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Ma ci si può dimettere da Vicario di Cristo?

 

Anche se il nostro tempo ci ha abituato alla rapidità degli eventi e spesso alla loro manifestazione impensabile, confesso d’essere colpito dalle dimissioni del Papa: evento che ho sempre immaginato come la stravaganza di un mio conterraneo, il monaco Pietro da Morrone, eletto papa Celestino V, che confessò la sua impotenza a vivere nella corte di Roma, e fece “il gran rifiuto” (come altri quattro ignoratissimi papi prima di lui). Qui non si tratta di debolezza intellettuale e di inesperienza della corte, dove papa Ratzinger ha vissuto quasi tutta la vita, ma di debolezza fisica, come ha detto egli stesso in latino a vescovi che cominciano a non conoscerlo. Una debolezza che il “mondo di oggi” non perdona, richiedendo anche vigoria fisica e dell’animo, “per assolvere bene il ministero a me affidato”. Questo richiamo ci risparmia qualsiasi irriverente paragone col mondo laico, il nostro, nel quale in molti (a cominciare dai maestri nella nostra professione) abbiamo promesso di restare al “banco di lavoro” fino all’ultimo fiato; ma nessuno di noi né porta né immagina quanto peso gravi su un monarca assoluto, capo della “chiesa universale”, simbolo vivo di una teocrazia, vicario di Cristo, Che richiede ai suoi alti sacerdoti di servire Dio e la Chiesa usque ad sanguinem.
Voglio parlarne da liberale laico e non credente, ma con animo libero da ogni ombra di anticlericalismo, che è figlio delle vicende storiche (“oggi col papa mi concilierei”, scrisse l’anticlericale Carducci, a un Pio IX ormai “povero vecchio”, assalito dai ricordi della sua Senigallia). Ebbene, io sento di non poter accettare – anche per il rispetto e la simpatia umana verso Benedetto XVI – la sua decisione di abdicare al trono pontificio, che non è solo trono. E’ forse necessario, per capre l’ oggi, risalire al Vaticano II, al pontificato inquietante di Giovanni Paolo I, alla lunga e nuova monarchia di Giovanni Paolo II, che ebbe in Ratzinger il suo Bismark pensante e il successore.

Il Vaticano II, nella pia intenzione di papa Giovanni (un “papa di transizione”, secondo la cretineria del senso comune), avrebbe dovuto cercare le vie migliori per un dialogo coi non cattolici, rivedere qualche rito o liturgia più o meno tridentina:  finì col dare il primo colpo di piccone alla monarchia assoluta del papa, quasi seguendo la via laica della costituzionalizzazione degli assolutismi regi. Il primato del pontefice, dopo oltre 1300 anni (il summus pontifex, titolo di tutti i vescovi, diventa esclusivo del papa dall’VIII secolo), è stato riassorbito in una più o meno effettiva collegialità dei vescovi.

L’elezione di Giovanni Paolo II maturò nella comunità episcopale e non nel chiuso della curia, dando al papato slancio politico e missionario. Ma aprendo tensioni nel mondo cattolico, ben nascoste. Anche a queste tensioni Benedetto XVI ha tentato di porre argine, conciliando il mondo moderno con la storia. Non ci è riuscito quando aveva ben altre forze fisiche, e oggi, come ultimo dono alla sua chiesa, si arrende per il suo bene. Ma noi ci chiediamo se un papa, che molti secoli dopo la nascita del cristianesimo diventò anche Vicarius Christi, si possa “pensionare”, come già vescovi e cardinali in età canonica.

Il papa può dimettersi da Vicario di Cristo? Non dovrebbe essere, il suo vicariato, come le stimmate, una volta per tutte?  E’ un quesito che ovviamente compete a uomini di studio e di chiesa, noi laici ci limitiamo a temere che una istituzione bimillenaria infarcita di regole nuove e a loro volta relative, cioè precarie, possa resistere. E soprattutto se le dimissioni da Vicario siano in sé una di queste regole nuove o un’abrogazione di un principio fondante.
Auguriamo a Benedetto lunga vita.

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