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Camere e riforme, il nodo non risolto

 

Napolitano ha ripetuto le sue idee sulle riforme costituzionali e sociali ai neocavalieri del lavoro: che sono, se non tentati di frodare il fisco o trasferire le aziende all’estero, parte della parte migliore del paese. Dunque, una platea ricettiva delle idee sul bene pubblico, più di tanta parte della classe dirigente, parlamentare o non. Idee che si concentrano, si fa per dire, nel: 1) dare alla nostra Italia (basta con la buffonata semantica di “questo paese”) istituzioni più coerenti con una democrazia industriale (votare solo la domenica, senza temere la pioggia dei contadini o il sole dei vacanzieri, è una felice anticipazione del governo, che ci libera da vecchie soggezioni clientelari e opportunistiche); 2) ridare senso allo Stato, anche riconducendo al centro poteri sperperati in regali alla periferia delle mille caste; 3) risanare l’economia non a spese di stipendi salari e pensioni, ma di manomorte fondiarie e finanziarie, e di oneri impropri  come i nuovi fondi della finanziaria alle scuole private, mentre le scuole pubbliche languiscono; 4) democratizzare la giustizia, derubricando i reati bagatellari e rendendo meno cruda la vita ai detenuti, senza dimenticare , aggiungiamo, chi non vive meglio di loro nelle lungodegenze, nei convalescenziari, nei pensionati-canili, negli ospizi-lazzaretti (civili e religiosi). E anche nelle scuole che non reggono ai terremoti.

Intanto Quagliariello annuncia una riforma della giustizia, se non per decreto, per iniziativa del governo, essendo esclusa la materia dalla revisione costituzionale, cui il professore presiede. Annuncia che il governo aprirà un tavolo sulla giustizia fra i ministri. Il governo? Mah, sempre meglio del Senato, dove svolazzano molte ex toghe d’ogni colore, e la disponibilità al “volemose bene” è tale che vi si incardinano tutte le cose che stanno a cuore al capo del Pdl: dalla sua personale “agibilità” alla legge elettorale, alla riforma della Costituzione. A partire da quella del 138, l’articolo che fin qui ha garantito la carta dalla pirateria istituzionale. Se la presidente Boldrini, piuttosto  che criticare miss Italia (basta già la signora Tarantola), usasse tutta la sua forza e prestigio per riconquistare alla Camera la prima battuta anziché attendere la pappa cotta dal Senato, aiuterebbe a dare alle riforme un taglio più coerente con le tendenze della maggioranza. Altrimenti diventa reale il rischio dell’ approvazione in aula coi due terzi: che escluderebbe il popolo dal diritto sovrano di un referendum confermativo. Forse scotta ancora il no popolare alle riforme della Costituzione del governo Berlusconi-Bossi.

Perché su una cosa spero che le idee siano chiare a tutti: le riforme le vogliamo tutti, perché a tutti piace sostituire un’automobile bella ma ansimante con una nuova: servosterzo, guida automatica e radar. Ma non tutti vogliamo la stessa macchina. Le proposte della commissione Quagliariello – questo merito le va riconosciuto – sono a ventaglio, specie sulla forma di governo: premierato, cancellierato, semipresidenzialismo. Sulle prime due si può discutere, se trovano l’equilibrio tra Palazzo Chigi governante e Quirinale garante, sulla terza no, viste le cattive prove del presidenzialismo specie con Sarkozy e Hollande: uguali nella passione per le avventure militari. Ora, nel ventaglio di Quagliariello, la scelta che farà il Senato potrebbe essere diversa da quella che avrebbe fatto la Camera, se il procedimento riformistico fosse partito da Montecitorio. E questo è un nodo primario, perché significa una rotta anziché un’altra. E’ vero che si può sempre cambiare rotta, ma se si cambiasse cadrebbero fulmini sulla nave, e poi non è detto che Berlusconi consenta tanto tempo ai manovratori, se il suo mercanteggiare l’ appoggio a Letta con l’assoluzione in Cassazione o la clemenza quirinalizia dovesse fallire. Da questo nodo non si scappa, ma troppi fingono di non vederlo. Neanche dopo una giornata di intimidazioni alle “colombe”, al Pd, al governo e allo stesso Quirinale, piovute dal dio imbronciato di Arcore.

Vedremo ad horas se la chiara intimazione di Napolitano, di fare le riforme da lui poste per accettare la rielezione a capo dello Stato, intimoriranno tutti, o soltanto i soliti disponibili del centrosinistra.

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