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La Pace non è vendetta: il Nobel a Navi Pillay ci richiama al valore dei Diritti umani

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Mentre viaggio a bordo di un InterCity verso Perugia per essere parte, assieme ad Articolo21 e ad altre realtà associative, dell’Assemblea nazionale delle Città per la Pace promossa dalla Fondazione PerugiAssisi, arriva la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem “Navi” Pillay.

Giurista sudafricana, già Alta commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti umani e giudice nei tribunali internazionali, Pillay ha dedicato la propria vita alla difesa della dignità umana, alla ricerca della verità e all’affermazione del Diritto internazionale, anche di fronte ai crimini più gravi e alle responsabilità dei più potenti.

Il riconoscimento premia il coraggio e l’integrità di una donna che ci ricorda come nessuno possa essere al di sopra del diritto e come nessuna vittima possa essere dimenticata, ridotta a una cifra, confusa nella contabilità anonima delle guerre. In un mondo attraversato da conflitti, violenze e, ahimè, da una sempre più disarmante impunità, questa scelta riafferma una convinzione che sta attraversando anche il nostro 34° Convegno del Centro “Balducci”: non può esserci pace senza giustizia, né giustizia senza il rispetto dei Diritti umani.

Hannah Arendt ci ha consegnato l’espressione «il diritto di avere diritti»: un’intuizione che oggi conserva tutta la sua forza. Significa che nessuna persona può essere privata del riconoscimento fondamentale che le spetta in quanto essere umano. Non per la sua provenienza, le sue idee o la sua appartenenza; non per le colpe che le vengono attribuite o per quelle di cui è responsabile. I diritti umani non sono concessioni del potere, né privilegi da accordare a chi consideriamo meritevole: sono il limite che ogni potere deve rispettare.

È anche per questo che la notizia, giunta proprio oggi dagli Stati Uniti, della decisione di trasmettere in diretta streaming l’esecuzione capitale di Nidal Hasan, condannato per la strage di Fort Hood del 2009, arriva come un pugno nello stomaco. Di fronte a un crimine gravissimo, che ha provocato la morte di tredici persone e il ferimento di altre trentadue, non si tratta di attenuare le responsabilità o di dimenticare le vittime. Si tratta di domandarsi quale idea di giustizia vogliamo affermare.

E non possiamo evitare una domanda, scomoda ma necessaria: quanti potrebbero essere tentati di collegarsi per assistere a questo spettacolo di morte? Una domanda che non vuole condannare nessuno, ma interpellare la coscienza di tutti.

Perché a giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la morte inflitta dallo Stato diventare uno spettacolo da offrire al pubblico. Rendere visibile un’esecuzione come dimostrazione della forza del potere rischia di confondere la responsabilità con la ritorsione, la giustizia con l’umiliazione, la pena con l’esibizione della violenza. Anche davanti ai delitti più atroci, la dignità umana non può diventare negoziabile.

Come Centro “Balducci”, sentiamo che il Nobel a Navi Pillay ci interpella direttamente. La difesa dei diritti umani non può essere selettiva, piegata alla convenienza politica o condizionata dalla nazionalità, dalla religione, dalle idee e dalle appartenenze. È proprio quando la dignità dell’altro viene negata, quando il diritto diventa scomodo e la forza pretende di sostituirsi alla legge, che siamo chiamati a difenderla con maggiore determinazione.

Il diritto internazionale non è un ostacolo alla forza: è l’argine alla sua prepotenza. Non può valere soltanto quando ci conviene, né essere invocato per gli avversari e ignorato per gli alleati. Se accettiamo che valga «fino a un certo punto», finiamo per consegnare la sorte delle persone alla volontà dei più forti e trasformare il diritto in uno strumento di parte.

Il Nobel a Navi Pillay assume così un significato che va oltre il riconoscimento di una straordinaria storia personale. Ci ricorda che la pace non si costruisce soltanto attraverso accordi tra governi, ma anche difendendo ogni giorno le Istituzioni, le regole e i diritti che impediscono alla violenza di diventare legge. E ci richiama alla responsabilità di non tacere quando questi principi vengono calpestati, di non accettare che la vendetta si travesta da giustizia, di continuare a scegliere la dignità umana come misura delle nostre leggi e delle nostre azioni.

A Perugia, dove in tanti ci ritroviamo per rinnovare l’impegno per una Pace “disarmata e disarmante”, sento ancora che il messaggio da portare con noi è che la Pace non è soltanto l’assenza della guerra. È la scelta quotidiana di riconoscere, in ogni persona, anche in quella che ci è più lontana o che ci appare più colpevole, un essere umano la cui dignità non può essere cancellata. Mai.


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