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Dall’Università ai cantieri della ‘ndrangheta, sedici anni di querele temerarie

 

La prima non la scorderò mai. Allora chiesero soldi a un morto e a un nullatenente. Era il 1997, la querela numero uno. Ero stato semplicemente intervistato da un inviato del mensile «Diario». Titolo: «Il terremoto di Messina». Argomento: la ‘ndrangheta nell’Università. Nessuno ne aveva ancora parlato. Mesi dopo arrivarono la gambizzazione di un giurista, uno studente ucciso, le bombe negli istituti delle Facoltà, l’omicidio di un docente di Medicina. Giunse la commissione antimafia, il vicepresidente era un giovane Vendola. Disse: «Questo è un verminaio». Il rettore, invece, sosteneva: «Sono episodi marginali, il resto dell’ateneo è sano». Nessuno, in città, osava rispondere ai fratelli Cuzzocrea. Erano venuti dalla Calabria e creato un potentato che comprendeva farmacie e cantieri navali.
La Fondazione che operava nell’ambito universitario, collegata direttamente al quotidiano locale, chiese i danni per quel primo articolo. Ovviamente, da studente non possedevo nulla. Il cronista morì poco tempo dopo. Incredibilmente, l’attore continuò il procedimento contro i figli del giornalista deceduto. Quella causa l’ho vinta dopo molti anni, grazie al sostegno dell’avvocata Carmen Cordaro. Cito i nomi dei legali – più tardi mi aiuterà l’avvocato Carmelo Picciotto – perché in un mare di pacche sulle spalle, encomi solenni, retorica a base di coraggio e libertà, la «sostanza» è l’aiuto di pochissime persone, professionisti sensibili e generosi. È sempre così. Finiti i giorni della solidarietà di massa arriva l’ora della solitudine. E allora bisogna fare i conti, calcolare le spese. Dimenticare che tutto quello che guadagni potrà in un attimo finire a un imprenditore colluso o perdersi in marche da bollo e onorari. All’inizio ho fatto così: non ci pensavo. Alla condanna, alla rovina economica. La maggior parte delle querele sono in sede civile. Processi lentissimi, decennali. Costi alti e scaglionati nel tempo. Una spada di Damocle per costringerti a cambiare argomento, limare gli aggettivi, riempire gli articoli di condizionali. Cancellare i nomi. Non dire più nulla.
Negli anni mi sono chiesto: perché devo trascorrere tanto tempo tra uffici di polizia giudiziaria, caserme di carabinieri, stanze di Questura? Perché quell’imbarazzo, quando in un ufficio pubblico ti chiedono: hai condanne? Hai procedimenti in corso? Non sono un delinquente, ma uno che accusa i delinquenti. Con terrelibere.org abbiamo sollevato – per primi – la questione dell’Università, della mafia a Sigonella, del razzismo ‘ndranghetista a Rosarno, del caso di Attilio Manca, dello sfruttamento dei giornalisti. Ogni vicenda, una querela o una minaccia.
Quando è arrivato Internet è iniziato il delirio. La legislazione italiana non era pronta, e non lo è neppure adesso. Chi applica l’analogia con la legge sulla stampa, chi va alla cieca. Così sono stato chiamato a rispondere persino per un sito di cui gestivo semplicemente l’hosting. Come se il titolare di Facebook dovesse andare in Tribunale per i commenti degli utenti.
Lo scorso anno, dopo una serie interminabile di processi – tutti vinti – è arrivata la fine. Un libro pronto a essere pubblicato, con tanto di editore e di contratto firmato, stava per rimanere nel cassetto. Il problema? Dire con nomi e cognomi quello che tutto il mondo sa. Ovvero che le grandi imprese hanno lavorato sulla Salerno-Reggio Calabria stringendo patti inconfessabili. Finché parli di «ditte del Nord» va anche bene. Ma se scrivi i nomi – che poi sono i maggiori delle costruzioni italiane, non aziende di paese – la querela è praticamente automatica. E il processo si gioca sul filo della definizione, sul condizionale mancante. E mentre il New York Times, la stampa tedesca, l’Unione Europea lanciano giudizi impietosi sul «più grande fallimento dello Stato italiano», tu dovresti passare anni della tua vita a difenderti, a spaccare il capello in quattro.
Il libro si chiama «Zenobia» e adesso si trova in tutte le librerie. È uscito grazie allo Sportello antiquerele di Libera e – in particolare – alla consulenza dell’avvocato Giulio Vasaturo. Forse è il primo caso in Italia di «uso preventivo», che non può impedirti di subire una querela ma ti pone nelle condizioni di vincerla senza avere spese. Grazie a questo strumento non si verificherà il paradosso per cui un’impresa stringe accordi con la ‘ndrangheta, misura la durata dei cantieri nell’arco dei decenni, causa direttamente o indirettamente la morte degli operai e degli automobilisti e poi ti manda in Tribunale. Sul banco degli imputati, in un paese civile, devono starci loro.

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