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L’ombra dei depistaggi sul processo Rostagno

 

L’odissea delle indagini sull’omicidio di Mauro Rostagno è stata lunga e perigliosa. Per molti anni non si è parlato di mafia. Certo, pesa il fatto che i collaboratori di giustizia hanno parlato del delitto solo molti anni dopo. Ma  non bisogna dimenticare che  l’attenzione degli inquirenti è stata allontanata dalla pista mafiosa da omissioni di fatto depistanti che costellano l’inchiesta fin dalle prime battute. Per esempio, basti pensare che solo nel 2012 sono stati prodotti in un’aula di tribunale gli esiti di nuove perizie balistiche sull’omicidio, perché solo le ultime indagini hanno evidenziato precise corrispondenze tra delitti per cui è stato condannato Vito Mazzara e l’omicidio Rostagno. Perizie accurate si sarebbero dovute fare subito dopo il delitto. Non fu così. Nell’ultimo processo è emerso inoltre il fatto grave che il reparto operativo dei Carabinieri non riferì all’autorità giudiziaria che Rostagno era stato sentito, poco prima della morte, in relazione alle sue inchieste sulla loggia Scontrino.

La mafia – quella pista così ovvia, così logica, così evidente, così scomoda – scompare, tutta l’attenzione e l’energia degli inquirenti si concentra sulle piste legate all’inchiesta sulla comunità Saman e all’omicidio del commissario Calabresi. Con forzature che oggi appaiono evidenti. Al processo di Trapani si compone il quadro dell’ennesima, faticosa storia di inchiesta depistata. Di seguito, ecco alcuni passaggi tratti dalle deposizioni di tre testi, tre uomini dello Stato, incaricati, in tempi diversi, di indagare sull’omicidio di Mauro (selezionati grazie all’indispensabile contributo di Maddalena Rostagno). Per avere un’idea di come sia potuto accadere che la pista mafiosa sia stata condannata per anni all’irrilevanza. Per avere un’idea di quanto sia importante il processo in corso a Trapani – a prescindere da quello che sarà il verdetto.

1) E’ stato ascoltato nell’aula di Trapani il generale dei Carabinieri, ora in pensione, Nazzareno Montanti (udienza 15/6/2011). Al tempo dell’omicidio era dirigente del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Trapani. A poco meno di un anno dal delitto, firmò un rapporto sulle indagini in antitesi con quello della squadra mobile guidato da Calogero Germanà (il poliziotto che scampò a un agguato di Leoluca Bagarella, e poi fu trasferito al Nord). Il rapporto Germanà, concentrato sulla pista mafiosa, fu accantonato. Le indagini furono indirizzate dal rapporto dei Carabinieri, che privilegia invece la pista interna alla comunità di recupero per tossicodipendenti  Saman. Il PM domanda a Montanti se nel marzo dell’88 Rostagno fosse stato formalmente sentito come teste dal personale del Reparto Operativo alle sue dipendenze. “Non mi risulta”, dice il generale.
Eppure, agli atti del processo, contesta il PM: “è stata acquisita una nota informativa trasmessa il 2 di marzo del 1988 all’Autorità Giudiziaria da parte dell’allora Brigadiere Cannas, che contiene le dichiarazioni di Mauro Rostagno e tutta un’altra serie di accertamenti concernenti la vicenda della loggia Scontrino… Questo rapporto compendiava degli accertamenti riguardanti un’importante indagine in quel momento in corso pendente innanzi all’Autorità Giudiziaria”.

“Sì”,  dice Montanti
“Quindi, questo atto, questo rapporto informativo esce dal suo ufficio, ed è diretto all’Autorità Giudiziaria”.

TESTE MONTANTI – Certo, certo.
P.M. DOTT. PACE – Lei ne è a conoscenza?
TESTE MONTANTI – No.
P.M. DOTT. PACE – Non veniva neppure informato dai suoi collaboratori?
TESTE MONTANTI – Ma probabilmente mi avrà informato, … io non le posso venire incontro … non lo ricordo.

“Non ricordo”: la frase più frequente, la più terribile, in questo genere di processi.
Pochi mesi prima di morire, dunque, nel marzo 1988, “Rostagno è ascoltato  a sommarie informazioni testimoniali e le sue dichiarazioni sono trasmesse con gli accertamenti di riscontro all’Autorità Giudiziaria”.

Domanda ancora il PM: “E con riferimento, quindi, alle indagini sull’omicidio Rostagno, lei è in grado di riferire alla Corte se il suo ufficio, l’ufficio da lei diretto ha riversato all’Autorità Giudiziaria tutti i materiali informativi di cui era a disposizione con riferimento all’attività giornalistica di Mauro Rostagno?”

TESTE MONTANTI: “Ritengo di sì”.

P.M. DOTT. PACE: “Dagli atti questa sua risposta è clamorosamente smentita, Generale […] Dagli atti, la sua risposta è clamorosamente smentita perché tutto il materiale che Cannas riferì nel marzo dell’88 all’Autorità Giudiziaria nell’ambito di altro procedimento, alcuni mesi prima della morte di Rostagno, non venne compendiato nel rapporto preliminare, che lei ha spedito all’Autorità Giudiziaria, non ve n’è traccia e non ve ne sarà mai più traccia, se non qualche mese fa, quando è stato acquisito agli atti di questo processo. Quindi c’è qualcosa che non va, Generale”.

TESTE MONTANTI: “Benissimo, allora ci sarà qualcosa che non hanno trasmesso”.
Il PM lo incalza : “Lo spieghi, allora”.
E Montanti: “Guardi, io non so darle una spiegazione, non so darle una spiegazione. […]”
P.M. DOTT. PACE: “Io ritorno alla sua risposta […] “Non prendemmo in considerazione l’ipotesi mafiosa perché non veniva presa in seria considerazione”. Non veniva presa in seria considerazione da un ufficio che non ha riferito all’Autorità Giudiziaria tutti gli elementi di cui disponeva, questo dobbiamo ritenere, Generale”.

Nel corso dell’audizione, Montanti ricorda che disponeva, all’epoca, di pochissimo personale e scarse risorse. Che passava rapporti redatti dai suoi collaboratori. Come sapere con certezza cos’è accaduto? Di certo, dal processo di Trapani, però, emerge il fatto che nel fascicolo dell’omicidio Rostagno non entra il fatto che il cronista di RTC era stato sentito dai Carabinieri, proprio in relazione al suo lavoro d’inchiesta sulla mafia trapanese. Come precisa il PM: “c’è una evidente discrasia, un’incongruenza obiettiva tra quello che era il patrimonio informativo e conoscitivo di cui disponeva il Reparto Operativo e quello che lo stesso ha rappresentato all’Autorità Giudiziaria, come esito preliminare delle indagini su Mauro Rostagno.

 

2) Gli anni passano, la pista mafiosa langue, mentre si porta acqua al mulino di altre piste d’indagine sul delitto. Come quella politica, la cosiddetta “pista Calabresi”.

Al processo emergono irregolarità e forzature. E’ molto inquietante, in proposito, la testimonianza del colonnello Elio Dell’Anna (udienza 13/6/2012), un altro carabiniere membro del Reparto Operativo speciale. Nel 1992 andò a Milano su delega della Procura di Trapani (in realtà, la delega sarà formalizzata solo successivamente all’incontro), “a cercare di accertare o di sviluppare una ipotesi investigativa che era quella che poteva legare l’omicidio Rostagno all’omicidio del Commissario Calabresi”. Una prassi quantomeno irrituale, ricorrere a un simile contatto informale: il Codice penale prevede il collegamento tra magistrati, non l’intermediazione di ufficiali di Polizia giudiziaria, precisa l’accusa. Agli atti è acquisito un appunto, del 4 novembre 1992, a sua firma, che comincia così: “Sembra necessario segnalare alla Signoria Vostra quanto il Dottor Lombardi ha dichiarato in un colloquio informale avvenuto il 3 corrente mese con lo scrivente”.
In questo documento, il colonnello Dell’Anna attribuisce al dott. Lombardi (giudice istruttore nel processo per l’omicidio del commissario Calabresi) affermazioni perentorie, come “il Rostagno era al corrente di tutte le motivazioni, compresi esecutori e mandanti concernenti l’omicidio Calabresi”, “il Rostagno aveva rotto i ponti con i suoi ex compagni  e forse aveva intenzione di dire la verità” e la convinzione che l’omicidio Rostagno fosse nato nel contesto di Lotta continua. Ma il dottor Lombardi ha smentito recisamente, in altro procedimento, di aver mai affermato che il delitto Rostagno era da collegarsi all’omicidio Calabresi.

Non esiste una registrazione di quell’incontro. Il pubblico ministero cerca di capire se effettivamente tutte le informazioni contenute in quella nota vengono da un colloquio con il dottor Lombardi. Incalzato, il colonnello Dell’Anna ammette “di avere acquisito le dichiarazioni di Marino e altre cose, è probabile che in quel momento siano confluite in quel promemoria”. Desta sconcerto sentirlo ammettere: “avrei dovuto, per essere corretto […], al dottor Messina avrei dovuto scrivere, […] Riporto quello che ho sentito dal dottor Lombardi, quello che ho sentito da Marino e quello che ho letto e il mio pensiero che mi sono fatto”, anziché attribuire i contenuti del promemoria al solo Lombardi. Non solo. Dell’Anna non ricorda se parlò direttamente col pentito Leonardo Marino (accusatore al processo per l’omicidio Calabresi), o se si basò su verbali d’interrogatorio resi da Marino al dottor Lombardi. Quei documenti allora erano coperti da segreto istruttorio. Dell’Anna non ricorda bene, “qualcuno me li avrà dati però questi atti”, dice. E continua: “Non credo che me li abbia dati il Dottor Lombardi. Credo che me li abbia dati il reparto dei Carabinieri che aveva indagato sull’omicidio Calabresi e che aveva le dichiarazioni di Marino”

P.M. DOTT. PACI – E questa consegna di atti processuali, e allora ancora coperti dal segreto investigativo istruttorio, visto che ancora all’epoca si procedeva con l’istruzione formale, era stata autorizzata dal Giudice Lombardi?
TESTE DELL’ANNA – Non ricordo.

Chiosa il pm Paci: “ci sono troppe […] zone di poca chiarezza in questa attività svolta in modo così informale

3) Il prosieguo delle indagini continua a essere pesantemente segnato dalle interferenze iniziali. Lo illustra con chiarezza la deposizione di Giovanni Pampillonia (udienze 30/3 e 6/4/2011), dirigente della Digos di Trapani nel 1995-’96. Quando assume la direzione, racconta, “era a un punto avanzato un’indagine che riguardava un’associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, che aveva come soggetti responsabili indagati proprio i responsabili della Saman… e il Procuratore della Repubblica di Trapani del tempo, il Procuratore Garofalo ci chiese di valutare se vi erano degli spunti investigativi in ordine all’omicidio Rostagno…che potevano fare riferire a dei soggetti all’interno della stessa Saman. Pampillonia ribadisce in più passaggi che la Digos non si occupa di mafia.

P.M. – Non conoscevate, dico, dal punto di vista investigativo, il fenomeno mafioso in quel periodo.
TESTE PAMPILLONIA – No, perché noi ci inseriamo in un meccanismo diverso, cioè noi ci inseriamo nella… otto anni dopo l’omicidio, allorché nessun apparato investigativo che si occupava di criminalità organizzata aveva avuto gli spunti investigativi che fossero riferibili a un omicidio di mafia…  ripeto, che noi guardiamo questo omicidio partendo dal presupposto che già gli organismi deputati a contrastare le organizzazioni criminali avevano alzato le mani sostenendo che l’omicidio… che non si avevano riferimenti, tant’è vero che nel ’94 vi era una richiesta di archiviazione.

Eppure, Pampillonia ha ben chiaro chi fosse Rostagno. Dice di lui: “Sì, io credo che Rostagno, molto dolcianamente, facendo riferimento a Danilo Dolci, attaccasse un sistema sociale nel quale vi era un congelamento di… dell’indignazione della gente rispetto ad un sistema bloccato di… politico clientelare mafioso. Quindi sicuramente Rostagno in questo ambito è stato… era una scheggia impazzita di un sistema dove, in realtà, fino a quel momento vi era la massima serenità, serenità in termini organizzativi; però vi erano delle… una cappa, fondamentalmente.” E ancora: “Era molto seguito Rostagno… perché, ripeto, le denunzie rientravano in un momento storico particolare … nel quale, ripeto, la società… quella che poi venne definita la società civile, cercava di riconoscersi in qualche soggetto che aveva il coraggio di dire le cose per quelle che pensava. … Rostagno sicuramente era un elemento di riferimento di questa società civile, di questa futura società civile, insomma.”

Però la pista mafiosa è insabbiata e incagliata, nessun pentito, all’epoca, ne parla. La Digos, dunque, approfondisce i percorsi di sua competenza, come richiesto dal procuratore generale Garofalo. Spiega Pampillonia: “Il profilo di Rostagno è un profilo estremamente complesso perché, insieme a questa grande denuncia nei confronti di questo sistema politico clientelare mafioso, vi era anche una citazione a giudizio di Rostagno per l’omicidio Calabresi”, perché Rostagno era stato in Lotta Continua. L’avvocato di parte civile Lanfranca trae da un rapporto della Digos di allora il riferimento alle minacce ricevute da Rostagno prima della morte. Ma  Pampillonia non ricorda. Non ricorda che accertamenti fecero. Si limita a confermare che tra gli spunti investigativi il tema “mafia” non fu indicato.

Lo ribadisce più volte, nella sua deposizione: “L’ho detto prima, noi interveniamo dopo otto anni dall’omicidio Rostagno, dove si occupano dell’omicidio Rostagno, per il quale in prima battuta si fa riferimento alla mafia, […] le indagini vennero svolte dal reparto operativo dei Carabinieri, da strutture che evidentemente si occupavano di mafia, sia la squadra mobile che i Carabinieri”. […] “Nel ’94 allorché vi era, questo lo so per storia, vi fu la richiesta di archiviazione, credo rigettata dal G.I.P., si pose il problema di vedere se era possibile trovare degli elementi nuovi che consentissero di esplorare delle aeree che fino a quel momento non erano state esplorate… Quindi era ad excludendum, non era un problema di… noi non abbiamo,      abbiamo escluso noi la pista mafiosa, in quel momento non vi erano atti che potessero essere oggetto di approfondimenti investigativo, almeno ritengo perché il Procuratore me li avrebbe delegati e se li avesse delegati non avrebbe delegato sicuramente noi che eravamo la Digos”.
Insomma, la pista mafiosa è nelle nebbie, Pampillonia diligentemente battè le altre. Dall’indagine della Digos scaturì l’operazione “Codice Rosso” (nell’ambito della quale fu arrestata Chicca Roveri – completamente innocente: una pagina vergognosa).

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