoniana memoria disseminati per l’Italia tra il XVI e XVII secolo ma si concretizza nella frammentata legalità siciliana propria alla gestione del potere nell’epoca del dominio del latifondo (o feudo che dir si voglia). Il potere, appunto, che accusa e si serve al tempo stesso della fitta ombra dell’illegalità, secondo esigenza. Il passaggio dalla mafia agricola a quella urbano-imprenditoriale è, ad oggi, la Storia che ci ha condotti nel febbraio dell’86 nell’aula bunker dell’Ucciardone, dove il 28 e 29 aprile scorsi si è svolta la terza Assemblea nazionale della CGIL contro le mafie e la corruzione.
L’Italia del 2025 si classifica al diciannovesimo posto sui 27 stati membri dell’Unione Europea per indice di percezione della corruzione (Cpi); un dato che conferma il trend negativo che l’ha preceduto e che risente, secondo Transparency International, dell’indebolimento delle misure anticorruzione tra le quali spiccano l’abrogazione dell’abuso d’ufficio e il ridimensionamento del traffico di influenze sigillati dalla legge Nordio.
Negli ultimi giorni, siamo tutti venuti a conoscenza dell’inchiesta della Procura di Roma mossa da ipotesi corruttive per quello che (dovrebbe) concretizzarsi come “il ponte a campata unica più lungo del mondo”, il Ponte sullo Stretto di Messina, per il quale i lavori (dovrebbero) prendere il via entro fine 2026. Il diramarsi di un’ombra che lenisce la trasparenza dell’azione amministrativa per un’opera monumentale e lungamente dibattuta che, ad oggi, sarà realizzata completamente a carico dello Stato, ergo dei cittadini.
La presunzione d’innocenza degli indagati dalla Procura capitolina, in attesa del corso dell’inchiesta, è d’obbligo. Ma alla luce delle recenti maxi indagini per illeciti di varia natura avviate negli ultimi tempi in relazione al lavoro (si pensi, tre le ultimissime, alla costruzione del Consolato USA di Milano), quanto pesa la corruzione oggi sul sistema lavoro del nostro Paese?
La domanda (lecita) non può avere risposta così come non esistono dati certi relativi allo sfruttamento illegale del lavoro e le sue vittime.
Il dato sfugge nell’oscurità del non detto (omertà) e, per questo, rafforza esponenzialmente la sua portata distruttiva. Ad ogni euro speso illegalmente, dalla più banale evasione fiscale alla quale di norma siamo tutti abituati anche solo per un caffè al bancone, è potenzialmente destinato un viaggio all’interno del malaffare i cui itinerari si nascondono forzosamente anche nel dedalo della normalizzazione della pratica.
Quando il viaggio non mappabile di quell’euro si attua nei percorsi della spesa pubblica, la crisi della fiducia in una logica comunitaria diventa l’abisso nel quale ci ritroviamo e che dobbiamo fronteggiare insieme.
Cerchiamo di arrivare al punto: il nesso tra criminalità organizzata e sfruttamento del lavoratore. La “mafia” (se oggi non ce lo insegna il giornalismo mainstream lo hanno invece fatto, con ovazione di pubblico, letteratura e cinema) vive di una sempre rinnovata capacità di adattamento ai nuovi scenari politici, sociali ed economici globali.
In primis, sta ad ognuno di noi scansare il sentimento romantico classificando l’empatia per i Tony Montana o Soprano come frutto della fiction e resistere – categoricamente – al gossip sulle pene d’amore di Leoluca Bagarella rifiutando in toto la superficialità dell’orrore imposta spesso dal nuovo giornalismo di matrice berlusconiana.
In secondo luogo, la mafia di oggi non ci guarda dritti negli occhi chiedendoci il pizzo ma ci ri-guarda tutti quando viviamo sulla nostra pelle o siamo testimoni, ad esempio, di illeciti lavorativi che in molti casi si nutrono della pressione da parte della criminalità organizzata.
Corruzione è favorire che l’interesse privato soffochi il bene comune, stesso principio che regola la vastità delle forme di sfruttamento lavorativo, stesso principio che determina la maggior parte delle morti sul lavoro occorse in un sistema volto all’incremento della produttività a discapito della tutela della sicurezza.
Corruzione è la vanificazione dell’impegno che sussurra pedissequamente nelle orecchie degli onesti che aggirare i labirinti kafkiani della burocrazia è pratica comune (anche di chi quei labirinti li ha costruiti), che a fronte di un salario ai limiti della sopravvivenza è il sistema stesso che ci obbliga ad integrarlo con delle prestazioni fuori busta, che non riempire quella fattura ci consente di risparmiare i soldi per la spesa.
La corruzione dei nostri tempi, in soldoni, non si limita a violare le regole ma si cimenta attivamente a riscriverle approfittando della crisi sociale che ci investe, tutti.
Da qui nasce il dilemma etico complesso dalla cui presa di coscienza già potrebbe scaturire un cambiamento sostanziale: sottodimensionare il fenomeno integrandovisi con piccoli o grandi peccati ritenuti “imposti”, oppure combatterlo attivamente.
La figura del whistleblower, traducibile in “allertatore civico”, è stata istituzionalizzata a livello europeo con la direttiva EU 2019/1937 che sancisce la protezione delle persone che segnalano violazioni del diritto, creando meccanismi che favoriscano tali segnalazioni all’interno del mondo lavorativo.
Nel nostro Paese l’istituto del whistleblowing, originariamente introdotto esclusivamente per gli illeciti relativi alla Pubblica Amministrazione, è stato esteso anche al settore privato, obbligando le imprese con più di 50 dipendenti a dotarsi di sistemi di whistleblowing conformi alla norma citata.
Nella convinzione che tale istituto, seppur forte di una storia ultradecennale in Italia, non sia conosciuto dai più in ragione di una (incomprensibile?) mancanza d’informazione e sensibilizzazione alla pratica, vorrei soffermarmi sul suo valore intrinseco al concetto di “Sfida Culturale”.
Nel nostro Paese chi denuncia è condannato alla solitudine. Lo stesso isolamento che è imposto ai collaboratori di giustizia per garantirne la protezione da ritorsioni è il trattamento, senza tutele statali così stringenti per ovvie ragioni, che si prospetta generalmente a livello sociale per chi denuncia illeciti nel proprio contesto di lavoro. Chi denuncia, in Italia, è una spia, un infame, un traditore accusato di mancanza di lealtà verso il proprio aguzzino che è privato, in caso di positivo riscontro legale della denuncia presentata, dal poter perpetrare nel proprio illecito ai danni non solo del denunciante ma anche dei suoi colleghi che, spesse volte, si rivoltano anch’essi contro chi ha mosso segnalazione. “Ci hai tolto il lavoro a tutti”, “Se denuncio/i perdo/iamo il posto”, “Funzionerebbe altrove allo stesso modo”.
E così cala il silenzio; un silenzio che fa il gioco sporco di quanti abbiano agito per il perpetrarsi della criminalità nei luoghi di lavoro e la lunga lista delle sue vittime, fisiche e morali. Se questa non è omertà; se questa non è mafia.
Nel sottolineare, data la scarsità di informazione nel merito, che la pratica di whistleblowing è garantita in forma completamente anonima, è importante avere ben saldo a mente che lo scenario nel quale l’istituto viene garantito in Italia è esclusivamente quello del lavoro regolare.
Ai restanti milioni di lavoratori che nel sommerso hanno trovato fonte, seppur precaria e pericolosa, di sostentamento per le loro vite e quelle delle loro famiglie va un pensiero conclusivo preso in prestito da Lev Tolstoj: “Se i corrotti fanno dell’unione la loro forza, gli onesti devono fare lo stesso”.
