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Il caso Assange

 

La vicenda di Assange a pensarci bene é davvero singolare. In queste ore Stati di robusta tradizione democratica invocano il diritto nazionale ed internazionale per la sua estradizione. Arrivano a minacciare azioni di forza e biasimano il comportamento dell’Ecuador. Ora una sentenza è una sentenza e certo Assange non deve essere proprio uno stinco di santo ma perché tanto clamore, tanto spasmodico interesse. Se si torna indietro con la memoria tutto questo decisionismo nel diritto internazionale non si è visto, per esempio, nel caso Pinochet, nel caso dei dissidenti cinesi, nel caso di alcuni criminali nazisti e così via di seguito. Cos’é dunque che giustifica tanta attenzione al caso Assange. L’amore per la giustizia? Puó darsi, ma sorge il sospetto che il vero obiettivo é dimostrare che chi ha vulnerato il segreto del potere non possa passarla liscia.

É da tempo che internet è diventato l’oggetto di una nuova censura. La rete fa paura, mette in discussione l’autorità e va pertanto regimentata. Internet non sarà la panacea della crisi della politica ma é stato ed è un formidabile mezzo per spingere ai cambiamenti politici (le recenti vicende internazionali, al di là del loro esito, lo dimostrano). La rete non è miracolosa, non è una religione, non è un dogma incontestabile, ma costituisce allo stato l’unico strumento plausibile per l’esercizio di una partecipazione ampia alla discussione democratica. Questo è il motivo per cui non è gradita e si tenta in ogni dove di comprimerla.

In Italia ad esempio si è autorevolmente sostenuto che sono i partiti che devono restare al centro del meccanismo istituzionale e che non é internet il “nuovo modello democratico”. Bene, ma per questa fondamentale funzione i partiti medesimi dovrebbero avere anche la capacità, soprattutto nella presente fase storica, di rinnovarsi, di stare vicino alla gente. Un partito per sua natura infatti tende a rappresentare un’idea di società. Chi forma dunque questa idea: i mercati, le classi dirigenti del partito medesimo o piuttosto il sentire del popolo? E come si coglie questo sentire in una moderna democrazia se non con i mezzi tecnologici che consentono un rapporto diretto con i cittadini. Forse l’antipolitica (fenomeno pericolosissimo e gravido, come ci insegna la storia, di drammatiche conseguenze) si alimenta proprio di questa mancanza di rapporto diretto.

Il pericolo di un ruolo di controllo o sostitutivo della rete francamente non sembra affatto emergere. Non si può infatti scambiare per controllo la conoscenza delle ragioni delle decisioni del potere o per sostituzione della politica l’utilizzo della rete come motore di aggregazione e di protesta (non violenta). A meno che non si voglia intendere che la politica non é esercizio di partecipazione ma manifestazione di un potere che va disturbato il meno possibile perché comunque depositario, quasi ontologicamente, di giuste ragioni.

Viviamo infatti un tempo in cui la volontà popolare è una cosa da maneggiare in modo parsimonioso. Si sa la gente è facilmente influenzabile, ragiona troppo con la pancia, ha delle pretese assurde. Vuole il posto di lavoro sicuro, più assistenza sanitaria, una migliore scuola pubblica, una giustizia libera e così via. Nell’attuale congiuntura economica ciò finisce per intralciare il lavoro degli esperti. Meglio lasciare operare chi conosce la materia. Il mercato prima di tutto anche se bisogna sacrificare un pò di democrazia.

il blog di Nicola D’Angelo 

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