C’è una buona notizia per chi pensa che l’Europa non debba limitarsi a regolamentare il digitale, ma debba finalmente cominciare a costruirlo.
Il progetto Internet Bene Comune, elaborato da Articolo 21, in collaborazione con Eurovisioni, è stato accolto nel documento programmatico del gruppo S&D del Parlamento europeo dedicato alla costruzione di una infrastruttura digitale pubblica europea, sovrana e democratica. Non capita spesso che una proposta nata nel lavoro di un’associazione culturale entri in un documento politico del Parlamento europeo. Per Articolo 21, questo è un risultato di grande rilievo: un’idea nata sul terreno della libertà di informazione, del servizio pubblico e dei diritti digitali viene riconosciuta come parte di una possibile strategia europea. (Lo pubblichiamo integralmente in un box del sito).
Le considerazioni che sono state accolte, sono diverse. L’Europa non può continuare a essere soltanto il continente che regola le piattaforme degli altri. Ha scritto alcune delle norme più avanzate al mondo — dal GDPR al Digital Services Act, dal Digital Markets Act all’AI Act, fino all’European Media Freedom Act — ma non ha ancora costruito piattaforme, archivi, motori culturali e infrastrutture digitali all’altezza della propria civiltà giuridica e democratica. Ha fatto molto bene l’arbitro; ora deve decidere se vuole anche giocare la partita.
Era esattamente il nodo da cui muoveva la proposta di Articolo 21: promuovere la nascita di un consorzio europeo pubblico-privato a regia pubblica, capace di unire istituzioni, imprese, servizi pubblici radiotelevisivi, università, centri di ricerca, editori, archivi culturali e soggetti innovativi. Non uno statalismo digitale fuori tempo massimo. Non l’ennesima delega al mercato e alle grandi piattaforme globali. Piuttosto una via europea: regia pubblica, partecipazione privata, standard comuni, diritti garantiti, innovazione orientata all’interesse generale.
Nel documento S&D questa impostazione viene ripresa con parole che meritano di essere riportate integralmente:
L’UE dovrebbe creare piattaforme europee affidabili attraverso un consorzio pubblico-privato guidato dal settore pubblico, per costruire un ecosistema digitale competitivo radicato nei valori democratici, nel servizio pubblico e nel patrimonio culturale. Invece di copiare i modelli statunitense o cinese, queste piattaforme dovrebbero valorizzare le risorse uniche dell’Europa per rafforzare sovranità digitale, innovazione e coesione sociale.
Tra le iniziative chiave rientra un marchio “Internet bene comune”, volto a certificare il rispetto delle leggi e dei valori dell’UE, rafforzando fiducia e credibilità di mercato. Il consorzio dovrebbe sostenere piattaforme digitali pubbliche europee, compresi un servizio di condivisione video — EU-Tube —, un social network europeo e un’infrastruttura digitale sovrana per l’istruzione. Dovrebbe inoltre consentire lo sviluppo di modelli europei di intelligenza artificiale addestrati sul patrimonio culturale e conoscitivo dell’Europa, creando un ecosistema di IA distinto e competitivo.
Qui sta la novità. Non si parla solo di “sovranità digitale” come formula buona per ogni convegno. Si indicano strumenti: un marchio europeo di affidabilità digitale, una piattaforma video europea, un social network europeo, una infrastruttura per l’istruzione, modelli di intelligenza artificiale nutriti dal patrimonio culturale e conoscitivo dell’Europa. È una piattaforma politica, non un auspicio.
Il passaggio più forte è il marchio Internet Bene Comune. L’idea di iscriverlo idealmente nella bandiera europea non ha solo un valore grafico o comunicativo. Significa affermare che Internet non è semplicemente un mercato, né una zona franca dominata da algoritmi opachi e interessi pubblicitari. È ormai una parte essenziale dello spazio pubblico. E, come ogni spazio pubblico, deve poter essere riconosciuto, garantito, protetto.
Il marchio Internet Bene Comune potrebbe diventare per il mondo digitale ciò che il marchio CE è stato per i prodotti: un segno europeo di conformità, affidabilità e responsabilità. Ma con una posta in gioco ancora più alta. Qui non si tratta solo di certificare la sicurezza di un oggetto; si tratta di riconoscere che l’utente non è merce, non è un profilo da vendere agli inserzionisti, non è materia prima per l’estrazione dei dati. È un cittadino titolare di diritti.
Anche EU-Tube va letto in questa chiave. Non come una copia tardiva di YouTube — l’Europa non ha bisogno di imitazioni in ritardo — ma come una grande infrastruttura culturale e civile. Gli archivi dei servizi pubblici europei custodiscono decenni di documentari, inchieste, programmi scientifici, storici, educativi, culturali e sportivi. Una miniera di conoscenza che oggi resta dispersa, spesso chiusa nei confini nazionali, mentre potrebbe diventare la base di una piattaforma europea accessibile a cittadini, scuole, università, musei, ricercatori e produttori indipendenti.
Ma il progetto di Articolo 21 ed Eurovisioni contiene un punto ancora più strategico: l’uso di questo patrimonio come base per l’addestramento dei sistemi europei di intelligenza artificiale. Non parliamo di una massa indistinta di dati rastrellati in rete. Parliamo di una materia rara: contenuti verificati, ordinati, contestualizzati, prodotti per finalità pubbliche, educative, informative e culturali. Decine di milioni di ore di programmi radiofonici e televisivi realizzati dai servizi pubblici europei a partire dagli anni Cinquanta: informazione, storia, scienza, teatro, musica, documentari, grandi inchieste, programmi per ragazzi, trasmissioni educative, testimonianze sociali e antropologiche di valore enorme.
È una ricchezza che nessun altro continente possiede in questa forma. La televisione pubblica europea nasce dentro una tradizione di servizio pubblico pubblico e educativo, di pluralismo culturale e responsabilità civile. Non è la stessa cosa della televisione commerciale americana, cresciuta intorno all’audience, alla pubblicità e al furto di attenzione. Oltretutto le vincolanti leggi sul copyright stanno scatenando conflitti tra grandi imprese tecnologiche, editori, case di produzione e titolari dei diritti d’autore, prova evidente di quanto l’interesse personale e la logica proprietaria gravi sulla circolazione del sapere.
L’Europa, invece, può mettere in campo un vantaggio diverso: non solo tecnologico, ma culturale e giuridico. Gli archivi audiovisivi dei servizi pubblici europei, se resi accessibili secondo regole chiare e nel rispetto dei diritti, offrirebbero ai modelli di IA europei una base di addestramento di qualità incomparabilmente superiore alla materia grezza che alimenta molti sistemi oggi dominanti. Sarebbe un’intelligenza artificiale meno dipendente dal rumore della rete e più radicata nella storia, nelle lingue, nelle conoscenze e nelle culture del continente.
A questo va aggiunto un secondo patrimonio, forse ancora più decisivo: quello delle biblioteche nazionali europee. Libri, manoscritti, periodici, archivi storici, repertori scientifici, collezioni documentarie, testi rari, cataloghi, materiali iconografici: una stratificazione secolare di sapere che l’Europa ha custodito, ordinato e interpretato come nessun’altra area del mondo. Consentire ai sistemi europei di IA di accedere, in forme regolate e controllate, a questo patrimonio significherebbe dotarli di una base culturale, storica e scientifica rigorosissima. Non semplicemente più dati, ma dati migliori. Non più quantità, ma qualità della conoscenza.
Questa è la vera posta in gioco. L’IA europea non può nascere come replica dei modelli americani o cinesi con qualche correzione normativa. Deve nascere da un’altra materia prima: il patrimonio culturale e umanistico dell’Europa. Gli archivi dei servizi pubblici e le biblioteche nazionali sono i nostri giacimenti strategici, le nostre terre rare.
Il documento S&D coglie il punto quando parla di modelli europei di intelligenza artificiale addestrati sul patrimonio culturale e conoscitivo dell’Europa. È una formulazione importante perché sposta la sovranità digitale dal piano puramente tecnologico a quello culturale e democratico. Sovranità digitale non significa solo possedere server, cloud, chip e cavi sottomarini. Significa decidere con quali conoscenze, con quali lingue, con quali memorie e con quali criteri di affidabilità vogliamo costruire le macchine intelligenti del futuro.
Per Articolo 21 questo riconoscimento ha un significato particolare. Dimostra che un’associazione nata per difendere la libertà di informazione può contribuire non solo alla denuncia dei rischi, ma anche alla costruzione di soluzioni. Per troppo tempo il dibattito europeo sul digitale si è diviso tra chi invoca regole sempre più severe e chi ripete che ogni regola frenerebbe l’innovazione. È una falsa alternativa. Senza regole democratiche non c’è libertà; senza infrastrutture europee non c’è sovranità.
La proposta di un consorzio pubblico-privato per Internet e l’intelligenza artificiale va esattamente in questa direzione. Non chiudere l’Europa in una fortezza digitale, ma darle gli strumenti per partecipare da protagonista al sistema globale della comunicazione. Non copiare il modello americano, fondato sul dominio delle grandi piattaforme private. Non adottare il modello cinese, fondato sul controllo politico centralizzato. Costruire un modello europeo, fondato su diritti, servizio pubblico, open source, piuttosto che sistemi proprietari, innovazione, cultura, trasparenza e responsabilità.
Ora occorre trasformare questo documento in lavoro istituzionale: confronto pubblico, iniziative parlamentari, interlocuzione con la Commissione europea, con l’EBU, con i servizi pubblici radiotelevisivi, con le università, con le biblioteche nazionali, con le imprese e con il mondo della cultura. Il compito di Articolo 21 in collaborazione con Eurovisioni, e tutto il vasto panorama di associazioni, sindacati e movimenti è promuovere un convegno europeo, costruire alleanze, precisare la proposta tecnica, coinvolgere parlamentari, giuristi, tecnologi, editori, ricercatori, rappresentanti dei media pubblici e privati ma anche del Vaticano che si è posto all’avanguardia su questi temi con l’enciclica Magnifica Humanitas.
Internet Bene Comune non è uno slogan. È il simbolo di una scelta politica: riportare la rete dentro l’orizzonte dei diritti, del servizio pubblico e della conoscenza. Il fatto che questa scelta cominci a trovare spazio nel Parlamento europeo è una buona notizia non solo per Articolo 21, ma per tutti coloro che pensano che la democrazia, nel XXI secolo, si difenda non con le lamentazioni e la denuncia della cattiveria dei cattivi, ma costruendo con determinazione le infrastrutture della libertà mentre altri erigono quelle della sorveglianza di massa e delle armi autonome.
