Emfa, la grande incompiuta

Eutanasia della Repubblica

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Di una cosa possiamo essere certi: almeno in Parlamento l’eutanasia esiste. E se nel 2012 Marco Damilano ipotizzava, per Laterza, che fossimo al cospetto dell'”Eutanasia di un potere”, con l’approvazione odierna della nuova legge elettorale siamo di fronte all’eutanasia della Repubblica. Scrivo dopp aver assistito alla seduta in tribuna alla Camera, in un giorno di profonda tristezza per chiunque abbia a cuore i valori democratici. Del resto, me l’ero detto nella settimana in cui avevo seguito da vicino l’elezione del Capo dello Stato, conclusasi con la conferma di Mattarella, che la democrazia fosse prossima al coma. Avevo da poco “visto Genova”, in un’inchiesta durata sei mesi, ma fu quella settimana del gennaio 2022 a lasciarmi intendere quale fosse stato il suo vero dramma e le conseguenze che ne erano derivate. Oggi ho visto il Parlamento suicidarsi davanti ai miei occhi, fra i discorsi inconsistenti degli esponenti della maggioranza e la tardiva presa d’atto dei leader dell’opposizione. È stato uno spettacolo complessivamente atroce, che mina il rapporto di ciascuno di noi con le istituzioni, facendoci sentire ospiti dove dovremmo sentirci a casa, spettatori mal sopportati di uno spettacolo per pochi eletti, comparse là dove dovremmo essere protagonisti, sudditi dove dovremmo essere cittadini. Mai avevamo assistito a così tanti tacchini desiderosi di festeggiare il Natale, magari persino convinti di poter trattare sui collegi, di poter essere rimessi in lista, di potersi guadagnare un “posto al sole” o anche solo di poter arrivare alla scadenza della legislatura. Non accadrà nulla di tutto ciò. Meloni concorderà alcuni nomi fidati con Salvini e Tajani, nel suo partito eserciterà un controllo totale, coloro che non sono ritenuti sufficientemente fedeli saranno relegati all’orgia delle false preferenze, cioè per lo più mandati a casa, e si voterà in primavera, perché è evidente che il governo sia giunto al capolinea, gravato oltretutto da una crisi economica e geo-politica senza precedenti e con il serio rischio che il caos d’oltralpe e le proteste spagnole per l’emergenza abitativa possano farsi sentire anche alle nostre latitudini.
Cosa resta, dunque, dopo quattro anni di Meloni a Palazzo Chigi? Un Paese diviso e diseguale, fragile e con un’informazione ridotta al lumicino (la prossima controriforma riguarderà la RAI, al fine di blindarsi definitivamente in vista del voto: sarà una campagna elettorale senza Commissione di Vigilanza e con un CdA a immagine e somiglianza della maggioranza), travolto dalle proprie contraddizioni e con un tasso di natalità che non può far escludere l’estinzione nell’arco di qualche generazione.
Non è questo il momento per compiere recriminazioni. Star qui a dire che gliel’avevamo detto sarebbe doveroso ma inutile. Piuttosto, preoccupiamoci di far arrivare quanto prima questa legge, palesemente incostituzionale, davanti alla Consulta, supportando i ricorsi dei costituzionalisti che si sono già mobilitati in questi mesi e tenendo alta l’attenzione dell’opinione pubblica affinché il pronunciamento arrivi prima del voto e non dopo.
Ai trattatativisti di ogni ordine e grado, infine, ci permettiamo di consigliare la visione di un capolavoro del cinema: “Il delitto Matteotti” di Florestano Vancini. E se proprio non hanno tempo, basta l’ultima scena, quando Turati, interpretato da Gastone Moschin, scrive in una lettera ad Anna Kuliscioff: “Cara Anna, si giocano le ultime carte di una partita terribile. Mussolini nega la CEKA di Stato e contemporaneamente ne assume la responsabilità storica, politica, morale ma non penale. La retorica della ‘passione superba’ serve a ingannare i galantuomini, rassicurare gli assassini e intimorire i magistrati. Dopo tutte le altre violenze, l’annunciata soppressione della stampa perfeziona il colpo di Stato. Si parla anche dell’arresto di tutti noi dell’Aventino. Quanto può durare una così scandalosa ignominia, che ci pone al di sotto di qualsiasi popolo civile? Se vivremo tanto da vedere le nuove aurore, forse ci compiaceremo con noi stessi della battaglia combattuta col solo rimanere in piedi nella resa generale”.
Nell’era dei Trump, dei Bolsonaro, delle Le Pen, delle Weidel e degli Abascal, fossimo in loro, la manderemmo a memoria.

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