Giornalismo sotto attacco in Italia

Piccole e grandi verità, le stragi di Falcone e Borsellino ed i tradimenti della storia (complessiva)

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Possiamo concludere che mafia-appalti è la causa sicura della strage di Via D’Amelio e, in misura leggermente inferiore, per quel che riguarda la strage di Capaci”.

Si chiude con queste parole un lungo ciclo di audizioni in Commissione Antimafia del Procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca.

Non entrerò nel merito (per quanto mi piacerebbe) dei tanti spunti d’interesse delle audizioni fiume del Procuratore De Luca, vorrei concentrarmi giornalisticamente su altro. E soprattutto focalizzarmi su alcune domande:

Che verità cerchiamo? Su cosa? Su chi?

Da quando è iniziato l’approfondimento sulla Strage di Via D’Amelio sostengo che guardare un pezzo del mosaico, senza l’intero, rischia di comprometterne l’esito.

Qualcuno potrebbe essere così stolto – mi si perdonerà la metafora – da giudicare la Gioconda dalle mani senza valutarla nel pionieristico complesso di un quadro che mostra lo sguardo diretto verso l’osservatore, in una insolita (per l’epoca) profondità psicologica?

La risposa ovvia è no!

Oggi noi analizziamo una strage, quella che purtroppo è costata la vita al dottor Paolo Borsellino, ed a cinque dei sei membri della sua scorta, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli, togliendola dal contesto in cui matura, dalla strategia di Cosa nostra, da quelle parole di Totò Riina che richiama i suoi uomini in Sicilia per fare “cose più grosse”, ovvero l’attentatuni, Capaci (in cui, lo si ricorda, è stato trovato anche dna femminile..).

Ci ostiniamo a guardare un testo senza il contesto.

Ecco la domanda “che verità cerchiamo?”.

Ciò che accade in Sicilia prima ed in Italia poi non può essere letto con la semplicistica spiegazione del “covo di vipere” che era – e nessuno spero lo metta in dubbio – la procura di Palermo. La procura del capoluogo siciliano aveva e ha certamente grandi responsabilità nell’aver lasciato soli magistrati straordinari come Giovanni Falcone prima e Paolo Borsellino poi.

Enormi responsabilità. E queste responsabilità, innanzitutto certamente morali, sono in capo ai diversi protagonisti – da Giammanco in giù – e chi scrive non pensa minimamente che possano essere assolti dalla storia.

Il tema però è – ed arriviamo all’altra domanda – su cosa cerchiamo la verità?

Sulla corruzione – magari anche materiale – degli uffici giudiziari o i qualche suo componente dell’epoca? E questo, appurato che quella corruzione ci sia stata, cosa c’entra nel quadro delle stragi?

Passi che qualcuno potrà dire: “è una concausa”. Perfetto, va bene. Ma la causa, quella vera, quale sarebbe?

Perché guardiamo il dito e non la luna?

Cerchiamo di recuperare serietà, di contribuire a quella verità che manca in questo Paese. La serietà potremo recuperarla quando avremo il coraggio di fare i conti con il quadro d’insieme. Perché le stragi di Capaci e Via D’Amelio non sono due meteoriti che si scontrano con il pianeta terra. Le due stragi hanno un primo ed un dopo, perfettamente dentro ad una continua strategia posta chiaramente nel tentativo di destabilizzare la Repubblica, da dentro e da fuori.

Ed allora chiedo un atto di coraggio alla Commissione Antimafia: allarghiamo il perimetro. E facciamolo non soltanto sotto il profilo processuale. D’altronde a voler seguire sul suo terreno il procuratore De Luca, se è vero che le sentenze della Cassazione si rispettano, citiamo anche quella che riguarda uno dei personaggi più inquietanti del nostro Paese: il nero Paolo Bellini. A tale figura dedico, in tempi non sospetti (cioè prima delle sentenze!) un capitolo del mio libro (Traditori, edito Solferino). Bellini si trovava ad Enna per quelli che possiamo definire come “gli stati generali di Cosa nostra”. Ci si trova con il boss Nino Gioè e, dato da non dimenticare, soggiornerà guarda caso nello stesso hotel di Vincenzo Giammanco, imprenditore e massone, proveniente dalle fila dellestrema destra, uomo stretto di Provenzano. Lo stesso imprenditore che per il collaboratore di giustizia Giuffrè “faceva parte della schiera di consiglieri che vennero consultati da Provenzano”. Gioè, invece, è colui che poi verrà suicidato in carcere.

E’ Bellini – lo si ricorda uno dei partecipanti alla Strage di Bologna, insieme ad altri terroristi neri, ed alla P2 di Licio Gelli – che darà ai boss di Cosa nostra un’idea e ce la riferisce con precisione un altro collaboratore di Giustizia, Giovanni Brusca: “Perché il Bellini insieme a Gioè dice: se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti unaltra. Se tu vai a eliminare unopera darte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l’interesse è molto più della persona fisica”.

La dottrina Bellini, quella che verrà attuata dopo Capaci e Via D’Amelio, colpire i beni del patrimonio artistico nazionale. Esattamente dopo l’arresto (e la mancata perquisizione del covo) di Totò Riina. Perché, ad esempio, Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca presidente del Consiglio, ebbe paura di un colpo di Stato la notte degli attentati di Milano e Roma (27-28 luglio 1993)?“Posso affermare – spiega Ciampi – che la mia convinzione è che, in quei frangenti coincidenti con le bombe di Roma, Milano si concretizzasse il pericolo di un colpo di Stato. Ciò nasceva dalleccezionalità oggettiva di quegli avvenimenti (compresa l’interruzione delle linee telefoniche di Palazzo Chigi nella notte tra il 27 ed il 28 luglio 1993)”.

Vada per le bombe dei mafiosi, ma chi quella notte mise fuori uso le linee della Presidenza del Consiglio? I mafiosi? Il “covo di vipere” della Procura di Palermo?

Ora quindi arriva l’ultima domanda: Su chi cerchiamo la verità?

Lo scatto d’orgoglio sta proprio nella risposta che dovrebbe essere ovvia: “su tutto ciò che è accaduto in questo Paese, drammaticamente legato”. Si, legato. Perché non c’è ombra di dubbio che la strategia sia stata complessiva, da Portella, la “prima strage di Stato” (Lupo docet) su cui ancora oggi c’è il segreto di Stato, si sia passati a quelle fasciste, poi agli omicidi, infine con il Rapido 904 nuovamente a quelle mafiose. Ma dentro non c’è mai stata solo una “matrice” ma tante altre. Ed in mezzo abbiamo omicidi eccellenti di uomini che avrebbero cambiato la storia di questo Paese, da Aldo Moro a Piersanti Mattarella e Carlo Alberto Dalla Chiesa (solo per citarne alcuni). E guarda caso sono uomini, e potremmo dirne tanti altri, che sono stati stroncati per interessi interni ed esterni. E da infiniti depistaggi.

Potremmo dire che l’omicidio Mattarella abbia come “concausa” la mafia? Certo che sì, ma ci accontentiamo di questo pezzo di verità? Assolutamente no. Perché c’è tanto tanto altro dentro. Possiamo dire che Aldo Moro abbia avuto come “concausa” le Brigate Rosse? Certo che sì, ma ci accontentiamo di questo pezzo di verità? Assolutamente no.

Ecco l’appello alla Commissione Antimafia: non vi accontentate di un fazzoletto di verità, andate oltre. Forse oggi sarà utile alla narrazione, ma presto o tardi se si guarderà soltanto ad una concausa (puntualmente) arriverà la smentita. Gli italiani, magari i pochi a cui interessa, vogliono la verità complessiva.

Avete una enorme responsabilità rispetto alla storia: quella di riscriverla guardando a piccoli pezzi e non all’insieme. Un pò come aver guardato le mani della Gioconda e non il suo sorriso.


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