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Morire vittime dell’uranio impoverito. Nessuno paga, nessuno è chiamato a risponderne

 

I giornali non ne hanno parlato. Accade spesso che di certe notizie, di certi fatti, non si parli. La notizia è la morte di un ragazzo di 32 anni. Era un militare, ha prestato servizio in Kosovo; e in Kosovo questo ragazzo viene colpito da un tremendo veleno, l’uranio 238, utilizzato negli armamenti in dotazione alle forze NATO. Armamenti che uccidono non solo il “nemico”, ma anche, ormai, “l’amico”.

Del veleno costituito dall’uranio impoverito, dei micidiali effetti sulla salute, si sapeva. Nel 1994 la stessa NATO aveva messo in guardia i vari stati sulle possibili conseguenze sulla salute dei militari e dei civili che fossero stati esposti alle polveri di questo metallo. E nonostante ciò, in Kosovo, in Macedonia in particolare, durante la guerra dei Balcani del 1999, le munizioni anticarro ne contenevano in quantità.

Una storia simile a quella di un cinquantenne palermitano, primo maresciallo luogotenente dell’Esercito; nei primi anni Duemila ha fatto parte del contingente italiano di supporto all’operazione Nato in Bosnia Erzegovina, nome in codice: Joint Force. Durante un controllo viene fuori l’anomalia dei parametri dei leucociti del suo sangue. Rientra in Italia, gli viene diagnosticato un microcitoma polmonare. Viene congedato. Non può più fare il soldato, ma neppure stare in ufficio. Eppure il Comitato di verifica aveva scritto che “nei precedenti di servizio dell’interessato non risultano fattori specifici potenzialmente idonei a dare luogo ad una genesi neoplastica. Pertanto è da escludere precedenti infermità o lesioni imputabili al servizio che con il tempo possano essere evolute in senso neoplastico”. I familiari del militare, nel frattempo deceduto, iniziano una battaglia legale, anche e soprattutto per onorare la memoria del parente deceduto.

Non sono i soli. Secondo l’Associazione delle vittime, sono almeno duecento i militari morti in seguito all’esposizione di questo letale veleno; e sarebbero molte centinaia gli altri casi di tumore ancora in corso. Si usa il condizionale perchè di notizie sicure non ce ne sono. Nonostante le innumerevoli interrogazioni presentate dai parlamentari radicali, dell’Italia dei Valori, del Partito Democratico.

Un fatto è comunque sicuro: tra i soldati che hanno prestato servizio in Kosovo e in Bosnia si registra una inquietante aumento dei tumori, un aumento decisamente fuori la “norma”.

La questione si trascina da 15 anni. Riguarda anche i militari di altri paesi della NATO che hanno prestato servizio in Kosovo e in Bosnia; e non sappiamo, non potremo mai sapere quante vittime questo veleno ha provocato tra le popolazioni civili di questi paesi, esposte anche loro all’uranio impoverito. Eppure ancora non esiste un trattato internazionale che metta al bando i proiettili all’uranio impoverito. I vertici militari e il ministero della Difesa da parte loro oppongono uno sconcertante e impenetrabile muro di silenzio e di omertà. Si capisce.

Per tornare al caso del ragazzo con cui abbiamo cominciato questa nota: ha lottato disperatamente per dieci anni, prima di morire, in modo atroce. A suo tempo gli è stata riconosciuta un’indennità per essere stato esposto all’uranio. Quell’indennità è un’ammissione: si sapeva del pericolo letale costituito da quelle armi per chi le usava, non solo contro chi erano rivolte. Eppure, pur sapendolo, c’è chi ha deciso di mandare quel ragazzo, e tanti altri come lui, a morire in modo così atroce. E nessuno, ancora, è stato chiamato a risponderne, nessuno ha pagato.

Lo sfortunato protagonista è un cinquantenne palermitano. Nei primi anni duemila il primo maresciallo luogotenente dell’Esercito ha fatto parte del contingente italiano di supporto all’operazione Nato in Bosnia Erzegovina. Nome in codice Joint Force. Durante un controllo venne fuori l’anomalia dei parametri dei leucociti del suo sangue. Rientrato in italia dalla missione balcanica gli venne diagnosticato un microcitoma polmonare. Da qui il congedo. Non poteva più fare il soldato, ma neppure stare in ufficio. Eppure il Comitato di verifica aveva scritto che “nei precedenti di servizio dell’interessato non risultano fattori specifici potenzialmente idonei a dare luogo ad una genesi neoplastica. Pertanto è da escludere precedenti infermità o lesioni imputabili al servizio che con il tempo possano essere evolute in senso neoplastico”. I familiari del militare, nel frattempo deceduto, hanno iniziato una battaglia legale che oggi segna un importante passaggio a loro favore. Anche e soprattutto per onorare la memoria del parente deceduto. Si sono affidati all’avvocato Maurizio Castronovo che ha presentato ricorso al Tribunale amministrativo regionale che scrive: “Delle due l’una o il Comitato non si è in realtà preso cura di considerare adeguatamente, e di valutare di conseguenza, gli impieghi straordinari; oppure se davvero lo ha fatto non si è dato cura di motivare in maniera adeguata, logica e ragionevole una conclusione negativa che andava in direzione contraria a quanto il mondo scientifico e quello istituzionale in quello stesso periodo stava realizzando”.

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