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Sant’Arcangelo, “Città della Pace”

 

“Cuann’  vennono o’ guagnoni?”. La signora Maria abita di fronte a uno degli appartamenti del centro storico che il Comune ha ristrutturato e affidato alla Citta’ della Pace per accogliere i rifugiati. E’ sola, ci spiega, e avrebbe piacere che nella casa arrivasse una giovane famiglia. Sant’Arcangelo, paese di 6000 anime abbarbicato su una collina della Val d’Acri, al momento ospita undici persone di diverse nazionalità: ghanesi, nigeriani, palestinesi in condizioni di vulnerabilità. Famiglie con minori, problemi di salute, madri sole. Teresa, che nel paese è nata e cresciuta, ci racconta il lavoro che svolgono con questo progetto di accoglienza, finanziato con un programma quadro della Regione Basilicata, che sul sociale investe molto, anche grazie alle royalties del petrolio lucano. Ci sono voluti nove anni per avviare il progetto, fortemente voluto dal premio Nobel Betty Williams nel 2003.

Lo Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) individua i rifugiati presenti nei Cara e poi li affida alla Fondazione Città della Pace, che li sistema in un appartamento e li assiste dal punto di vista legale e burocratico, organizza i corsi di italiano, si occupa di inserire i bambini nella formazione e di aiutare gli adulti a trovare un lavoro. La legge in Italia prevede il riconoscimento dello status di rifugiato per 5 anni rinnovabili, in cui nei sei mesi iniziali,  rinnovabili una sola volta, i rifugiati ricevono un sussidio, imparano l’italiano e cercano un’occupazione.

Secondo un rifugiato palestinese, il problema del sistema italiano è proprio questa scadenza così stretta, che non dà sicurezza sul futuro. Soprattutto in un momento di crisi, in cui trovare e mantenere un lavoro è estremamente difficile. Lui ha trascorso alcuni mesi in Scandinavia e ha potuto verificare come sistemi diversi garantiscano meglio del nostro una vita dignitosa lontano dalla propria terra. Una terra che non ha mai visto: è nato e cresciuto in Medio Oriente, fuori dalla Palestina, di cui ha soltanto sentito i racconti dei suoi genitori. ” Credo che la Palestina sia come Matera, dove ci sono i sassi.- dice  – Calabria, Basilicata, Libano, Siria sono uguali: il tempo, le strade, le montagne, le olive, la compagnia, le verdure…”.

Gli abitanti della Città della Pace hanno storie sparse tra paesi e continenti e figli nati in Africa, in Libia, nei Cara italiani e anche qui nel cuore della Basilicata. Dove c’è l’ospitalità, il calore e la tranquillità che sarebbe impossibile trovare in qualche grande metropoli.

Alì e gli altri hanno paura per il futuro e si impegnano per uscire dalla condizione di dipendenza. Vivono in case intitolate a celebri rifugiati: Miriam Makeba, Albert Einstein, Francesco Saverio Nitti. Case rimaste vuote per lo spopolamento e l’emigrazione verso Nord. Case che magari un tempo Valerio Giambersio- direttore della Fondazione Città della Pace- hanno ospitato antifascisti al confino: “Vorremmo che la Basilicata diventasse da terra di confino a terra di confine”.

In un posto come questo, per come la gente si chiama dalla strada, lascia le porte aperte e si saluta, sembra non essere mai passato il tempo. E invece, grazie alla Città della Pace, Sant’Arcangelo è un segno dei tempi, della ruota del tempo che gira, spostando esseri umani attraverso mari e confini, di nuovo e senza mai fine.

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