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25 aprile, questo’anno lo trascorrerò con Pietro Ingrao

 

Quest’anno il mio 25 Aprile lo trascorrerò per intero con Pietro Ingrao, a distanza, ma insieme e  con un ospite d’eccezione.  Ingrao fisicamente resterà nella sua casa di Roma,  ma la sua grande forza morale e politica saranno dalle parti di Monteveglio, dove il  Teatro delle Ariette ha dedicato a lui la Festa della Liberazione.  Saremo in tanti per tutta la giornata: un film,  poi il pranzo popolare all’aperto, il concerto dei Tete de Bois. Sulle colline di Monteveglio  ,a Casaglia di  Montesole, negli anni 60 arrivò Don Giuseppe Dossetti con la sua comunità di monaci della “Piccola famiglia dell’Annunziata”, nelle zone teatro dell’eccidio di Marzabotto (circa 1830 morti tra cui intere famiglie e molti bambini),  uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche in Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale.  Nel 1994 Dossetti fu tra i promotori dei comitati in difesa della costituzione, la risposta ai propositi di stravolgimento annunciati dal primo governo Berlusconi. A quel periodo risale l’incontro e la salita all’Abbazia di Pietro Ingrao, organizzato dall’allora sindaco di Bazzano Andrea Lolli. Lo ricorda con emozione nel  bel documentario “Sulle tracce di Dossetti” di Giorgia Boldrini, Giulio Filippo Giunti  Stefano Massari. Ricorda Lolli:

Ingrao era a Bologna per un convegno, e io tornai da lui e gli chiesi se era interessato ad incontrare Dossetti e lui mi disse, sì volentieri. E allora dissi, posso organizzare, mi ricordo il termine, una mangiata di tortellini, in casa mia, di tortellini fatti da mia madre …  lui disse, assolutamente sì. Subito partì Ingrao facendo lui le domande sull’atmosfera della costituente, su come si era riuscito tfra forze così diverse, così opposte nel dibattito politico, a scrivere un testo così alto,  dove la mediazione era in alto, non in basso. Dossetti rispose che i rapporti anche personali  creati all’interno della costituente portavano a dare il meglio delle diverse sensibilità politiche-.

A tavola con Dossetti, Ingrao e il sindaco c’era anche Don Giovanni Nicolini,  un prete scomodo, molto conosciuto a Bologna:

-Parlavano della costituzione, del lavoro costituzionale e quindi di come era stata fondamentale quell’intuizione di dire che era fondata sul lavoro in alternativa alla proposta, diciamo, della sinistra che la fondava sui lavoratori, sul lavoro come  termine che avvolge tutta la società-.

Dossetti era  malato e stanco, ma questo non gli impedì di dedicare gli ultimi anni della sua vita in una una sorta di ritorno di impegno politico,  che aveva abbandonato alla fine degli anni 50 da esponente di primo piano della Democrazia  Cristiana. Un impegno nella difesa dei principi della costituzione che lo accompagnò fino al giorno della sua scomparsa il 15 dicembre 1996. In quell’occasione Pietro Ingrao scrisse una commemorazione dal titolo “Il Mistero” che consegnò al quotidiano Il Manifesto:

– Caro don Giuseppe, non sono credente è non ho speranza alcuna che que­sta lettera possa in qualche modo arrivarle (e poi a che le servi­rebbe?)… Domenica, in Italia, i tele­giornali e ancora ieri i quotidia­ni hanno dato un grande rilievo alla notizia della sua morte. Hanno parlato delle sue lotte in Parlamento, dei suoi conflitti con De Gasperi. Hanno citato anche Togliatti; hanno parlato (poco, in verità) della sua così essenziale collaborazione con Lercaro al Concilio Vaticano II. Hanno ricordato an­che, gentilmente, che Lei in questi mesi ha difeso la Costitu­zione. Che strano però. Hanno detto quasi nulla del suo farsi ed es­sere monaco … Ho in mente un’immagine singolare: Lei, Don Giuseppe, in abito di sacerdote celebrante, nella solennità dei paramenti sacri, con uno sguardo quasi as­salito da un appello, come se uno La chiamasse e Lei si vol­gesse al richiamo. Quell’imma­gine mi fa un po’ paura. Mi è più dolce, molto più dolce, Lei che indossa quel largo saio di monaco sul corpo alto e magro. Credo (mi sembra) che Lei ab­bia ragionato nella sua esisten­za sulla connessione fra quei due abiti, in termini che io non so affrontare, ma certo in un rapporto con i tempi straordinari in cui viviamo (ricorda le ore abiette – come si vedono chiare oggi! – della guerra del Golfo?). Non sarò domani al rito di Bologna. E non solo perché non sono credente. Questa società stride aspramente con quel vol­to di monaco che ho amato. Addio don Giuseppe, uomo di pace -.

Don Athos Righi, oggi padre superiore della Piccola Famiglia Annunziata, ricorda  l’emozione che gli provocò la lettura di quell’articolo:

–  Forse la più bella testimonianza: non c’è un religioso, non c’è un vescovo che abbia detto qualche cosa di più significativo di quell’articolo. Dopo la morte Ingrao si interessò molto di Don Giuseppe , venne a Monte Sole, mi accolse a casa sua, parlammo delle ore con una confidenza incredibile. Direi quasi che ho avuto di riscontro un affetto, un’attenzione dello stesso calibro di quella che mi regalò  Don Giuseppe -.

E’ salutare per il fisico e per lo spirito rigenerarsi nella memoria di grandi uomini con qualche buona idea, che ci consente di questi tempi  di trascorrere un 25 Aprile di Liberazione.

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