C’è un tempo per tutto, ci ammonisce l’Ecclesiaste. A quell’indicazione non si può sfuggire. Certamente, l’assunto non va eluso nemmeno dall’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi.
Come dice un altro assunto, questa volta assai comune tra le persone, non si finisce mai di imparare. Infatti, chi avrebbe potuto immaginare che la persona collocata al vertice della piramide del servizio pubblico si mettesse ad attaccare la sua azienda? La frase in questione pronunciata giorni fa alla festa del Foglio suonava più o meno come un masochistico moto di gioia per la fuga dalla Rai dei cervelli della fu Terza rete, quella nata nel 1979 del secolo scorso come canale del decentramento regionale e dal 1987 -con la direzione di angelo Guglielmi- il principale riferimento delle culture italiane. E sì, Rossi, cavarsela con i soliti epiteti (TeleKabul, eccessi ideologici) è davvero patetico, oltre che grave. Cerchi su Rai Teche.
Tra l’altro, avrà letto i dati dell’ascolto, anche nella versione total audience: a maggio aumentano La7 e Mediaset, mentre l’ex monopolio perde il 4,2% nell’intera giornata e l’8,3% nel prime time. E non è un dato inedito: la Rai sta perdendo via via l’antica centralità e nell’età delle piattaforme diventa persino difficile definire cosa siano i media di servizio pubblico, come li chiama l’inapplicato articolo 5 dell’European Media Freedom Act (Emfa).
Oggi finalmente si appaleserà in audizione sul tema della riforma della Rai -bloccata da mesi presso le competenti commissioni parlamentari, blocco cui fa da pendant il parallelo stallo dell’attività della Commissione di Vigilanza- il ministro dell’economia Giorgetti.
Ma che potrà accadere realmente, se i vertici dell’apparato interessato (con l’eccezione dei consiglieri di minoranza, a partire da Roberto Natale) hanno l’opinione espressa da Rossi?
L’impressione è che si intenda via via indebolire (se non smantellare, vedi le sedi storiche) il soggetto pubblico, per svenderlo a pezzi con il rinnovo della Convenzione con lo Stato, in scadenza nel 2027. Fantapolitica? Può essere e speriamo che lo sia, ma le parole hanno un peso e si apre una stagione davvero pericolosa.
Il tempo è evidentemente ai titoli di coda per l’amministratore delegato Rossi che, se non conosce la storia della mitica Terza rete e degli innumerevoli tentativi di imitazione, potrebbe non sapere neppure chi erano i Beatles.
Come siamo caduti in basso, ahinoi.
Se c’è un tempo per tutto, c’è anche un tempo per la politica delle forze di opposizione. Per i partiti di governo tutto va bene, madama la marchesa. Da una parte il controllo autoritario di TeleMeloni, dall’altra l’incosciente servitù concessa alle Big Tech secondo i diktat dei Re Trump e Thiel. Mentre in Europa si alza una flebile voce sulla sovranità tecnologica (Communication on European Tech Sovereignty), in Italia ci si diverte a fare e disfare comitati e sottocomitati.
Per il composito universo progressista è il tempo delle lotte. Qualche mese fa era ancora legittimo immaginare un confronto sulla riforma. Adesso è tardi e il clima elettorale impedisce qualsiasi dialogo. Si alzi la voce, si ricorra a tutta la strumentazione di cui può avvalersi l’iniziativa parlamentare, si esca dall’inedia.
Tra l’altro, per il prossimo 12 giugno è indetto lo sciopero nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori della cultura, con la promozione di Nidil Cgil, Fp Cgil, sindacati autonomi. La giornata è un passo di un percorso di generale mobilitazione contro i tagli inferti alle attività culturali e contro il disagio grave vissuto da un precariato diffuso e disperato. Mentre cresce la spesa per il riarmo e la tassa sugli ultraricchi attende di divenire realtà.
Più droni e meno teatri.
Se non si realizza un’iniziativa battente, si chiuderà la favoletta dell’Italia presunto patrimonio artistico inarrivabile, tuttavia capace di condannare virtù e qualità all’irrilevanza.
Saperi e conoscenza sono scomodi e infastidiscono l’ignoranza al potere.
(Da Il Manifesto)
