L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay non è solo un riconoscimento straordinario a una vita spesa contro l’Apartheid, per la giustizia internazionale e per i diritti umani: è una scelta di campo netta e dirompente contro chi vorrebbe far prevalere la legge del più forte. A ottantacinque anni, la giurista sudafricana non ha mai scelto il silenzio né la viltà della diplomazia di comodo, rimanendo in prima linea a metterci la faccia, la schiena e la voce. Oggi, mentre la Corte Penale Internazionale e le commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite finiscono sotto il fuoco incrociato di chi vorrebbe cancellare il diritto internazionale per fare spazio unicamente alla legge del più forte, il nome di Navi Pillay torna a fare paura ai despoti di ogni latitudine. Da Mosca a Washington, l’insofferenza verso i giudici indipendenti è il termometro della deriva autoritaria che attraversa il pianeta. Gli attacchi sferrati da Vladimir Putin e Donald Trump contro le istituzioni della giustizia internazionale sono il manifesto sfacciato di un’alleanza tra bulli autocrati allergici a qualsiasi forma di controllo democratico. Chi calpesta il diritto calpesta la dignità umana. Lo sa bene Pillay, che alla guida della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati non ha mai indietreggiato di un millimetro, denunciando crimini efferati, distruzioni sistematiche e la tragedia senza fine di Gaza con il rigore inflessibile dei fatti e delle prove, inchiodando le responsabilità anche laddove il potere vorrebbe imporre l’impunità. Di fronte a chi brandisce la minaccia e l’insulto — comprese le uscite sprezzanti arrivate da sponda trumpiana nel tentativo costante di delegittimare i giudici dell’Aia e di intimidire chi indaga sui crimini di guerra — lei ha risposto con l’unica arma possibile: la verità.
Gli attacchi contro i magistrati internazionali e le sanzioni americane evocate o messe in campo contro la Corte Penale Internazionale rivelano la paura atavica dei potenti di fronte a chi non si piega. Per questo sappiamo da che parte stare: dalla parte di chi non china la testa di fronte al ricatto dei potenti, di chi difende i magistrati e gli investigatori minacciati, di chi ricorda che senza giustizia non c’è pace possibile, ma solo una tregua armata in attesa del prossimo sopruso. La schiena dritta di Navi Pillay è la bussola di cui abbiamo bisogno per non smarrire la civiltà.
