Giornalismo sotto attacco in Italia

Arroganza, prepotenza, ossessione di potere altro che egemonia!

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Ambizione di conseguire pieni poteri o semplice arroganza da impotenza? Il prima e dopo referendum si stanno traducendo per Giorgia Meloni e il suo governo in scelte e comportamenti che non sono certo quelli che ti aspetteresti da statisti. E non parlo delle sneakers ai piedi della premier nella solennità della Festa della Liberazione dal nazifascismo all’Altare della Patria, visto che ognuno è libero di presentarsi come gli pare in qualunque occasione, anche quando sei investita di una delle cariche più importanti dello Stato.

Parlo di alcune scelte politiche. A partire da quello sciagurato emendamento al decreto sicurezza – poi modificato nella forma più che nella sostanza – che prometteva una mancetta di 615 euro agli avvocati (la cui definizione è stata poi cambiata in ‘rappresentanti che possono svolgere assistenza al rimpatrio’) che si fossero impegnati per favorire l’espulsione degli immigrati, una sorta di scelta di Stato a favore della remigrazione tanto cara a fascisti e leghisti. Emendamento proposto con arroganza, quasi con rabbia, soltanto pochi giorni dopo la netta, clamorosa vittoria del no al Referendum. Evidentemente elaborato ben prima del 22 e 23 marzo, nella certezza della vittoria pronosticata per il sì, sulla strada che, nei piani governativi e della maggioranza, avrebbe pian piano portato ai pieni poteri.

Poi c’è stata la vicenda Beatrice Venezi, imposta con prepotenza e sfrontata arroganza alla storica, importante comunità del Teatro La Fenice di Venezia, comunità composta non solo da orchestrali, coristi, dipendenti, ma anche da una affollata platea di abbonati appassionati musicofili, pare dalla stessa Meloni per mezzo del suo ministro alla cultura e del sovrintendente Nicola Colabianchi. Le proteste non erano state tenute in alcun conto. Ci ha pensato poi la stessa direttrice d’orchestra ad offendere tutte le componenti della comunità che fa capo alla Fenice– che si identifica in Venezia – per rendere non più sostenibile la sua permanenza nell’incarico. Anche se con mesi di ritardo, la protesta popolare ha vinto contro l’arroganza e la prepotenza dell’esecutivo.

Infine – ma chissà se davvero sarà l’ultimo episodio – la questione più spinosa di tutte: la concessione della grazia all’ex igienista dentale di Berlusconi, Nicole Minetti. Una coraggiosa – ed unica – inchiesta giornalista del Fatto Quotidiano ha scoperchiato una storia poco chiara, che ha fatto inferocire il Capo dello Stato visto che è stata la sua firma a prendere il provvedimento di clemenza verso la Minetti. Storia poco chiara smentita dal ministro Nordio e dalla premier Meloni, la quale però si è premurata di aggiungere che se Mattarella ha chiesto ulteriori accertamenti, questi si faranno. Perché, allora, non sono stati fatti prima?

Mentre è cominciato il consueto scaricabarile sulle responsabilità, una riflessione va subito fatta sul concetto di ‘umanità’ che guida le scelte del Ministero della Giustizia. Se è stata tenuta in gran conto per la Minetti, perché è stata sostituita da accanimento feroce ad esempio conto l’anarchico Còspito? Detenuto nel carcere di Bancali, nel sassarese, in regime di 41-bis, dove sta scontando una lunga pena detentiva perché ritenuto responsabile di vari attentati, Còspito aveva ottenuto dal tribunale di sorveglianza l’autorizzazione a ricevere i libri e i cd musicali richiesti. Il Ministero, per iniziativa del Procuratore Generale, si era fermamente opposto proponendo un ricorso per Cassazione. Questo il clima nel quale si sta avvicinando la data del 4 maggio, giorno in cui il Ministero dovrà decidere se prorogare per Còspito, di altri due anni il carcere duro previsto dal 41-bis.

L’umanità messa in campo per la Minetti del tutto dimenticata in questo caso. E solo per rendere ancor più dura la pena inflitta che, secondo l’articolo 27 della Costituzione, dovrebbe servire al recupero sociale del condannato. A conferma che la Costituzione, anche in questo caso, è ritenuta poco più che carta straccia e i criteri di scelta dipendono solo dalla cultura e dalla idea di società dell’esecutivo.


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