Teatro “Maison Godot” di Ragusa.
“Ubu Re”, di Alfred Jarry.
Regia e scene di Vittorio Bonaccorso.
Adattamento e costumi di Federica Bisegna.
Con Federica Bisegna, Vittorio Bonaccorso, Alessio Barone, Benedetta D’Amato, Lorenzo Pluchino, Rossella Colucci, Alessandra Lelii, Mattia Zecchin, Maria Grazia Tavano, Ginevra Cilia, Erviola Jaupi, Marco Ghiani, Emili Mankolli.
Quando Alfred Jarry porta in scena “Ubu Re” nel dicembre del 1896 al Teatro dell’Opera di Parigi, il teatro, non soltanto europeo, cambia per sempre. Con quel testo scandaloso, feroce e volutamente eccessivo nasce la “Patafisica”, parola con cui Jarry indicava qualcosa che andasse oltre la metafisica stessa, fino a toccare il territorio più estremo dell’immaginazione e del fantastico. Ma Ubu Re non è soltanto un’opera provocatoria, è soprattutto una riflessione terribile e lucidissima sul Potere e sulla (auto)distruzione dell’uomo. La messinscena di Vittorio Bonaccorso riesce a cogliere in pieno questa forza devastante del testo, attualizzandolo senza tradirlo e mostrando quanto Jarry sia autore senza tempo. Anzi, il drammaturgo francese sembra andare persino oltre il teatro dell’assurdo di Ionesco e Beckett, che pure anticipa di molti anni. Se nel teatro dell’assurdo l’uomo è perso dentro un’esistenza senza senso, in Jarry il discorso si fa ancora più radicale perchè è il teatro stesso ad implodere, perdendo ogni ordine, e diventando rappresentazione della propria impossibilità, proprio perché figlio di una realtà indecifrabile. Attraverso la vicenda grottesca, urlata e pantagruelica di Padre Ubu e di Madre Ubu (straordinariamente interpretati dallo stesso regista e da Federica Bisegna), figura chiaramente macbettiana che spinge il marito a conquistare il trono di Polonia assassinando re Venceslao (un sempre più sorprendente Alessio Barone), Jarry racconta le origini “umane” del Potere assoluto. Sono gli stessi anni in cui Freud comincia i suoi studi sull’Io, e proprio la bramosia del possesso, dal cibo al denaro, sembra diventare qui il motore di tutto, in primis della violenza “infantile” come strumento “naturale” per raggiungere questi obiettivi.
Padre Ubu e Madre Ubu vogliono tutto, divorare tutto, possedere tutto. E questa fame infinita li conduce inevitabilmente alla follia. Nel mondo di Jarry non esistono buoni o cattivi. Tutti i personaggi sono coinvolti nella stessa corsa cieca verso il potere: Birignao, l’eccellente Benedetta D’Amato, Crosette, l’impeccabile Lorenzo Pluchino, e gli altri, si muovono sulla scena spinti chi dall’ambizione, chi dalla vendetta, chi semplicemente dal desiderio di sopravvivere. È un’umanità degradata, animalesca, ridicola e insieme tragica. La regia di Bonaccorso comprende perfettamente questa dimensione e la traduce in uno spettacolo che vive soprattutto sui corpi, sulle voci e sull’energia degli attori. Non ci sono scene, perchè sono gli stessi personaggi, nella loro enormità fisica e caricaturale, a diventare scenografia di se stessi. In scena compare soltanto un monolite kubrickiano semovente, presenza inquietante e simbolica, da cui i vari personaggi entrano ed escono, e che sembra riportare metaforicamente alle origini “sbagliate” dell’uomo e della sua violenza primordiale. Bonaccorso costruisce così un teatro della deformazione continua, in cui ogni gesto sembra sul punto di fare esplodere ciò che lo circonda. Il corpo piegato, rannicchiato, con la testa in giù, di Padre Ubu, nel finale, ricorda il primo piano “spaventoso” di Coppola sul Kurtz- Brando, reso folle dalla guerra, di “Apocalypse Now”. In questo senso il regista ragusano sembra inseguire le ragioni profonde della celebre messinscena del testo di Jarry che Carmelo Bene realizzò nel 1963, spettacolo fondamentale che rivelò il genio teatrale dell’attore-regista salentino. Ma il lavoro della Compagnia Godot non si limita alla citazione colta. Dentro lo spettacolo convivono Shakespeare e l’avanspettacolo, il Macbeth e il varietà, Amleto e la comicità popolare italiana. Bonaccorso accentua infatti il parallelismo con il teatro shakespeariano, ma allo stesso tempo utilizza il linguaggio del varietà e dell’avanspettacolo come strumento di dissoluzione del teatro stesso. Nelle voci e nelle posture degli attori si avvertono richiami chiarissimi al Totò di Miseria e nobiltà, al Petrolini di Nerone, ai soldati grotteschi dell’Armata Brancaleone di Monicelli. E ancora, nelle immagini dell’opulenza di Venceslao e nell’eccessiva “maschera” di Madre Ubu, emergono echi visionari del Fellini di “Satyricon” e di “Roma”. Tutto contribuisce a creare un universo esagerato, sporco, caotico, dove il riso diventa subito angoscia. Ed è proprio qui che lo spettacolo trova la sua forza più autentica. Bonaccorso riesce, così, a trasformare “Ubu Re” anche in una meditazione attualissima sul Potere giunto, oramai, al suo “dunque” più inquietante. Una messinscena la sua che sa essere eccessiva, disturbante, ironica, persino comica e visionaria, ma che non cerca mai di rassicurare il pubblico, anzi lo trascina dentro un universo in decomposizione, dove il teatro si consuma davanti ai nostri occhi insieme ai suoi personaggi.
Alla fine applausi interminabili e meritati all’intera Compagnia, da sempre impegnata, meritoriamente, a portare alla ribalta testi sempre più trascurati dal mondo teatrale italiano.
