Giornalismo sotto attacco in Italia

La lettera di Melillo: uno spartiacque tra la Procura Antimafia e il Governo Meloni

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La lettera del Procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo inviata ai Ministri Piantedosi e Nordio ed alla presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo (di cui ha dato notizia Giovanni Bianconi ieri sul Corriere della Sera) è un fatto politico di straordinaria rilevanza, che induce a ritenere che stia arrivando un’onda di piena di inaudita gravità sul Governo Meloni e sulla maggioranza che lo sostiene. Perciò guai a farsi distrarre dai “fumogeni” sparati da Piantedosi, che apparentemente sorpreso delle parole di Melillo ha fatto sapere che disporrà “approfondimenti” (come se avesse ricevuto una segnalazione da un whistleblower qualunque!), da Nordio, che proprio oggi torna su un grande classico, cioè la presunta eccessiva esosità dei costi delle intercettazioni (nemmeno il garbo di non parlarne proprio all’indomani della denuncia di Melillo sulla impossibilità di utilizzarle!), e dalla Colosimo, che invece prova a far finta di nulla, annunciando interventi a favore dei contributi pensionistici dei Testimoni di Giustizia (cosa della quale si parla da qualche anno e che la destra ha puntualmente evitato di fare nonostante la quantità di “veicoli” legislativi coerenti a disposizione!).

La lettera è un fatto politico straordinario perché appare come uno spartiacque simbolico tra un “prima” ed un “dopo”: che le norme volute dal Governo nel 2023 relative alla inutilizzabilità delle intercettazioni in indagini diverse da quelle nell’ambito delle quali sono state disposte, a meno che non servano a provare crimini per i quali esista l’obbligo dell’arresto in flagranza, avrebbe ostacolato enormemente le inchieste contro le organizzazioni mafiose ed i colletti bianchi spesso altamente qualificati, era infatti noto fin dal 2023. Lo stesso Procuratore Melillo aveva già sollevato perplessità.

La “lettera” della quale Bianconi è in grado di raccontare i contenuti per il Corriere della Sera è perciò un salto di paradigma, perché suona come una secca presa di distanza dall’esecutivo e dall’intera area di maggioranza. Sembra così appartenere ad un’altra era geologica l’incontro, senza precedenti per le modalità che aveva avuto, tra il Procuratore nazionale Melillo e la Presidente del Consiglio Meloni, accompagnata dal Ministro Nordio e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (con delega ai Servizi di sicurezza) Mantovano, nella sede della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che si tenne il 13 novembre 2023. Per quell’appuntamento il Procuratore Melillo aveva convocato a Roma tutti i coordinatori delle Direzioni Distrettuali Antimafia: 26 procuratori della Repubblica in posizioni chiave al “cospetto” dell’Esecutivo, aveva chiosato allora Giuseppe Pipitone su Il Fatto, citando un magistrato di lungo corso. Ad un’altra era geologica pare pure appartenere quell’altra lettera nella quale, insieme al Procuratore di Perugia Raffaele Cantone, Melillo chiedeva di essere ascoltato con urgenza dalla Commissione parlamentare antimafia e dal COPASIR per rappresentare i gravi motivi di preoccupazione conseguenti alle indagini, allora ancora in una fase embrionale, sulla attività di “dossieraggio” basata proprio nel cuore stesso della DNA e scaturite dalle denunce del Ministro Crosetto, infuriato per gli articoli pubblicati da Domani (su fatti veri e di rilevanza pubblica!).

Il tempo dirà se questa impressione è fondata o meno.

Per ora è bene tenere a mente, per il futuro, alcuni fatti.

La Cassazione ha bocciato il ricorso promosso dalla Procura di Caltanissetta contro l’ordinanza della GIP Luparello che disponeva per la seconda volta di proseguire le indagini sulla “pista nera” come causale della strage di Via D’Amelio, che invece la Procura avrebbe voluto archiviare (così come ha fatto, richiedendo archiviazione, per la pista “mafia appalti”, non avendo trovato prove).

Le Procure di Milano e di Roma si stanno coordinando in considerazione delle connessioni tra le indagini milanesi che hanno portato al processo Hydra (già chiuso in abbreviato ed ora aperto in ordinario) e quelle romane che scaturiscono dall’operazione “Affari di famiglia”: sullo sfondo le relazioni pericolose tra clan mafiosi, riciclaggio e politica.

La Procura di Torino sta procedendo (ad oggi) per “istigazione al suicidio” in relazione alla morte di Bernardo Pace, trovato impiccato nel carcere di Torino il 16 marzo, dopo che aveva deciso di iniziare a collaborare con la magistratura proprio nell’ambito del processo Hydra; avrebbe comunque ordinato alla famiglia (che pure ha presentato un esposto non credendo al suicidio) di non cremare il corpo, sepolto qualche giorno fa nel cimitero di Trapani.

Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia dimessosi per la vicenda della società “Le 5 forchette” aperta in Biella con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia prestanome dei Senese, non è ancora stato chiamato a spiegare in Commissione parlamentare antimafia, come si era invece impegnata a fare la sodale di partito e presidente Chiara Colosimo. Insomma, come cantava Zucchero: «È un peccato morir»!

 


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