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La vittoria del generale dalla Chiesa

 

Sono passati ormai trent’anni da quella tragica sera di settembre, quando in via Carini, nel cuore di Palermo, la furia omicida dei killer di Cosa Nostra investì in pieno il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo, l’agente di scorta che seguiva i due coniugi con la vettura di servizio, a breve distanza.
Sono passati ormai trent’anni da quel terribile 3 settembre e oggi, di fronte alla cronaca di quei giorni che si è sedimentata fino a diventare storia di questo nostro Paese, dobbiamo doverosamente chiederci cosa sia rimasto di quel sacrificio che, insieme a tanti altri che hanno segnato le vicende repubblicane, a prima vista potrebbe costituire l’ennesima certificazione dell’incapacità dello Stato di vincere la battaglia contro il suo nemico più insidioso, la mafia.
E invece, a costo di sembrare ingenui o utopisti, a distanza di trent’anni, crediamo che a vincere sia stato proprio il generale che i mafiosi pensavano di mettere a tacere per sempre con il piombo.
Come sarebbe avvenuto con Falcone e Borsellino dieci anni dopo, l’eliminazione dell’avversario più temibile è diventata per la mafia la classica vittoria di Pirro. E questo al netto di polemiche, di ritardi e perfino di trattative sulle quali, doverosamente, deve ancora essere fatta piena luce.

I quattro cardini
Dopo dalla Chiesa la lotta alla mafia non è stata più la stessa, perché la sua barbara uccisione costrinse la politica e le istituzioni ad uscire dalle secche di uno sterile immobilismo, fino allora vissuto come pratica quotidiana di governo.
Dopo di lui il Parlamento si ricordò di avere chiuso in qualche recondito cassetto le innovative proposte normative di Pio La Torre, ucciso il 30 aprile dello stesso anno e si decise ad approvarle il 13 settembre, solo dieci giorni dopo l’agguato di via Carini. Furono così introdotti nell’ordinamento italiano l’articolo 416 bis che sanziona il reato di associazione di tipo mafioso e le misure di prevenzione patrimoniale, come il sequestro e la confisca dei beni di provenienza delittuosa.
Grazie alla Legge Rognoni La Torre, il pool antimafia dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, per la prima volta nella storia d’Italia, portò alla sbarra i capimafia e li fece condannare in via definitiva, dimostrando l’esistenza di un fenomeno che, fino allora, aveva goduto di una sostanziale impunità culturale, prima ancora che giuridica e giudiziaria.

Dopo di lui alcune sue intuizioni sono diventate sentire condiviso e oggi sono la base di qualsiasi strategia che voglia risultare convincente, prima ancora di essere vincente, nella lotta contro la criminalità organizzata di stampo mafioso.
Vogliamo quindi evidenziare quattro solide intuizioni, quattro principi cardine che il generale aveva elaborato e trasfuso nella sua azione antimafia e che oggi sono patrimonio condiviso, punto di non ritorno per ogni attività di contrasto alle cosche.
Quattro intuizioni che il prefetto aveva formulato nel corso dei decenni precedenti, quando era stato chiamato a servire l’Arma e lo Stato, con incarichi diversi nel corso di differenti periodi di sua permanenza nell’isola.
Sia lui che Pio La Torre vissero da protagonisti gli anni in cui la mafia stava cambiando pelle e stava spostando il baricentro dei suoi affari dai latifondi alle città. Sia lui che Pio La Torre videro in diretta l’ascesa irresistibile dei corleonesi. Ed è singolare come entrambi, alla fine, abbiano poi maturato le medesime convinzioni in tema di lotta alla mafia, sebbene le origini e i vissuti dei due fossero profondamente differenti.
Quelle quattro intuizioni divennero certezze nei cento giorni che lo videro schierato in prima linea, alla guida della prefettura di Palermo, mentre si batteva per ridare vigore ad uno Stato in forte crisi di credibilità.
In quei cento giorni, dalla Chiesa capì che tutto quanto aveva raccolto nei decenni precedenti in termini di conoscenza della mafia poteva essere messo a frutto, se solo si fosse voluto fare fino in fondo sul serio, così come era avvenuto per la lotta al terrorismo.
Purtroppo ciò non avvenne ma non per questo la vittoria del generale dalla Chiesa non è oggi meno limpida, alla luce proprio dei quattro fulcri individuati su cui fondare la riscossa dello Stato e che restano la sua eredità migliore.

La mafia, tra politica ed economia
Il primo di questi principi consolidati è il nesso fondamentale tra mafia e politica. Prima di dalla Chiesa si era messo sempre in dubbio la centralità di questo rapporto come causa prima della crescita del potere delle cosche. Anzi, tutte le volte che si cercava di porre sotto i riflettori il perverso legame, presente fin dagli albori, si scatenava una polemica furibonda.
Ancora oggi questo tema – ne abbiamo purtroppo riprova quotidiana – finisce per essere ostaggio della diatriba tra le diverse posizioni politiche e si alimenta delle fisiologiche contrapposizioni tra partiti e schieramenti, ma allora finiva per essere utilizzato addirittura a sostegno dell’inesistenza della mafia stessa. Se oggi chi prova a parlare di mafia e politica, viene tacitato di fare politica pro domo sua, allora quanti evidenziavano questi rapporti inconfessabili, fosse anche magistrato o rappresentante delle forze dell’ordine, finivano per essere presi per visionari.

Fu invece proprio il generale a certificare, una volta per tutte, i rapporti inquinati tra settori della politica nazionale e locale e le cosche e a portarne l’evidenza in sede di Commissione parlamentare antimafia, non lesinando nomi, fatti e circostanze. L’insistenza sulla necessità di recidere i contatti tra pubblica amministrazione e fenomeni criminali fu un’acquisizione maturata nel corso dei decenni che lo videro investigare sulle cosche della provincia palermitana. La denuncia della famiglia politica più inquinata del capoluogo siciliano – la corrente andreottiana – fu solo l’ultimo dato acquisito nel corso del tempo, grazie ad una capacità di lettura dei fatti davvero notevole.
Il secondo principio cardine è la consolidata potenza economica della mafia. Nell’analisi del prefetto, le cosche non erano più un soggetto legato al sottosviluppo di alcuni territori, ma piuttosto attori di un repentino cambiamento che avrebbe proiettato le mafie nel centro della globalizzazione. Un termine allora poco usato ma che servì a dalla Chiesa per cogliere nella grande disponibilità di capitali uno degli elementi fondamentali per la prodigiosa crescita di Cosa Nostra, capace di farsi forte anche delle collusioni con il sistema bancario: «Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale».
In questo passaggio dell’ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca per “la Repubblica” il 10 agosto del 1982, dalla Chiesa sottolineava l’accumulazione primitiva del capitale mafioso come una delle chiavi per capire la forza d’espansione di un fenomeno capace di mettere radici ovunque, in virtù dell’enorme disponibilità di denaro impiegato nelle forme più disparate, grazie ai meccanismi propri del riciclaggio.

Policentrismo della mafia e prevenzione
La terza formidabile intuizione, che oggi è ormai fatto notorio, è il “policentrismo” della mafia: non più solo Palermo come luogo di elezione degli affari delle cosche, ma anche Catania, con l’individuazione del perverso patto tra mafiosi e i cavalieri del lavoro. Dalla Chiesa però aveva capito che la mafia non si era fermato allo stretto di Messina e, lentamente, si era diffusa anche oltre i confini dell’isola siciliana, stando a quanto raccontò sempre a Bocca: «Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel “pascolo” palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo». E ancora si legge nell’intervista: «La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali».

Da questa interpretazione derivava la richiesta di avere i poteri per coordinare seriamente la lotta alla mafia, non potendo più pensare di farlo nel solo “pascolo” palermitano.
Una richiesta che rimase inevasa e il cui mancato recepimento contribuì, di fatto, all’isolamento di dalla Chiesa da parte delle istituzioni locali, fortemente condizionate dai legami correntizi della Democrazia Cristiana.
L’ultimo, ma non meno importante, principio fondante l’azione antimafia per il prefetto dalla Chiesa risiede in una parola: “prevenzione”. Un investigatore come lui, uno sbirro con la “s” maiuscola come ama definirlo Gian Carlo Caselli, un rappresentante delle forze dell’ordine, deputate quindi alla repressione dei fenomeni criminali, come mai s’incaponì sulla necessità di lavorare sulla cultura, sulla formazione per arrivare a sconfiggere la mafia?.
Perché aveva capito che la mafia si alimentava costantemente di una cultura dell’illegalità, del sopruso, della raccomandazione. Vincere la battaglia contro le mafie significava trasformare nuovamente in cittadini della Repubblica quelli che erano diventati i sudditi della mafia. Ecco perché volle incontrare studenti e categorie produttive, per spiegare che la battaglia contro le mafie necessitava dell’impegno di tutti, di una corale assunzione di responsabilità, senza alcuna delega.

E restano ancora di straordinario valore le parole rivolte agli studenti del liceo Gonzaga di Palermo, il 2 giugno: «La vita va vissuta, la vita deve essere scoperta e raggiunta non soltanto per un divertimento, per un divertimento ed uno svago, la vita è fatta di sofferenze, di rinunzie, di dolori, di delusioni e di amarezze. Solo attraverso questo humus voi potrete raggiungere delle soddisfazioni, solo attraverso la rinunzia e il sacrificio voi potrete raggiungere quanto e di vostra intima soddisfazione: quella di essere, quella di divenire». E in aggiunta, anche la ferma condanna del sentire comune e dell’agire, in ultima istanza, mafioso: «Il locupletamento, la speculazione, la collusione, la corruzione, tutto quello che è tentativo per emergere, tutto quello che è tentativo o ricerca esasperata di avere milioni, per avere una facciata di maggiore prestigio, per essere migliori di fronte al prossimo, per apparire, non per essere migliori, di fronte al prossimo. Tutto questo non serve, tutto questo è stato il danno di ieri».

E allora si coglie l’importanza fondamentale del lavoro culturale e formativo che, dopo trent’anni, è ormai una delle caratteristiche principali dell’antimafia sociale che, a partire da ogni angolo d’Italia, dal lavoro di scuole e associazioni, di centri culturali e religiosi, va oggi dispiegandosi in altri contesti internazionali. Cambiare il modo di pensare e ripristinare la scala di valori condivisi nella nostra Costituzione, infatti, aiuta le persone a non cadere nell’illusione di un facile successo, possibile solo se si sceglie la strada del crimine.
Ecco alla luce di questi quattro pilastri – il rapporto tra mafia e politica; le cosche potenza economica della globalizzazione; il policentrismo delle mafie; l’importanza della prevenzione e della cultura – che sono ormai entrati nel sentire comune, possiamo senza tema di smentite ribadire che, trent’anni dopo, il generale dalla Chiesa ha vinto la sua battaglia contro la mafia.
E che tocca a ciascuno di noi, per la sua quota di responsabile cittadinanza, dare un contributo.

*tratto da www.liberainformazione.org

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