Il Parlamento ha approvato la nuova legge elettorale, denominata Stabilicum: la sesta in appena 35 anni e la nona dal 1946.
Ma al di là dei numeri, la questione fondamentale è una: quanto potere rimane realmente nelle mani degli elettori?
Ecco infatti che appare il primo paradosso della nuova legge elettorale: il sistema delle preferenze.
Possiamo votare, ma non scegliere davvero.
Sulle schede elettorali compariranno, accanto al simbolo di ciascun partito, sette candidati: un capolista e altri sei nomi.
L’elettore potrà limitarsi a votare il simbolo oppure esprimere fino a tre preferenze, rispettando l’alternanza di genere nel caso di preferenze multiple.
Apparentemente, dunque, verrebbe restituita ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
Ma è proprio qui che si nasconde la contraddizione più evidente.
Il primo candidato di ogni lista sarebbe infatti un capolista bloccato, individuato direttamente dal partito e sottratto al voto di preferenza.
Ciò vuol dire che se un partito conquista un solo seggio in un collegio, quel seggio viene automaticamente assegnato al capolista, anche qualora un altro candidato della stessa lista avesse ricevuto un numero di preferenze nettamente superiore.
Soltanto gli eventuali seggi successivi verrebbero assegnati sulla base delle preferenze espresse dagli elettori.
Considerando che nella maggior parte dei collegi numerose liste potrebbero ottenere un solo seggio, il risultato sarebbe un Parlamento composto in larga misura da candidati scelti dalle segreterie dei partiti.
Si introduce, quindi, il voto di preferenza, ma si rischia di renderlo largamente inefficace.
Ulteriore elemento fortemente controverso della nuova legge elettorale è il premio di maggioranza, che trasforma l’eventuale 42% dei voti nel 55% dei seggi.
Una lista o coalizione che raggiungesse almeno il 42% dei voti potrebbe oggi ottenere un premio di 70 deputati e 35 senatori, arrivando complessivamente al 55% dei seggi parlamentari.
Questo significa che una forza politica sostenuta da meno della metà degli elettori votanti potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.
E il dato diventa ancora più significativo se consideriamo l’astensionismo.
Con una partecipazione elettorale intorno al 60%, il 42% dei voti validi corrisponderebbe, in termini approssimativi, al consenso di appena un quarto degli aventi diritto.
In altre parole, chi ottiene il 42% o più dei voti – che corrisponde, con un astensionismo di oltre un terzo, al 25-26% degli italiani – conquista il 55% dei seggi in parlamento: chi rappresenta un quarto degli italiani ottiene più della metà del parlamento.
A rendere il sistema ancora più discutibile è inoltre la previsione secondo cui i 105 parlamentari attribuiti attraverso il premio verrebbero individuati mediante liste bloccate: anche in questo caso, dunque, la scelta dei candidati sarebbe rimessa ai partiti e non direttamente agli elettori.
Naturalmente, ogni sistema maggioritario mira a favorire la governabilità. Ma la governabilità non può essere perseguita senza interrogarsi sul rapporto tra consenso effettivamente ricevuto e rappresentanza parlamentare ottenuta.
L’ultima e non meno importante criticità dello Stabilicum riguarda infine le soglie di sbarramento e le condizioni di accesso alla competizione elettorale.
Per ottenere seggi, una lista deve superare la soglia del 3% dei voti.
I voti delle liste appartenenti a una coalizione potrebbero tuttavia contribuire al raggiungimento del 42% necessario per ottenere il premio di maggioranza, anche qualora quelle stesse liste non riuscissero ad eleggere alcun parlamentare.
Si produrrebbe così un effetto paradossale: un partito potrebbe risultare determinante per consentire alla coalizione di conquistare la maggioranza parlamentare, senza ottenere alcuna rappresentanza propria.
A ciò si aggiunge l’innalzamento del numero di firme necessarie per presentare nuove liste elettorali, dalle circa 1.500 precedentemente previste alle 6.000 oggi prescritte dallo Stabilicum.
Un aumento di questa portata rischierebbe di rendere significativamente più difficile la partecipazione di formazioni politiche nuove, emergenti o prive di strutture organizzative consolidate (come quella della stessa Meloni del 2013, che si affacciò in Parlamento ottenendo solo l’1,8% dei voti).
Il rischio è quello di rafforzare ulteriormente i partiti già presenti nelle istituzioni, rendendo sempre più complesso l’ingresso di nuovi soggetti politici, in un panorama in cui gli spazi di scelta e di rappresentanza dei cittadini sono già fortemente compromessi dal sistema delle preferenze (che lascia ai partiti la scelta della maggior parte dei parlamentari) e dal premio di maggioranza (che rischia di trasformare un consenso elettorale minoritario in una sproporzionata maggioranza parlamentare).
Ed una legge elettorale non dovrebbe essere giudicata sulla base di chi potrebbe vincere le prossime elezioni, ma sulla qualità della democrazia che è in grado di garantire.
