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Mauro Rostagno, ucciso 25 anni fa

 

Sono 25 anni oggi. Un quarto di secolo che Mauro Rostagno è stato ammazzato a Trapani, la terra dei Messina Denaro, e il processo lo stanno facendo solo adesso (le udienze sono riprese ieri dopo la pausa estiva). Solo adesso al banco degli imputati siedono Vincenzo Virga e il killer Vito Mazzara, esponenti della mafia trapanese, già condannati per altri reati. Mauro Rostagno, con le sue trasmissioni, gli editoriali e le inchieste su RTC, una televisione privata locale, puntava il dito contro la potentissima mafia trapanese – mafia imprenditrice, ricca, azzimata e ben inserita nei salotti che contano – si occupava delle connessioni tra quella mafia e le massonerie deviate (la loggia Iside 2, per esempio), un tema ancor più bruciante, su cui da anni è calato un silenzio pressoché totale, sconfortante. Lo faceva con il suo stile moderno, diretto, dirompente, spesso irridente. Aveva il coraggio di ridicolizzarli, i mafiosi, come aveva fatto Peppino Impastato su Radio Aut. Molti video sono oggi disponibili nel sito www.ciaomauro.it, e rivedere qualche filmato di questo vulcanico esploratore linguaggi vestito di bianco, confrontandolo con la maggior parte dei programmi informativi di oggi, lascia addosso un gran senso d’amarezza. Quando è stata ucciso, stava preparando un nuovo programma, “Avana”, di cui resta una sigla ironica e coloratissima che però non deve trarre in inganno: da appunti e carte preparatorie emerge che i temi che voleva approfondire riguardavano, ancora una volta, la mappa del potere occulto della mafia trapanese.  Mauro Rostagno, insomma, come ha scritto il cronista Rino Giacalone, non era a cento passi dalla mafia, ma a non più di cinque: persino l’editore della piccola emittente locale per cui lavorava era contiguo a quegli ambienti.

Solo nel 2011, l’evidenza assordante che allora fu soffocata, rimossa, cancellata – “mascariata”, si dice in dialetto – arriva al vaglio di un tribunale, nell’aula trapanese intitolata a Giovanni Falcone. Il dibattimento cominciò il 2 febbraio di quell’anno e ora si avvia alle fasi conclusive, al principio del 2014 potrebbe esserci una sentenza (un aggiornamento costante lo fornisce la pagina Facebook dedicata al processo,  che ospita le cronache puntuali di Giacalone, mentre sul sito di Radio Radicale si possono ascoltare tutte le udienze). Prima di allora, contro ogni logica (o meglio: secondo la ferrea logica d’insabbiamento che sempre accompagna gli omicidi mafiosi) le indagini hanno battuto ogni altra strada – come sempre accade quando la criminalità organizzata uccide i giornalisti, con un di più di morbosità e malevolenza, dovuto al fatto che Mauro Rostagno era stato un uomo totalmente fuori dagli schemi: leader del movimento sessantottino, membro di Lotta Continua, fondatore del Macondo, locale-crocevia nella Milano degli anni Settanta, poi “arancione” e animatore di Saman, comunità di recupero per tossicodipendenti nel trapanese, appunto (la sua vita è raccontata nel bellissimo libro Il suono di una sola mano, che Maddalena Rostagno ha scritto con Andrea Gentile). L’avventura di RTC, il suo reinventarsi l’ennesima volta come giornalista televisivo, nacque proprio dall’esigenza di trovare progetti in cui coinvolgere i ragazzi in fase di recupero. La verità e il libero racconto della verità come terapia, per i singoli e per una terra intera. Non bastava ucciderlo, dunque, bisognava ricacciare sottoterra anche la verità che aveva fatto zampillare. E allora ecco le piste della faida tra gli ex di Lc all’ombra delle indagini sul delitto Calabresi, la pista legata alla comunità Saman, l’immancabile pista delle “corna”, fino al punto più basso dell’abiezione, l’arresto di Chicca, Elisabetta Roveri, la compagna di una vita (quale immensa lezione di dignità ci danno lei e sua figlia Maddalena, che, nonostante tutto questo, anziché aggredire, rifiutare e ingiuriare il sistema giudiziario, si sono costituite parti civili e da oltre due anni si fanno in quattro per riuscire a essere presenti, a turno, in aula, anche se vivono all’altro capo della penisola).

Si sa che il tempo è il peggior nemico dei processi: quanto più lontano è il fatto, tanto più difficile risulta consolidare le prove, cercare riscontri alle parole dei pentiti, effettuare le perizie. Ma, qualunque sarà la sentenza, il dibattimento ha fatto emergere la trama composita dei depistaggi, l’ombra degli uomini dello Stato che hanno contribuito a “mascariare” Mauro, perché a Trapani si potesse continuare a sostenere, contro ogni evidenza, che la mafia non c’è. Chi ha seguito il dibattimento ha potuto scoprire come il rapporto del vicequestore Calogero Germanà della squadra mobile della polizia, che puntava con decisione verso la pista mafiosa, fu prontamente accantonato in favore dell’ipotesi investigativa formulata dall’Arma, nella persona dell’allora dirigente del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Trapani, Nazzareno Montanti, secondo cui la matrice del delitto stava dentro la comunità di Saman; oppure, come l’autorità giudiziaria fu tenuta all’oscuro di una nota informativa stilata dal brigadiere Cannas quando, nel marzo ’88, Mauro, per la sua attività giornalistica, fu ascoltato in relazione ad alcune indagini in corso, che lambivano le logge coperte trapanesi all’ombra del circolo culturale Scontrino: ancora una volta, mafia e massoneria, dunque; oppure, come il colonnello dei Carabinieri Dell’Anna mentì circa le presunte dichiarazioni del giudice milanese Lombardi per rilanciare la “pista Calabresi” (qui potete leggere un approfondimento sui depistaggi, con stralci dei verbali dal dibattimento trapanese).

Che gli imputati siano assolti o condannati, i verbali d’interrogatorio, le deposizioni, le ricostruzioni, le acquisizioni processuali resteranno. E sarà solo colpa nostra, se ci rifiuteremo ancora di sapere.

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