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Manifesto di assunzione di responsabilità per il Servizio Pubblico

 

La CISL partecipa con grande interesse ai lavori di questo convegno e ringrazio gli organizzatori per l’invito. Da tempo siamo impegnati sui temi nodali del Servizio Pubblico Radiotelevisivo, portando il proprio contributo al dibattito e al rinnovamento della Prima industria Culturale del Paese, abbiamo compartecipato all’iniziativa promossa dall’USIGRAI “Riprendiamoci la RAI” e organizzato una iniziativa “Rai un bene comune da rivalutare” nel corso della quale è stato presentato un manifesto programmatico con il quale sono state avanzate dalla CISL proposte strutturali che mettano la Rai in condizione di rilanciare la propria funzione e la propria missione. Condividiamo pienamente con gli organizzatori di questa iniziativa che in questo quadro, assume particolare delicatezza il rinnovo alla RAI, da parte del Governo, della Convenzione ventennale per la “Concessione in esclusiva del servizio pubblico di diffusione di programmi radiofonici e televisivi”, in scadenza nel 2016, i cui elementi qualificanti devono continuare ad essere i principi di indipendenza, imparzialità e autonomia nel settore dell’informazione, rappresentando sempre di più le diverse componenti della società civile e, al contempo, reinterpretando la triplice missione assegnata storicamente al Servizio pubblico radiotelevisivo di “informare, educare e divertire”. Nel paese si avverte un sentimento di delusione nei confronti del Servizio Pubblico, che si intreccia a una grave crisi di risorse, di reputazione e di qualità degli ascolti. Nel dibattito quotidiano le prerogative del Servizio Pubblico non sono percepite come nettamente marcate e distinguibili rispetto alle tv commerciali è ormai diventato un irresistibile luogo comune. Occorre ripartire dai nodi fondamentali, perché evidentemente è stato il progressivo disallineamento rispetto alla mission a provocare un declino che altrimenti rischia di apparire irrevocabile.

La crisi della RAI è anzitutto una crisi di progettualità e di identità. Occorre lanciare un piano di idee e di proposte per impedire che il rinnovo della concessione, previsto per il 2016, diventi un’occasione per liquidare storia e posizionamento del Servizio Pubblico. Il punto di partenza è la valorizzazione della vocazione di bene pubblico e di servizio allo sviluppo culturale del paese. È questa la grandezza del lascito patrimoniale della RAI, che l’ha elevata a principale infrastruttura per la modernizzazione. Se la definiamo sinteticamente la nostra più grande industria culturale, significa che nel tempo centinaia di professionisti, manager e operatori della comunicazione hanno impegnato le loro energie per fare della RAI un presidio identitario e una fonte di innovazione culturale. Eppure negli ultimi decenni la RAI sembra aver perso contatto con i bisogni del pubblico e con le aspettative dei corpi sociali intermedi. Solo così si spiega una frammentazione di prodotti e programmi che tradiscono uno stato confusionale della capacità di racconto di un paese. È ciò che accade quando la febbre dei  programmi e delle narrazioni sembra perdere qualunque capacità di testimoniare il valore della coesione e della fiducia. A parità di condizioni, comincia ad esser chiaro che la Tv perde terreno ogni volta che si piega al pubblico invece di  “spostarlo in avanti”, offrendo strumenti per affrontare il futuro. La riprova è nei fatti: ogni volta che si limita a registrare i successi della stagione precedente, perde di potere innovativo e soprattutto finisce per screditare il mezzo. Non a caso, l’individualismo stravince nei racconti della comunicazione moderna. Dobbiamo prendere amaramente atto che abbiamo smesso di fidarci gli uni degli altri, ma non possiamo dimenticare che la Tv ha contribuito alla nostra carta di identità. Ha fatto gli italiani.

La sfida che si apre è sulla capacità della RAI di porsi come narrazione almeno verosimile della nostra realtà, contrastando le tentazioni del ripiegamento e della sfiducia. In un contesto di interpretazione impoverita della globalizzazione, che ha finito per ridursi da noi all’enfasi commerciale, il primo compito del Servizio Pubblico è la ridefinizione di un progetto identitario in cui possa riconoscersi la grande platea dei cittadini. Ecco perché è venuto il momento di aggiornare la mappa dei territori della crisi della tv pubblica, unica strada per individuare vie d’uscita e addirittura percorsi di rilancio, senza fornire alibi a chi vuole cogliere la crisi speculando sulla privatizzazione di un servizio essenziale o rifiutando la messa in sicurezza finanziaria della RAI. Questo ci spinge a una parola di chiarezza sul modello di governance che ha afflitto la RAI nell’ultima fase storica. Le prove di un’evidente paralisi della capacità industriale e di innovazione del prodotto sono sotto gli occhi di tutti (non esistono del resto casi di aziende guidate da sette amministratori delegati). La politica italiana ha dato sulle vicende della RAI una modestissima prova di capacità di direzione, di indirizzo  generale e di problem solving. Il modello RAI non è stato in grado di affrontare le sfide poste dall’accelerazione tecnologica e dalla globalizzazione dei mercati, disperdendo ulteriormente le grandi risorse identitarie prodotte dal territorio. Troppi meccanismi di funzionamento dell’azienda appaiono ancora  in difficoltà, rendendo indispensabile una più chiara e concentrata linea di comando e la messa alla prova di alte competenze manageriali e culturali. Solo così si possono coniugare potere e responsabilità, anche in vista di una certificazione pubblica dei risultati. Ma la seconda vertenza deve riguardare una radicale riflessione sui programmi, sulla capacità di autoproduzione e di valorizzazione, anche nei mercati internazionali, e infine sulle linee editoriali dei palinsesti. È impensabile una nostalgia per il tempo della Tv pedagogica, ma è ancor più caricaturale accettare un estremismo delle rappresentazioni e dei relativismi, che finisce per far perdere alla RAI la sintonia con la vita quotidiana del paese e con il sentimento pubblico. Troppe descrizioni improntate alla violenza, a un eccesso di semplificazione della realtà e a restituire molti soggetti – e soprattutto gli immigrati – solo con il registro della cronaca nera. Troppe descrizioni della famiglia e degli affetti irrealistiche, al punto che la crisi del matrimonio percepita dalla Tv è statisticamente più alta che nella realtà. A questo si aggiunge una vertenza storica sulla qualità del prodotto RAI, che passa anche per la rappresentazione delle donne, talmente statica da riecheggiare la formula della donna-oggetto. Si tratta di un altro di quei terreni in cui la televisione pubblica deve individuare una più chiara e convincente strategia di differenziazione della sua programmazione, dimostrando una capacità di raccontare una società aperta al futuro, con uomini e donne a confronto. Una uguale sensibilità di radicale ripensamento delle filosofie di palinsesto deve riguardare il lavoro, leva fondamentale di concreta valorizzazione del capitale umano, soprattutto giovanile e qualificato, restituendo un’immagine in cui l’Italia fondata sul lavoro non risulti un imperativo astratto della Costituzione repubblicana.  L’atmosfera comunicativa che finisce invece per prevalere nella percezione del pubblico, al di là di programmi e capacità autoriali talvolta straordinari, è quella dell’incattivimento delle relazioni tra le persone, dei rapporti sociali e della stessa idea di futuro. Non è forse un caso che dobbiamo registrare una grave crisi di attenzione del pubblico giovanile e del segmento più colto del consumo, tutt’altro che giustificate dall’avvento di  Internet e mascherate in termini di audience dall’invecchiamento della platea televisiva. Persino la politica, che pure vantava nel nostro paese uno status culturale di primato e di capacità di influenza, si è fatta banalmente irretire dai teatrini del talk show, compromettendo un’autentica speranza di informazione sulle diverse proposte in campo, dando vita a eterne puntate di un conflitto gridato in cui vincono solo le opposte tifoserie. Ci sono molte buone ragioni per dare un segno di forte impegno sulla vertenza RAI. Ci sono tutte le possibilità per un’inversione di tendenza, a condizione che la proposta sia condivisa e i tempi di risposta efficaci. Occorre una documentata capacità di analisi critica del nostro presente comunicativo, in un contesto in cui l’eccesso di commercializzazione e la retorica dell’Auditel funzionano – più che da stimolo a  una diversa capacità industriale del prodotto – come spinta all’immobilismo e al rifiuto di qualunque innovazione. Un Servizio Pubblico, se non è sottoposto ad una verifica tramite indicatori anche sociali e di valore pubblico, resta una pura enunciazione verbale. Occorre capire definitivamente che la qualità della produzione dipende anche dalla quantità di investimenti, soprattutto a carico della cittadinanza, il primo e indispensabile azionista diffuso, chiamato a contribuire alle certezze economiche e alla difesa della RAI quale bene comune. Una nuova responsabilizzazione dei cittadini, attraverso la fiscalizzazione del canone, potrebbe risanare il legame e l’attenzione delle persone rispetto a un bene pubblico come la comunicazione. Il canone va sottratto alla sua natura di balzello ingiustificato, rilanciandolo quale segno di un paese che si apre a un nuovo patto sociale e culturale. Occorre, infine, riprendere e mantenere il legame con il territorio, valorizzandolo e amplificando così la vocazione universalistica della RAI. Il Made in Italy del racconto, infatti, ha le sue radici nel territorio. Questo indispensabile compito va affidato non solo alle testate giornalistiche locali, ma soprattutto ai centri di produzione radiotelevisiva in grado di offrire lavoro e diventare punto di riferimento e di progettazione per le varie realtà regionali. Il ruolo strategico del Servizio Pubblico si esprime anche nel recupero delle radici e della memoria storica dell’azienda, che dovrebbe investire, anche a livello di formazione, sugli uomini del racconto, professionisti e professioniste di una RAI orientata al futuro. La crisi del nostro paese è descritta come economica e finanziaria solo perché non abbiamo saputo cogliere per tempo l’erosione e la frammentazione di tutti i legami sociali e del lavoro come forma di emancipazione e di messa alla prova degli individui. Ma la stessa crisi della RAI non è solo gestionale e finanziaria. Occorrono un nuovo progetto e una strategia che rimetta al centro l’istanza di un grande Servizio Pubblico. Chiediamo a tutti uno scatto di sensibilità e di attenzione per rimettere la Rai al centro del dibattito culturale del paese.

* Walter D’Avack, coordinatore nazionale Rai della CISL

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