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“Le stanze dei giardini segreti”. Il realismo magico di Nevio Casadio

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Quando Nevio mi chiese di presentare il suo libro a Ravenna, non sapevo di una impresa al di fuori della mia portata. Per quanto grande sia la mia passione per la letteratura, so di non avere, in merito, alcun talento critico. Le riflessioni che seguono riprendono gli appunti stesi per la presentazione del 16 gennaio scorso. Riflessioni che non nascondono come la lettura sia stata laboriosa, interrogativa, a volte inquieta.

Che dire di questo libro di Nevio Casadio, Le stanze dei giardini segreti? Non è facile parlarne, dopo avere letto la prefazione di Carlo Verdelli.

Posso parlare di un pensiero che cresceva in me mano a mano che procedevo nella lettura. Questo è certamente un libro, ma è anche un mondo, ha la complessità di un mondo, un mondo che, però, non ha confini, né separazioni impermeabili.

Ne ho avuto conferma anche da alcuni particolari che mi hanno aiutato a entrare in questo mondo costruito da Nevio, ogni pagina un mattone, un elemento costruttivo. E via via il libro è diventato un grande edificio, di molti e distinti piani. Alcuni talmente concreti, da poterli quasi toccare con mano. Altri, talmente sognati da farti sentire in una Macondo di Garcia Marquez. Sogno, son desta?

Intanto, la foto di copertina. Luci, ombre, e un corpo di donna, di abbagliante splendore. Ho voluto saperne di più, perché sentivo aria di casa. Infatti è opera di un fotografo americano, Richard Tuschman, che ha rielaborato un’opera pittorica di uno dei miei artisti più amati, Edward Hopper, il pittore della solitudine e di quanto la solitudine possa abbagliare e renderci non solo tristi, ma anche veggenti. La solitudine può fare miracoli, quando andiamo alla ricerca di noi stessi. Anche di questo tratta il libro. Inoltre, nella foto il corpo di donna è splendente, i capelli sono rossi, il viso è invisibile.

Il corpo di donna in questo libro ha una parte di primo piano. E la copertina ne è l’incipit.

Da questa copertina, che ha radici in mondi lontani, arcaici, nonostante il nitore delle immagini, passo alla dedica. Sono entrata in questo libro passo dopo passo e lentamene, come spesso mi accade di fronte alla complessità, quindi, in realtà, quasi sempre.

La dedica. A TUTTI I MIEI IN ORDINE DI APPARIZIONE. L’ultimo è un bimbo di nome Leonardo.

Me ne parlò, Nevio, in occasione del nostro primo incontro. E mi parlò di parole geniali dette da questo piccolo. Queste le parole di Leonardo, scolpite nella memoria di Nevio. Cosa vuole dire la morte? Vuole dire che prima non c’eravamo e che dopo non ci siamo più. Geniale, veramente. Una chiarezza che non fa una piega, è tranquilla, e che il mondo adulto, in millenni di storia, rifiuta. E Nevio, nella dedica, a Leonardo augura di inseguire i suoi sogni. A pugni chiusi. Conservando lo stupore della vita. Potrei dire che anche qui c’è l’anima di questo libro. Stupore di fronte al mondo, e il continuo interrogarsi. Chi possiede questa facoltà, ha il suo quotidiano faticoso da fare. Se fosse una facoltà diffusa e maggioritaria, forse, di guerre, ne vedremmo meno.

In questo scambio fra Nevio e Leonardo trovo la radice prima del libro di Nevio Casadio. Intanto, c’è un nesso fra vita e sogno? A questa enorme questione – la vita è un sogno, è il messaggio del Don Chisciotte di Cervantes – non poche filosofie, e religioni, hanno tentato di dare risposte.  Nevio risposte non ne dà – così mi pare – ma su questo nodo gli interrogativi sono continui, e si aggirano nelle stanze dei giardini segreti, collocate in un vecchio mulino, dove spuntano quelle che artisti contemporanei definiscono istallazioni, in un continuo trascorrere della vita fra sogno, desiderio, incubi, visioni.

Nei giardini/istallazioni quale atmosfera troviamo? Troviamo il tratto, a mio avviso inconfondibile, di Federico Fellini, di Tonino Guerra, di poeti della nostra terra romagnola, perché della nostra terra di Romagna qui si tratta. Qualche fuga all’estero del quasi io narrante di nome Dario non cambia l’habitat.

Fellini aveva una profonda convinzione, che trasuda da tutti i suoi film, in misura maggiore o minore, ma da tutti. “Nulla si sa e tutto si immagina”, in particolare in  e Amarcord. Grande cosa è stata per noi, gente di Romagna, vedere l’Oscar dato alla nostra bella lingua, detta dialetto, e alla nostra nebbia che non si taglia (si tagliava) neppure con il coltello. Ora la nebbia è rara, sostituita da alluvioni che un tempo accadevano ogni mille anni, ora ogni anno.

Mi aiuta, per entrare nel complesso edificio costruito da Nevio, sapere che è un regista, che molto ha lavorato con le immagini. Sono più importanti per lui le immagini o le parole? Solo Nevio può risponderci. Anche in questo libro lavora con immagini, fra collina, città e mare. Con una persistente nostalgia non di ciò che era, ma di come immagina fosse il sentire e il sognare di chi un tempo era. E molto scava nel passato, non tanto dei protagonisti, che sono di fatto tre, ma di coloro che i protagonisti non vogliono cancellare dal mondo. Su questo desiderio al limite del possibile – non cancellare dal mondo chi ha avuto la pessima idea di allontanarsene -, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Ho casualmente scoperto che il regista russo Tarkowsky era diventato amico di Tonino Guerra, al quale Nevio rimanda per l’idea dei giardini. Tarkoswsky nel film Stalker del 1979 istituisce una stanza dove si esaudiscono i desideri.

In questo libro, invece, al centro ci sono sogni, indistinguibili dai desideri. Sogni di ciò che vorremmo fosse, con una continua connessione, che mi ha molto colpito, fra mondo cosiddetto basso e mondo cosiddetto alto. Fra mondo di prostitute e di pezzenti e mondo di intellettuali. In questo caso, sento aria non solo di Fellini, ma anche di Pasolini, poeta, scrittore, polemista, regista. Ragazzi di vita, Mamma Roma, e tanto altro. A proposito dei pugni chiusi che Nevio augura a Leonardo. Pugni chiusi che si trovano in pagine intermittenti fra storia, realmente accaduta, fra fascismo e antifascismo, anche se storia trasfigurata, e sociologia, antropologia, di noi, in Romagna.

I protagonisti sono Dario, uomo giovane, il Professore, Adriano, attempato, che ha l’idea dei giardini, da costruire in stanze di un vecchio mulino, ormai decadente, dove è nato, e Annà, donna misteriosa e che tale resta, anche dopo che svela a Dario la sua origine.

Annà con il suo corpo abbaglia Dario, e non solo. All’erotismo in queste pagine non si allude. Lo si dice e descrive a chiare lettere.  Senza remore. L’origine del mondo, il famoso quadro di Courbet, in questo caso ha il colore dei capelli di Annà, rosso. Ed è Annà, dai capelli rossi, che porta Dario a trovare Sauro, che ha scritto La Gatta Rossa.  Se in Proust troviamo le intermittenze del cuore, qui l’intermittenza è fra sogno, visioni, incubi notturni, grida di dolore e grida di indignazione.

Chi leggerà, troverà personaggi reali, a noi noti, alcuni non più viventi, altri viventi. Alcuni, da me conosciuti, come Sauro, per nostra fortuna vivente. Walter della Monica, che ha dato vita al Centro Relazioni Culturali, a Ravenna, dove abbiamo presentato il libro di Nevio. Muki Matteucci, incredibile creatura, l’ho conosciuta e trovata qui molto somigliante al ricordo che ne ho. Ivano Marescotti, amico che rimpiango, e con il quale ho condiviso molto delle nostre comuni passioni civili. Ho conosciuto anche un medico che fu partigiano, Ivo Ricci Maccarini. Molte pagine sono di storia partigiana, di antifascismo schietto, basso e alto. A proposito di cultura e di antropologia.

L’unica religione di Dario ruota attorno al corpo delle donne. Allo splendore del loro seno, lo splendore della carne giovane. Religione? Forse, più che religione, sacralità, soprattutto quando è la carne di una donna libera e, aggiungo, femminista, come è Annà.

Le vite dei tre protagonisti si intrecciano, in dinamiche e dimensioni che restano sconosciute, come accade nei sogni. Ci pensano poi le apocalissi, immaginate o reali, come bufere e cataclismi, a mettere la parola fine. Cosa resta alla fine del giorno? Resta quello che abbiamo lasciato, se abbiamo voluto lasciarlo.

Nevio Casadio vuole lasciare immagini, film, libri. Che dire? È molto. 

 

Maria Paola Patuelli

25 aprile 2026

La Resistenza continua


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