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Se n’è andato Giorgio Santerini. Difendeva giornalisti e giornalismo

 

Quando ho letto il comunicato di Maurizio Andriolo che annunciava la morte di Giorgio Santerini mi è venuto un moto di rabbia e stizza. Non solo tristezza. Giorgio non era solo un sindacalista di eccezione, ma per me anche un amico. L’ultimo segretario che ha lottato, assieme al suo vice Beppe Giulietti, per mantenere intatte le conquiste sindacali ottenute dai giornalisti negli anni. Il contratto che Giorgio Santerini e Beppe Giulietti hanno firmato resta l’ultimo degno di questo nome. Da allora, di anno in anno, il patto con gli editori è stato svuotato sempre di più.
Abbiamo lavorato assieme nella stessa redazione al Corriere della Sera per diversi anni. C’era con noi anche Giuseppe Baiocchi, che si è spento un paio di mesi fa. Tre personalità e culture intimamente diverse. Eppure andavamo profondamente d’accordo, uniti come eravamo dalla passione per questo lavoro che cercavamo di fare al meglio. Un socialista, un cattolico e un estremista liberale.
Giorgio era geniale. Ricordo in una micidiale notte estiva, dilaniati dagli insetti che sembrava avessero fatto il nido nei sotterranei del Corriere della Sera, un suo titolo a nove colonne (allora erano 9). “Hanno vinto le zanzare!”.

Quando diventò presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti cercò di continuare a fare il giornalista e, per un po’, seguitò a venire in redazione, poi gli impegni sindacali glielo impedirono. Socialista. Sì, certo di idee era socialista, ma di spirito libero; non era né allineato, né prendeva ordini. Non era craxiano e non amava i craxiani, neanche quando Craxi era in auge ed erano in tanti giornalisti che aspiravano a entrare nella sua corte. Giorgio era estraneo alla “Milano da bere” o ai ritrovi al Sant’Ambroeus, dove, come tanti proci, si ritrovavano i giornalisti socialisti a ora tarda, dopo le chiusure dei giornali.

Quando Craxi o chi per lui gli offrì di entrare nella “Assemblea dei mille socialisti – dove avevano trovato spazio intellettuali, pubblicitari, finanzieri, stilisti, perbenisti e varia umanità molto spesso conservatori incalliti  che appoggiavano il leader solo per ricavarne qualche briciola di denaro e potere – disse di no. Discutemmo della faccenda durante una lunghissima passeggiata attorno all’isolato di via Solferino. Era molto imbarazzato della richiesta. Non voleva accettare ma temeva di irritare il potere con conseguenze disastrose per il sindacato. Gli illustrai quello che io pensavo: giornalismo e politica non vanno d’accordo, o l’uno o l’altro. Sciolse così il suo dubbio.
In quei giorni era uscita un’intervista di un collega del Corriere della Sera su Prima Comunicazione dal titolo più o meno così: “Sono prima socialista e poi giornalista”. Giorgio l’aveva giudicata vergognosa. Non eravamo sempre d’accordo sulla sua azione sindacale. Per cacciare la vecchia dirigenza che aveva ingessato la Federazione Nazionale della Stampa, si era alleato con vari gruppi che poi cercavano di condizionarlo, chiedendo (e ottenendo) posti di potere, non per esercitare un’azione sindacale, ma solo per occupare un posto al sole o per lucrare qualche soldo con viaggi a Roma pagati dal sindacato. Se ne rendeva conto e con lui discussi anche di questo. Alle mie critiche rispose: “E’ l’unico modo per rifondare il sindacato. Per fare un buon contratto occorre arrivare ai vertici, a qualunque costo”.

Effettivamente riuscì a rinnovare il vertice, salendo lui alla segreteria e alleandosi con Beppe Giulietti, una delle poche teste pensanti del sindacato. Pur essendo caratterialmente diversi – Giorgio era un po’ ombroso, Beppe solare – l’accoppiata si rivelò vincente. I due guidarono la FNSI con grande passione e con grande vigore, appianando le loro divergenze; riuscirono a mobilitarei colleghi e firmarono con gli editori l’ultimo contratto serio della categoria.   Giorgio aveva intuito che il futuro della professione sarebbe passato per i freelance e i collaboratori cui andava garantita una dignità di lavoro e quindi di salario.

Al congresso della Fnsi di Villasimius (era il 1996) fece la sua ultima relazione e dopo una riunione della maggioranza che lo sosteneva, in cui invitò a eleggere Simona Fossati (che appunto giàda allora si occupava di freelance con il gruppo Penne Sciolte) alla presidenza della FNSI, scomparve senza salutare per evitare commiati difficili. Ce ne accorgemmo solo quando la mattina lo cercammo nella sua stanza e alla reception dell’albergo ci dissero che era partito.
I suoi seguaci a quel punto si scatenarono in lotte intestine per conquistare segreteria e presidenza, dove furono eletti rispettivamente Paolo Serventi Longhi e Lorenzo del Boca. L’alleanza vincente tra la corrente di Giorgio, Stampa Democratica, e di Beppe, Automonia e Solidarietà, si sfasciò e tanti dirigenti pensarono solo al loro futuro personale. Il sindacato accrebbe la contiguità con gli editori, i freelance vennero abbandonati e la stessa sorte subirono i contrattualizzati. Cominciò il lento declino della FNSI cui stiamo assistendo ancora oggi.

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