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Violenza, razzismo, intolleranza, disprezzo per le regole. Torniamo a fare eduzione civica nelle scuole

 

Caro Direttore,ogni giorno si legge di atti di violenza, razzismo e discriminazione. Niente di nuovo apparentemente se non il fatto che si è drasticamente ridotta l’età di chi commette reati, abusi e forme di intolleranza. Oltre alla famiglia cosa possono fare l’informazione, la scuola e altri soggetti? O servono nuove leggi?
Giovanni Andreani, Bologna

Caro Giovanni, giusta riflessione la tua. La violenza non si ferma e non c’è giorno che non si consumi un delitto efferato in particolare contro le donne. Padri, mariti, fidanzati, amanti di qualsiasi età. Ma la vicenda di Corigliano Calabro e l’uccisione da parte di un diciassettenne della sua fidanzatina, accoltellata e poi bruciata ci obbliga a una riflessione urgente e collettiva. Dovremmo quantomeno porci alcune domande senza la pretesa di trovare una risposta liberatoria o consolatoria o di circoscrivere un responsabile. Di chi è la colpa? Del singolo individuo? Della famiglia? Della scuola? Dei mezzi di comunicazione? Di una società in cui siamo tutti più violenti e chiusi al dialogo?
Sono domande inquietanti, che non danno tregua e ogni risposta è necessariamente insufficiente. Tuttavia, soprattutto chi ha un ruolo pubblico dovrebbe porsele. Non tanto in merito a nuove leggi, che ci sono e che semmai andrebbero applicate, quanto dal punto di vista della cultura e del senso civico, del rispetto delle differenze, di genere, di nazionalità, di orientamento sessuale… Per questo Articolo21 ha ribadito la necessità di un’azione comune che si proponga di espellere la violenza, ed in particolare quella contro le donne, dalla società, dalla politica e dai media. Negli anni passati il congresso americano dedicò una sessione a questo tema e mise al lavoro un gruppo che comprendeva anche pubblicitari, direttori di rete e di testata, autori, associazioni professionali con l’obiettivo di espellere la violenza dalla programmazione, di confrontarsi sui linguaggi, di elaborare azioni positive da proporre, di progettare campagne rivolte ai più giovani. Questa strada può essere ripercorsa in Italia.

Ma è anche dalla scuola che occorre ripartire, magari riportando nel programma delle lezioni quella “educazione civica” che è sempre stata considerata una materia secondaria, opzionale tanto da eliminarla dai programmi scolastici.
In Italia, fu Aldo Moro il primo a introdurre nel 1958 l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole medie e superiori: due ore al mese obbligatorie, affidate al professore di storia, senza valutazione.
E oggi? Quante sono le scuole che fanno educazione civica? Quanta importanza danno a questa materia e che rilievo ha nei programmi ministeriali? E forse di ore ne servirebbero quattro e non due. E magari oltre al professore di storia potrebbe essere istituita una figura nuova di educatore civico. Partendo dai valori della nostra Costituzione.
Stefano Corradino

 

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