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Beirut, eclisse di una città Mediterranea

 

Che Beirut non abbia un rapporto risolto con la memoria non è una cosa difficile da capirsi e neanche da accettarsi. Una guerra civile devastante, durata quindici anni, una distruzione sistematica, maniacale, soprattutto del centro cittadino, tutto questo ha lasciato ferite che sono state curate dalla coscienza individuale, non da quella collettiva. Beirut, devastata come nessuna altra città al mondo dai tre lustri di guerra civile, sa quel che non vuole, non vuole ricadere nel suo triste primato, l’aver inventato la pulizia etnica quando il termine ancora non esisteva. Ma, non avendo potuto affrontare collettivamente quel che è accaduto, per guardare al futuro preferisce rimuovere il passato.  Si spiega così la “dubaizzazione” della città?

Il kitsch rasserena, dicono alcuni, perchè ci pone fuori contesto, in uno spazio universale, trascendente. E’ questa la causa della trasformazione di una città mediterranea in un infernale parco giochi fatto di grattacieli accatastati lungo strade millimetriche e sinuose che si avventurano sulle colline che circondano il vecchio centro? Il sogno della speculazione dei miliardari del Golfo si sta avverando, ma sta producendo gli stessi guasti causati dalla guerra civile: la distruzione lenta e inesorabile di quel che era sopravissuto dell’inestimabile patrimonio urbanistico di questa città frutto di un fantastico meticciato architettonico, di una rivoluzionaria impostazione euroea di spazi arabi. Il sogno affarista di cancellare il passato in una irrealtà dubaista sta distruggendo la dimensione mediterranea di questa città, sommergendola di mall tra i più grandi del Medio Oriente, grattacieli che cancellano il mare dal panorama urbano, sostiuiscono vecchie case di pietra, un patrimonio abbattuto giorno dopo giorno, con la progressiva cancellazione di ogni minimo spazio pubblico. Così si arrivano a cancellare le vestigia archeologiche della città, per inseguire nuove torri, avventurarsi nel futurismo con sistemi che portano le automobili dall’ingresso fino al pianerottolo di casa. Nasceranno così palazzi senza scale? Beirut presto non sarà più una città mediterranea, o lo sarà solo per i tremila fortunati che hanno potuto comprarsi un attico con vista mare, a prezzi degni di New York. La gente di Beirut vuole vivere, e vive, si vede: la città è stracolma di locali, ritrovi per tutti i gusti e tutte le età. Questo è stupendo, è una vitalità contagiosa, che dà la sensazione di un mondo che non potrà tornare indietro, e che quindi va avanti, ogni giorno. Ma girandoci dentro a questo vivere beirutino viene voglia di chiedere soprattutto ai giovani se sappiano anche dove stanno vivendo. (da “Il Mondo di Annibale”)

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