Sobrietà per tutti tranne che per i manager pubblici?

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Gentile direttore
Perché un direttore generale della Rai, azienda che paghiamo noi con il canone deve guadagnare cifre così esorbitanti? Come può fare serenamente il suo lavoro uno che alla prima uscita pubblica viene bombardato di critiche per il contratto sottoscritto? Nel mettere a punto la cosiddetta spending rewiev e i tagli alla spesa pubblica non sarebbe stato un buon segnale ridurre sensibilmente le remunerazioni ai vertici delle aziende di stato?
Vincenzo R., Pordenone

Gentile Vincenzo,
Non deve certo aver gioito il nuovo dg Rai Gubitosi nel leggere la rassegna stampa che lo riguarda in questi giorni e le polemiche suscitate dal compenso  e dal contratto a tempo indeterminato (650mila euro complessivi  l’anno). E se la Rai è, come molti affermano, lo specchio del Paese, il rigore e la sobrietà imposte dal governo Monti dovrebbero, più che simbolicamente, partire dal servizio pubblico per poi abbattersi sui tanti manager pubblici i cui stipendi sono mediamente superiori ai 300mila euro lordi l’anno (molti arrivano al doppio). Eppure ancora non si è visto un decreto del ministero del Tesoro che renda operativo il disegno del governo di fissare il limite a 294 mila lordi l’anno; un bel crollo del reddito ma pur sempre un compenso lordo di 24,5 mila euro mensili; praticamente un manager pubblico porta a casa in un mese quello che un italiano media incassa in un anno (i salari lordi italiani sono un terzo più bassi della media europea).

Non è pertanto un problema della sola Rai (seppur da qualche parte bisogna cominciare) ma del profondo livello di diseguaglianza nel nostro sistema economico che sforna retribuzioni mastodontiche e buoneuscite altrettanto imbarazzanti anche quando il bilancio del proprio operato è a dir poco fallimentare. “Non c’è nulla che sia più ingiusto – scriveva Lorenzo Milani in “Lettera a una professoressa” (1967) – quanto far parti uguali fra disuguali”.


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